Analizziamo più da vicino l’Arca di Noè

 

 

A prima vista, il racconto del diluvio può sembrare una semplice storia di un’antica inondazione o, al massimo, una dimostrazione dell’amore di Dio per gli animali. Questo è ciò che mi era stato insegnato crescendo nella chiesa. Tuttavia, c’è molto di più. Quando ho studiato il diluvio al seminario, ho compreso che in realtà quel racconto raffigura ciò che Dio ha compiuto per la salvezza del suo amato popolo. Questa nuova consapevolezza ha ravvivato in me l’amore per questa storia.

Ci sono diversi temi nel racconto che meritano riflessione, ma in questo saggio mi concentrerò su uno in particolare: l’arca stessa. Un’analisi del suo progetto indica che l’arca rappresenta tre realtà: un microcosmo della creazione, un tempio-abitazione e un emblema di resurrezione.

 

L’arca come microcosmo della creazione

Chiariamo subito un equivoco diffuso: l’arca non era una barca, almeno non del tipo a cui siamo abituati. Secondo Genesi 6–7, la sua struttura architettonica era più simile a quella di una casa: era suddivisa in “stanze” (6:14), aveva una “finestra” (tradotto correttamente in alcune versioni inglesi) e una “porta” (v. 16).

Inoltre, l’arca era più di una semplice casa: rappresentava la creazione stessa. Era disposta su tre piani, che ospitavano le varie specie di uccelli, animali e rettili (6:20; 7:23; 8:17). Questi tre livelli corrispondono alle tre sfere della creazione: i cieli, la terra e le profondità della terra (Es 20:4; De 4:17–18). Inoltre, la “finestra” e la “porta” dell’arca richiamano rispettivamente le “cataratte del cielo” e le “sorgenti del grande abisso” (7:11), entrambe aperte per dare origine al diluvio.

Il racconto di Genesi presenta l’arca come un microcosmo della creazione, in cui il Creatore dimora con il suo popolo di alleanza e regna su di esso. Questo valore simbolico dell’arca potrebbe essere uno dei motivi per cui l’apostolo Pietro considera i giorni di Noè come un evento spartiacque della storia umana (2 Pt 3:6). Se “il mondo di allora” fu distrutto da un giudizio catastrofico, lo stesso accadrà ai “cieli e alla terra attuali” (v. 7).

 

L’arca come tempio

L’arca ci ricorda la santità di Dio. Al suo interno, gli animali erano distinti in puri e impuri (Ge 7:2, 8; 8:20). È la stessa distinzione che sarebbe stata applicata durante il governo teocratico del Signore su Israele (Le 11), quando il Dio santo santificò e consacrò Israele come suo popolo amato in un patto di comunione con Lui.

Questa distinzione tra puro e impuro mostra che l’arca era un luogo santo. Non solo un microcosmo della creazione, ma anche un tempio.

Non sorprende, perché anche la creazione iniziale era un tempio cosmico dove Adamo ed Eva vivevano in comunione con Dio. Durante il diluvio, Noè e la sua famiglia dimorarono con il Signore nell’arca, un segno del “riposo” che Dio aveva promesso a Noè (Ge 5:29). Per quanto significativo, quel riposo non era che un’ombra del vero riposo, il “sabato” (Eb 4:9), che il vero Noè, Gesù Cristo, avrebbe portato. Ciò che Adamo attendeva, e che Noè sperimentò in misura limitata, i credenti in Cristo lo vivranno pienamente nella gloria consumata.

 

L’arca come immagine di resurrezione

L’arca ci offre anche un’anticipazione della gloriosa resurrezione. È ciò che Isaia intravede nella sua reinterpretazione dell’arca:

“Rivivano i tuoi morti! Risorgano i miei cadaveri! Svegliatevi ed esultate, o voi che abitate nella polvere! Poiché la tua rugiada è rugiada di luce e la terra ridarà alla vita le ombre. Va’, o mio popolo, entra nelle tue camere, chiudi le tue porte dietro a te” (Is 26:19–20).

La maggior parte del capitolo 26 descrive il giudizio finale che avverrà alla fine della storia. Tuttavia, Dio proteggerà il suo popolo da questa punizione divina invitandolo a chiudersi in una “camera”, che rappresenta simbolicamente la morte (v. 20).

L’invito del Signore in Isaia 26:20 è a entrare in questa stanza, dove Egli stesso chiuderà la porta dietro di loro. L’immagine della camera da letto suggerisce che la morte del popolo di Dio è come un sonno ristoratore, un riposo protetto dall’ira divina contro un mondo corrotto.

Isaia prende questa immagine da Genesi 7:16, dove il Signore “chiuse la porta” dell’arca dietro Noè e la sua famiglia. Così Isaia interpreta la chiusura dell’arca come un passaggio attraverso le acque della morte. L’arca diventa una sorta di camera sepolcrale che serve da rifugio finché il tempo del giudizio non è trascorso.

Entrare nell’arca, dunque, era un’immagine dell’esperienza della morte. L’arca era come una bara galleggiante, un santuario in cui Dio sigillava il suo popolo. Una volta passato il giudizio, lo sbarco rappresentava la resurrezione. Per questo Isaia proclama: “Rivivano i tuoi morti! Risorgano i miei cadaveri! Svegliatevi ed esultate, o voi che abitate nella polvere!” (Is 26:19).

Viviamo in un mondo segnato dalla morte, nostra e delle persone che amiamo. L’arca è un potente promemoria che possiamo guardare alla morte senza paura e affrontarla con speranza, perché per noi non è altro che un sonno profondo. Saremo destati da questo sonno alla resurrezione, quando abiteremo nella vera arca dei nuovi cieli e della nuova terra con il vero Noè, che ci darà il riposo glorioso del sabato eterno. Prima ancora che l’apostolo Paolo giungesse a queste conclusioni in 1 Corinzi 15:20, Mosè le aveva già prefigurate in Genesi. In verità, l’arca è molto più di una barca — molto, molto di più!

 

Foto di Kevin Butz su Unsplash

Tematiche: Antico Testamento, Bibbia, Insegnamento biblico

Peter Y. Lee

Peter Y. Lee

È professore di Antico Testamento e preside degli studenti presso il Reformed Theological Seminary di Washington, DC. È anche ministro ordinato nella Chiesa Presbiteriana Ortodossa. Peter è autore di “Joy Unspeakable” e “Aramaic Poetry in Qumran”, e ha contribuito a “A Biblical-Theological Introduction to the Old Testament”.

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