Dal discepolato al diaconato: un passaggio spesso dimenticato
Essere un discepolo di Cristo ed essere un diacono, quale diversità vi è tra questi due modi di essere?
Se comprendiamo in profondità il significato di questi due termini e cosa comportino non possiamo che renderci conto quanto in realtà siano legati tra loro, perché in realtà sono due termini che all’atto pratico mettono in luce il medesimo carattere, quello di Cristo.
Per ogni credente in Cristo il termine “DISCEPOLO” suona estremamente famigliare, il fatto stesso di definirsi cristiano implica (o dovrebbe implicare) il fatto di essere discepolo di un preciso individuo storicamente e indiscutibilmente esistito, Cristo appunto, e di seguirne gli insegnamenti; se diversamente si segue qualcosa o qualcuno diverso da Cristo, come ad esempio una mera tradizione religiosa allora il termine cristiano non è propriamente corretto ad identificare ciò in cui riponiamo la nostra fede.
Chi, per grazia, comprende il proprio bisogno di redenzione, riconoscendo e accogliendo l’opera salvifica di Cristo, è spinto dal desiderio di veder crescere il proprio legame con Colui che lo ha salvato e desidera essere un Suo discepolo, cioè di seguire i Suoi insegnamenti, come sottolinea più volte Gesù stesso nelle parole che riporta Giovanni (14:15).
Inoltre Gesù ribadisce questo importante concetto anche prima di lasciare fisicamente i suoi discepoli, dopo la sua risurrezione e prima della sua ascesa al cielo, affidando loro la missione che Lui ha iniziato, non solo quella di evangelizzare, cioè annunciare la “Buona Notizia” della redenzione definitiva attraverso il Suo sacrificio, ma, proprio attraverso l’evangelizzazione, anche di far crescere il numero dei Suoi discepoli, uomini e donne che seguono i Suoi insegnamenti e i comandamenti che ha lasciato loro (Mat. 28:18-19a).
È proprio in questo che il DISCEPOLATO si lega al DIACONATO, ascoltare gli insegnamenti di un maestro e servirlo attraverso l’ubbidienza a questi insegnamenti.
Il primo diacono
Dai suoi discepoli, Gesù non era considerato solo il loro Signore e Salvatore, il vero liberatore e redentore che il popolo d’Israele avrebbe dovuto attendere, non era nemmeno solamente un maestro che ha dispensato loro degli insegnamenti e dei comandi, oltre a tutto ciò Gesù è stato per loro un perfetto esempio pratico di ciò che erano chiamati a mettere in pratica, Gesù non è assolutamente stato una “montagna di teoria” per chi lo ascoltava ma ha mostrato chiaramente cosa significhi essere un Suo discepolo.
In quale modo Gesù è stato più di tutto un esempio per i suoi discepoli?
Gesù è stato sicuramente un servitore … un DIACONO “Ma non è così tra di voi: anzi, chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; 27 e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; 28 appunto come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Mat. 20:26-28).
Lo scopo stesso della venuta di Cristo, il Figlio di Dio, in carne è stato per adempiere ad un servizio, sia a noi che al Padre: cioè ha servito il Padre onorando la Sua volontà in ogni aspetto e ha servito ogni uomo e ogni donna fornendo in Lui, l’unico che poteva, la possibilità di redenzione da quella condizione che ci vedeva preclusa la relazione con Dio Padre, preclusa proprio a causa di quel desiderio umano di indipendenza e autosufficienza dal proprio Creatore.
L’essere umano percorre la propria vita ignorando, volontariamente o involontariamente, che il proprio bisogno più grande riguarda però ciò che ne seguirà, cioè che non ci si può presentare davanti al Dio Creatore, la cui perfetta essenza è fuori dall’umana comprensione, senza rendere conto di averLo insultato con il nostro egocentrico desiderio di autonomia da Lui; questo genere di “conto da pagare” generato dal desiderio di autosufficienza da Dio è impagabile per le nostre miserabili tasche, lo ha pagato Cristo per noi, ci ha servito venendo a saldare quel debito. Questo è stato indubbiamente il primo (in ordine d’importanza) dei modi in cui Cristo ci ha servito ma non l’unico, l’intera vita di Cristo è stata una vita dedita al servizio, nelle sue azioni e nelle sue parole di insegnamento, intrise di umiltà e di amore.
Credere in Cristo, essere un Suo discepolo, non significa solamente credere a ciò che Lui ha compiuto, in tutto il suo incalcolabile valore, e negli insegnamenti che ha portato. Essere un Suo discepolo significa necessariamente anche rispecchiare il Suo modo di agire e Lui ha agito servendo.
Cristo, che è venuto per servire, è per coloro che credono in Lui un perfetto esempio di servizio; Lui che è il capo della Chiesa è anche il primo vero diacono nella storia della chiesa, nel suo esempio possiamo comprendere come il servizio diaconale sia una chiamata a vivere il vangelo in modo pieno con umiltà, amore e comprensione; ecco che in questo modo il servizio diaconale diventa un’azione concreta che traduce l’amore di Cristo, che i Sui discepoli sono chiamati ad imitare, in gesti pratici.
Quindi, tutti i credenti sono diaconi?
Indubbiamente un vero credente in Cristo, cioè un suo discepolo, e il ruolo di diacono hanno un grande punto in comune: l’attitudine al servizio, la quale, come detto prima, rispecchia il carattere e l’esempio di Cristo.
Perciò, ogni credente dovrebbe avere l’aspirazione di condurre una vita delineata dal “diaconare” ovvero dal servire, non tanto per un mero desiderio di servire fine a sé stesso ma come conseguenza al desiderio di voler rispondere a quell’amore che per grazia si è compreso d’aver ricevuto in Cristo, proprio come scrive Paolo ai credenti di Corinto: “ … l’amore di Cristo ci costringe …” (2 Cor.5:13-20); essere in Cristo e vedere riconciliato il proprio rapporto con Dio porta con sé quella trasformazione interiore che si esterna attraverso l’amore, e amare significa anche trovare piacere nel servire, così come si è stati serviti da Cristo che ci ha amati di un amore sacrificale perfetto.
Come scrive Matt Smethurst, nel libro “DIACONI – Come servono e rafforzano la chiesa”, rivolgendosi a coloro che rivestono o aspirano a rivestire questo ruolo:
“Il servizio diaconale trova il suo modello e la sua missione nella vita del tuo Salvatore”
… e ancora …
“… l’opera diaconale non è gloriosa perché è sempre in bella vista (spesso non lo è), né perché è sempre gratificante (spesso non lo è). In definitiva, essa è gloriosa a motivo di Colui che essa riflette.”
Quindi ogni credente che è membro di una chiesa è anche ufficialmente un suo diacono?
Diciamo che l’ufficialità del ruolo è un’altra cosa e questo ruolo, assieme a quello di anziano o pastore di chiesa, deve essere attribuito in modo ufficiale a seguito di ponderate valutazioni.
Il ruolo del diacono è indiscutibilmente un ruolo presente nella Bibbia, ne vediamo la sua istituzione nel libro di Atti (Atti 6:1-7) e Paolo ne elenca i requisiti nella prima lettera che scrive a Timoteo (1 Timoteo 3:8-13), anche se nella realtà di molte chiese è una figura totalmente assente, per lo meno nella sua ufficialità, con il conseguente rischio che l’assenza di questo ruolo specifico possa portare lacune nella gestione delle esigenze di una chiesa e/o l’eccessivo sovraccarico di responsabilità per i responsabili (pastori/anziani), proprio per questo motivo gli apostoli istituiscono questo ruolo di servizio per il bene della sana crescita della chiesa, anche questo argomento sviscerato molto bene in ogni suo aspetto nel libro precedentemente citato.
La presenza del ruolo dei diaconi, cioè di persone che si dedicano al servizio della chiesa, è perciò necessaria per la buona salute di una chiesa che vuole essere presente in ogni aspetto ed esigenza della vita dei suoi membri, ma come scrive Paolo: “… questi siano prima provati; poi svolgano il loro servizio se sono irreprensibili.” (1Timoteo 3:10).
La necessità di essere “provati”, o come useremo meglio dire oggi “testati”, è necessario proprio perché condurre una vita caratterizzata da quel servizio che le parole di Gesù promuovono per la chiesa è uno “stile di vita” in netto contrasto con ciò che la natura umana aspira e con ciò che il mondo attorno a noi invece promuove, proprio come Matt Smethurst sottolinea parafrasando le parole di Gesù (Luca 22:25-27):
“Il mondo ha sempre misurato la grandezza in base al servizio che una persona riceve, non quello che offre, Gesù però inverte radicalmente la nostra logica decaduta. … Egli ribalta tutto quanto, mettendo al primo posto ciò che è ultimo e viceversa”
Impegno e fatica poco o per nulla riconosciuti, se non dal nostro Signore, questo potrebbe essere un possibile risultato del rivestire il ruolo del diacono, ma è proprio nel sottomettersi a ciò che questo ruolo comporta che il discepolo di Cristo plasma al meglio il proprio carattere ad immagine del proprio Signore.
Solo la grazia di Dio in Cristo è ciò che può portare l’uomo a salvezza, ma la grazia salvifica che proviene dall’amore di Dio genera amore anche in colui che è oggetto di questa grazia, verso Dio e verso tutti coloro che Gli appartengono, come scrive Giovanni nella sua prima epistola; questo amore fedele, che tanto più facilmente si può spiegare a parole, però si deve tramutare necessariamente in opere pratiche di servizio per dimostrare la sua autenticità (Giacomo 2:14-20).
Possa la grazia di Dio nei vostri confronti far nascere in voi il desiderio di servire per la gloria che il nostro Signore ne riceverebbe.
Lettura consigliata: Diaconi, Ed. Coram Deo.
Foto di Francisco De Legarreta C. su Unsplash
Tematiche: Diaconato, Discepolato, Membri di chiesa, Senza categoria, Struttura e organizzazione di chiesa
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