Breve teologia della morte

 

 

Il compianto ateo Christopher Hitchens una volta descrisse le circostanze insolite con cui accettò la morte: “Quando vidi [mio figlio] nascere”, commenta, “intuì che il mio cerimoniere funebre era molto rapidamente, ma inconfutabilmente, entrato in scena”.

Di solito evitiamo di pensare o parlare di morte e morire. Le ragioni sono numerose. Piangiamo la morte dei nostri cari, forse perché le loro morti ci mostrano uno scorcio della nostra inevitabile fine. Altri vedono la morte con timore, incerti su ciò che verrà.

Tuttavia la Bibbia ha una visione diversa. Lo scrittore dell’Ecclesiaste, per esempio, afferma che è meglio andare a un funerale piuttosto che a una festa, «perché i vivi dovrebbero sempre ricordarsi che la morte aspetta tutti noi» (Eccl. 7:2). Anziché evitare il pensiero, l’autore dell’Antico Testamento ci sprona a riflettere sobriamente su di esso.

Poiché la morte è un fatto che dobbiamo affrontare, e lo affronteremo inesorabilmente, il Salmo 90 offre consiglio al popolo di Dio su questo lato dell’eternità. In realtà, il salmista pone e risponde a due domande cruciali: Perché la morte arriva così presto? E perché dobbiamo morire?

 

Il nostro dimorare immutabile

Il salmo si apre subito identificando l’autore: «Una preghiera di Mosè, uomo di Dio.» (v. 1). Mosè, che condusse il popolo fuori dall’Egitto e nel deserto, deve aver composto il salmo da qualche parte durante il cammino, e comincia rivolgendosi a Dio come all’eterno, immutabile e immortale: «Signore, tu sei stato il nostro rifugio in tutte le generazioni» (v. 1 NR06).

Se pensiamo a quella frase per un momento e al contesto in cui fu scritta, sappiamo che Israele in quel momento non aveva un’abitazione stabile. Erano nel deserto, montavano e smontavano accampamenti mentre procedevano. Ma queste realtà non alteravano il fatto che Dio, non le abitazioni terrene di Israele, era il loro rifugio.

E Dio continua così per i credenti. Coloro che sono in Cristo trovano il loro dimorare in Dio stesso. La nostra «vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col. 3:3 NR06); la nostra «cittadinanza è nei cieli» (Fil. 3:20 NR06).

 

L’immortalità di Dio e la brevità dell’uomo

Il salmo procede descrivendo l’immortalità di Dio in termini della Sua eternità (v. 2). Riflettendo su Dio, siamo spesso tentati di partire da noi stessi e poi estrapolare verso di Lui. È invece quando scendiamo da, per dirla con Spurgeon, «una devota meditazione sul soggetto della Deità» che possiamo comprendere il nostro scopo. Ed è quello che il salmista fa. Prima della creazione della terra e dei suoi elementi,  prima della formazione del Grand Canyon o delle piramidi o di Stonehenge, Mosè ci ricorda che esisteva già il Dio eterno.

Immediatamente, il salmo mette a confronto il Dio eterno con l’uomo mortale, che torna alla polvere da cui fu creato (v. 3), un’allusione ai capitoli iniziali della Genesi. È per questo che nei funerali le parole di commiato includono «polvere alla polvere, cenere alla cenere».

La prospettiva della nostra mortalità, confrontata con l’eternità di Dio, mette le nostre vite brevi in prospettiva. Anche se vivessimo mille anni, ciò sarebbe nulla rispetto al Dio che considera un millennio come un solo giorno (2 Pt. 3:8). Sarebbe come se un miliardario considerasse cento dollari: una goccia nel suo patrimonio totale. Molti di noi vivono settanta o forse ottanta anni (Sl 90:10 NR06). Quella è una vita: svanita!

La mortalità dell’uomo, contrapposta all’eternità di Dio, mette le nostre vite brevi in prospettiva.

Pensare in questo modo non è un’oscura introspezione. Il realismo che il salmista offre è necessario per far tornare all’intelletto l’umanità stolta e centrata su se stessa. Lo vediamo ripetutamente nella Bibbia:

«Signore, fammi conoscere la mia fine
e quale sia la misura dei miei giorni,
che io sappia quanto io sia fragile.»
(Sl 39:4 NR06)

«I miei giorni se ne vanno più veloci della spola,
si consumano senza speranza.»
(Gb 7:6 NR06)

«Che cos’è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce.»
(Gm 4:14 NR06)

 

 

L’ira di Dio e il peccato dell’uomo

Dopo aver parlato della brevità della vita, il salmista considera la seconda domanda: perché dobbiamo morire? Né l’ateo né il secolarista hanno una risposta convincente. La Bibbia sì. Il Salmo 90:7 dice: «Siamo consumati per la tua collera; con il tuo furore siamo atterrati.» In altre parole, la morte è entrata nel mondo attraverso il peccato (Ge 2:17). E la morte è la punizione per la ribellione dell’uomo.

Ha senso. Dio, che è perfetto, immutabile, eterno, giusto e saggio, non è indifferente alla ribellione umana. Non vogliamo un Dio indifferente, proprio come non vorremmo giocare a golf con chi dice che non ci sono regole. Invece di occultare la ribellione e dire che non conta, Dio la affronta, perché conta.

La reazione definita di Dio è rivelata, dice il salmista, non solo nel passare del tempo ma nella realtà della nostra colpa: «Hai posto le nostre iniquità davanti a te, i nostri peccati segreti alla luce del tuo volto» (v. 8). Nel versetto 11 chiede: «Chi considera la potenza della tua ira, e il tuo furore secondo il timore che ti è dovuto?»

In breve, le nozioni di morte e colpa sono inseparabili. Ogni volta che pensiamo seriamente alla morte, dobbiamo fare i conti anche con la colpa che abbiamo accumulato verso Dio. La cultura liquida la morte con assiomi come «È inevitabile» o «Non c’è nulla da temere perché non c’è nulla dopo». Ma la visione biblica dice che dopo la morte staremo davanti al Dio contro cui abbiamo peccato, e se Egli non farà qualcosa per noi, moriremo sotto la Sua ira e senza speranza.

 

Fare proprie le richieste del salmista

Convenientemente, il salmo termina con una serie di richieste del salmista all’eterno Dio. Mentre riflettiamo su morte e morire, ci è utile fare nostre quelle preghiere.

Innanzitutto, Mosè prega: «Insegnaci a contare i nostri giorni in modo che acquistiamo un cuore saggio» (v. 12). Non sta chiedendo abilità in matematica; sta domandando saggezza da Dio. Come tutti noi, ha bisogno di essere istruito.

Parte della natura della nostra ribellione contro Dio è che non vogliamo la Sua saggezza. Rifiutiamo pensare i Suoi pensieri (Rom. 1:21–22). Umilmente, allora, dobbiamo avvicinarci e chiedere. Il saggio non evita di pensare alla morte; la filtra attraverso la Parola di Dio, le promesse di Dio e la sapienza di Dio: «Insegnaci…».

Poi Mosè prega che Dio ci “sazi la mattina con il tuo amore costante, affinché ci rallegriamo e gioiamo tutti i giorni” (v. 14). Il contesto del salmo rende questo versetto prezioso. Il salmista ha compreso l’immortalità di Dio (v. 2), la fragilità umana (v. 3), e la relazione fra l’ira divina e il peccato umano (vv. 7-11). Ora prega: «Signore, saziaci e rendici lieti in te».

Sappiamo pienamente ciò che Mosè, scrivendo in quel tempo storico, conosceva solo in parte: l’amore del patto di Dio trova il suo compimento in “Colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1:29). Per il cristiano, la nostra morte è stata affrontata dalla morte di un altro; la nostra vita è trovata nella vita di un altro.

Questa è la nostra speranza nella morte: Dio in Cristo è entrato nel nostro regno di ribellione, sofferenza e peccato. Ha assunto su di sé queste cose affinché chi si volge a Lui con pentimento e fede non tema la morte, ma possa riposare nella morte e risurrezione del Signore Gesù.

Forse sei nei tuoi primi decenni di vita, e l’idea della morte ti sembra lontana. Acquisire un cuore saggio significa non aspettare di invecchiare per fare i conti con l’eternità. «Ricordati … del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza», ti esorta l’autore dell’Ecclesiaste, «prima che vengano i giorni malvagi» (12:1).

Acquisire un cuore saggio significa non aspettare per affrontare l’eternità.
E agli anziani, per i quali la morte è una prospettiva reale: il momento è adesso! Oggi è il giorno della salvezza (2 Cr 6:2). Fa’ tua la preghiera del salmista: «Fa’ che ci rallegriamo per quanti giorni ci hai afflitti» (v. 15). Egli lo farà certamente.

 

Questo articolo è tratto dal sermone “Fragile come il fiore d’estate” di Alistair Begg.

 

Lettura consigliata dal catalogo Coram Deo: Con un potente trionfo.

Con un potente trionfo

 

 

Foto di Radek Kilijanek su Unsplash

Tematiche: Morte, Teologia

Alistair Begg

Alistair Begg

 

È pastore della Chiesa ParkSide a Cleveland (Ohio, Stati Uniti). Scrittore e conferenziere molto stimato. La sua trasmissione radio Truth for Life è diffusa in tutti gli Stati Uniti. Ogni anno organizza la conferenza BASICS dove circa 1.500 pastori si incontano per ascoltare il Vangelo di Gesù Cristo.

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