Che cos’è la vera beatitudine?

 

 

Che cosa significa “Beato”?

La prima parola del libro dei Salmi è “beato”, la vera beatitudine è, in un certo senso, il tema di tutto il Salterio (la raccolta dei Salmi),è perciò significativo, che il tema della beatitudine nel Salmo 1 sia legato al nostro atteggiamento verso la legge di Dio, proprio all’inizio del libro dei canti di Israele; questo dovrebbe attirare la nostra attenzione perché indica che la beatitudine di essere il popolo di Dio, la beatitudine da cui e per cui cantiamo, è meravigliosamente connessa al nostro rapporto con la Sua parola.

Il Salmo 119 , il più lungo di tutti, inizia in modo simile: «Beati coloro che camminano nella legge del Signore, che osservano i suoi precetti» (Salmo 119:1-2). La beatitudine è il tema del Salmo 119, e nel suo insieme può essere visto come una approfondita meditazione sulla beatitudine che proviene dalla parola di Dio quindi, è quindi opportuno soffermarsi a riflettere sul significato dell’essere “beati”.

 

Beato

Ho l’insopportabile sensazione che, quando leggiamo la parola “benedetto”, proviamo indifferenza o diffidenza, ed entrambe queste reazioni sono probabilmente il risultato del modo in cui il termine viene (ab)usato nella nostra vita quotidiana. Scorrendo i vari social media, si trovano foto di persone che si ammirano allo specchio con la didascalia “#Benedetto”, vediamo post di lussuose giornate in spa, splendide vacanze, lettere di ammissione alla scuola di specializzazione, foto di famiglia perfette, per non parlare delle stravaganti imprese di innumerevoli celebrità, tutte taggate con “#Benedetto”. Uno scrittore osserva cinicamente:

Definire qualcosa “una benedizione” è diventato il termine di riferimento per chi vuole vantarsi di un risultato fingendo umiltà, cercare complimenti, riconoscere un successo (senza sembrare troppo presuntuoso) o suscitare intenzionalmente invidia.  “Una benedizione” è ormai usato sia per descrivere l’ambito invito a un Ted Talk sia per festeggiare il 91° compleanno della nonna[i].

Nella nostra cultura, essere benedetti significa possedere qualcosa che molti altri desidererebbero o qualcosa che va ben oltre l’esperienza della persona media; lo stesso autore ironizza: “Non c’è niente di meglio che invocare la santità per vantarsi della propria vita”. Sebbene ci siano molti esempi di come il termine venga usato in modo appropriato, persino umile, l’onnipresenza del suo uso, le cose a cui è solitamente associato e il contesto in cui viene utilizzato hanno in gran parte sminuito quello che dovrebbe essere un termine ricco e significativo. Questo modo di intendere la vita benedetta ha qualche connessione con il significato biblico della parola?

 

La vera felicità consiste nell’essere visti da Dio per come siamo veramente.

 

Esistono due termini ebraici che vengono normalmente tradotti con “benedetto”, il primo, Baruk (più comunemente traslitterato come Baruch, בָּרוּךְ), si riferisce spesso al dare o ricevere un dono. Nel racconto della creazione, l’uomo e la donna sono “benedetti” in quanto creati a immagine di Dio e chiamati a compiere il suo mandato (Genesi 1:28); Abramo è “benedetto” in quanto partner nell’alleanza con Dio (Genesi 12:2). In questo caso, la benedizione riguarda il conferimento di doni da una parte all’altra. Il secondo termine, ashre (traslitterato anche come Ashrei o Asher, אֶשֶׁר/אַשְׁרֵי), si riferisce allo stato di vera felicità, ed è questo termine che troviamo qui nel Salmo 119, così come nel Salmo 1. Ora, essere “benedetti” (Baruch) ed essere felici (Ashre) sono chiaramente collelgati, e chi sperimenta la vera beatitudine (Ashre) è certamente qualcuno benedetto (Baruch) da Dio perciò, i termini si sovrappongono ma sono distinti perché la benedizione esteriore non è un indicatore automatico che la vita di qualcuno sia veramente benedetta (Ashre). Le vite delle celebrità sono un monito in tal senso.

Questo è anche il senso di benedetto che troviamo nelle Beatitudini; il Signore dice: «Beati quelli che piangono… Beati quelli che sono perseguitati per amore della giustizia» (Matteo 5:4,10) perciò, la vera felicità non si trova nelle circostanze o nelle cose materiali e il lutto e la persecuzione non sono certo cose che etichetteremmo come “beate”. La vera felicità consiste nell’essere visti da Dio per quello che siamo veramente; la vera felicità è essere in comunione con Dio nonostante la nostra situazione o i nostri sentimenti ed essere beati significa sperimentare la pienezza della vita.

 

Questo articolo è tratto da “La bontà di Dio nel dono delle Scritture: 20 meditazioni” di Uche Anizor.

 

Note:

[i]IJessica Bennet, “They Feel ‘Blessed,’” New York Times, 2 maggio 2014, https://www .nytimes.com/.

 

Lettura consigliata dal catalogo Coram Deo: Beati

 

Tradotto da Yuni Akermi

 

Foto di Alex Shute su Unsplash

 

 

 

Tematiche: Teologia

Uche Anizor

Uche Anizor

È professore di teologia presso la Talbot School of Theology della Biola University; tra le altre sue pubblicazioni figurano Overcoming Apathy e How to Read Theology.

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