Dove trovare il tuo posto della felicità?

 

 

Una delle cose più significative che possiamo fare con la nostra vita è cercare il luogo da cui scaturisce tutta la gioia.

Pensa per un momento al tuo primo ricordo di una felicità profonda e sincera. Forse ti torna in mente una festa di compleanno, una vacanza o un gioco. Magari hai vissuto un’esperienza nuova che non hai mai dimenticato, o hai riso fino a farti male ai fianchi; forse è stato un dono, un senso di compimento, un paesaggio, o un abbraccio.

Ora chiediti: Perché esistono esperienze di felicità simili? Che cos’ha il mondo per cui in esso troviamo gioia, piacere e letizia? Non sembrerebbe una caratteristica necessaria di un mondo materiale. Non ti aspetteresti che rocce o querce provino letizia, e molti animali sopravvivono benissimo senza ridere, esultare o contemplare con meraviglia le montagne. Allora perché noi non siamo come loro? Da dove viene la felicità?

 

Il problema della felicità superflua

Una risposta comune è che proviamo piacere perché questo ci aiuta a sopravvivere. Il cibo è piacevole perché dobbiamo nutrirci, gli abiti comodi e i mobili sono piacevoli perché abbiamo bisogno di riposo e riparo, il sesso è piacevole perché serve a riprodursi, l’amicizia è piacevole perché ci permette di collaborare e vivere meglio, e così via.

Questo ragionamento ha una sua logica. Molte gioie del mondo sono davvero utili, persino necessarie, e non è difficile capire perché il rilascio di “ormoni della felicità” a contatto con esse sia un vantaggio per noi.

Tuttavia il problema è che molte altre gioie — incluse alcune delle mie preferite (e probabilmente delle tue) — non hanno alcuna utilità pratica. Pensiamo ai fiori: poche cose riescono a sollevare il mio animo come un bosco ricoperto di campanule, un campo di girasoli giallo acceso o il profumo della lavanda. Recentemente ho chiesto a mia moglie quale fosse il suo luogo della felicità e lei mi ha ricordato un giardino di ninfee che avevamo visitato nel sud della Francia.

Anche i bambini piccoli restano incantati dal profumo di una rosa, dall’armonia dei suoi petali, dall’intensità del suo colore. Ma perché? Non li mangiamo (e molti dei fiori più belli sono persino indigesti o velenosi). Non li usiamo come rifugio o vestiti. Non sono necessari né alla riproduzione né al legame tra persone. In termini pratici, sono del tutto inutili (cosa che lasciava perplesso anche Charles Darwin). La gioia che suscitano non nasce dalla loro utilità, ma da qualcosa di più profondo e misterioso.

Questo diventa ancora più evidente se pensiamo alla bellezza comparativa. Perché i narcisi ci sembrano così più belli delle patate, pur essendo infinitamente meno utili? Perché ci piace il canto dei merli ma non il grugnito dei maiali, quando dal punto di vista della sopravvivenza dovrebbe essere l’opposto? Perché proviamo molto più piacere nell’ammirare un cavallo che un asino, una tigre che un rospo, un uccello del paradiso che una gallina? Perché alcune cose ci fanno ridere più di altre? E, soprattutto, perché qualcosa dovrebbe farci ridere?

Qui ci troviamo davanti a quello che amo chiamare il problema della felicità superflua. (È l’immagine speculare del molto più noto problema del male, di cui oggi si parla molto di più.) In breve: c’è molta più gioia in questo mondo di quanta ce ne servirebbe. Certo, alcune fonti di piacere sono utili per la nostra sopravvivenza e volendo potremmo liquidarle come semplici adattamenti evolutivi, ma molte altre non lo sono affatto.

Perfino i materialisti più convinti si deliziano di forme e suoni, armonie di colori e proporzioni, voci e volti, battute, idee, poesia e musica, tutte cose che non hanno nulla a che vedere con il vivere o il morire nostro o dei nostri figli, ma hanno tutto a che fare con una felicità e una meraviglia che sembrano intrecciate nel tessuto stesso della creazione. Questa felicità non è necessaria né utile, ma è lì, davanti ai nostri occhi, che ci invita a chiederci da dove venga, dove sia più presente e tangibile e, se siamo abbastanza audaci, dove possiamo trovarne ancora di più.

 

Una felicità tridimensionale

Gli antichi Ebrei avevano una risposta profonda e (letteralmente) tridimensionale a questa domanda. Essa plasmava il loro modo di concepire lo spazio: la loro terra, la capitale, il tempio, l’accampamento nel deserto, il giardino delle origini e persino il cosmo intero. Al centro di tutti questi luoghi c’era la presenza di Dio.

Tutto iniziava con il primo luogo della felicità dell’umanità: il giardino dell’Eden, dove l’uomo viveva in perfetta comunione con Dio e sperimentava abbondanza e benedizione. La parola “Eden” significa “piacere” e tutto nel giardino trasmetteva un senso di gioia senza limiti. Sappiamo bene cosa accadde dopo, ma il legame tra abbondanza, gioia e presenza di Dio non scomparve con la caduta.

Dal momento in cui Israele divenne una nazione, fu organizzata intorno al luogo della dimora di Dio, con le tribù disposte tutt’attorno e il tabernacolo al centro (Numeri 2). Più ti avvicinavi al centro, più le cose erano felici e sante. Le attività impure si svolgevano fuori dall’accampamento; le attività comuni e quotidiane dentro; e al centro, culto e sacrifici.

Il tabernacolo era pieno di immagini che richiamavano l’Eden (cherubini, oro, incenso profumato, un candelabro ad albero, fiori, frutti, acqua, un ingresso a oriente) per ricordare ogni giorno a Israele la sua origine. La sua struttura proclamava questa verità: non sei mai più vicino all’Eden, al vero piacere, di quando sei vicino a Dio, la fonte di ogni gioia.

Questo legame divenne ancora più evidente con la costruzione del tempio di Salomone a Gerusalemme. I salmi traboccano di riferimenti alla gioia di essere nella casa di Dio (Salmo 36:7-9; 84:1-2, 10) e persino la ricostruzione dopo l’esilio fu motivo di esultanza (126:1-2).

Tuttavia fu il padre di Salomone, Davide, a spingersi oltre. Egli dichiarò che al di là di qualsiasi struttura fisica, ciò che desiderava sopra ogni altra cosa era stare nella presenza di Dio e nella gioia che essa porta: “Una cosa ho chiesto al Signore, e quella ricerco:abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e meditare nel suo tempio” (Salmo 27:4). La presenza di Dio è così gioiosa che, quando la sperimenti, non desideri nient’altro.

 

Gioia per il mondo

Poi venne Gesù. E quasi subito alcuni iniziarono a capire che il luogo della presenza di Dio e della felicità non era più uno spazio, ma una persona.

Il Vangelo di Giovanni lo dice chiaramente: la tenda della gloria di Dio è ora la persona del Signore Gesù, in cui la luce splende nelle tenebre e la Parola si fa carne (Giovanni 1:14). Gesù è il luogo in cui la presenza di Dio si manifesta sulla terra e in lui tutto il simbolismo del tempio trova compimento. Dalla nube della gloria all’inizio del suo ministero (2:11; 12:41) ai due angeli alla fine (20:12), è evidente: il cielo e la terra ora si incontrano in lui, non in un edificio o in una città.

In Cristo, il luogo della felicità si concentra in una persona e lo si vede fin da subito: appare a un matrimonio e provvede vino in abbondanza (2:1-12). Ovunque va, porta gioia e sovrabbondanza.

Comunque, la dichiarazione più esplicita la fa la notte prima del suo arresto: “Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia completa” (Giovanni 15:11).

Questa non è solo un’aspirazione: è una promessa. Non si tratta soltanto del desiderio che i discepoli abbiano gioia, ma della certezza che, grazie allo Spirito Santo, essi riceveranno una gioia che supererà ogni dolore. Poco dopo aggiunge una delle parole più confortanti dell’intera Scrittura: “Così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi toglierà la vostra gioia” (Giovanni 16:22).

È logico: se nella presenza di Dio c’è “gioia a sazietà” (Salmo 16:11) e se Gesù è Colui in cui la presenza di Dio dimora pienamente (Giovanni 1:14), allora ovunque c’è Gesù — nel suo corpo, nel pane e nel vino, o mediante il suo Spirito tra il suo popolo — lì troviamo la nostra gioia piena.

Ecco perché il frutto dello Spirito è la gioia (Galati 5:22). Ecco perché nel giorno di Pentecoste i discepoli erano così esuberanti che alcuni li credevano ubriachi (Atti 2:13). Ecco perché le nozze dell’Agnello in Apocalisse scatenano un’esultanza così fragorosa da sembrare l’eco di un esercito, una cascata e un temporale insieme (Apocalisse 19:6-7). Dovunque c’è Gesù, lì c’è gioia.

 

La presenza della felicità

Questo significa che il luogo della gioia riguarda più la presenza che l’assenza. I luoghi felici hanno a che fare con chi o che cosa vi è presente, più che con ciò che vi manca.

Molti oggi la vedono al contrario: pensano che la felicità consista nel rimuovere le fonti di tristezza. La pace si raggiunge risolvendo i conflitti; il benessere eliminando l’ansia; la beatitudine togliendo lo stress; una vacanza smettendo di lavorare; il nirvana, l’illuminazione o il paradiso cancellando sofferenza, ignoranza o corpo. La gioia, secondo questa logica, è nel luogo dove certe cose non ci sono. Anche il linguaggio che utilizziamo per descrivere luoghi ed esperienze felici – “vacanza”, “ritiro”, “pausa”, “nascondiglio”, “fuga”, “allontanarsi da tutto” – rivela fino a che punto vediamo il luogo della felicità in termini essenzialmente negativi.

In parte questo è vero. Alla fine della storia biblica, la creazione rinnovata viene descritta come un luogo senza più lacrime, né morte, né lutto, né pianto, né dolore, né sete, né male (Apocalisse 21:1-8). Tuttavia il motivo per cui queste cose non ci sono più è che Dio stesso è lì, ad asciugare le lacrime e rifare il mondo. “Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro” (21:3). L’assenza del dolore è fondata sulla presenza di Dio.

Allo stesso modo, la gioia in questo mondo si trova ovunque Dio sia presente, in Cristo per mezzo dello Spirito, piuttosto che ovunque manchino le cose dolorose. Può essere in una barca galilea sbattuta dalle onde, nella tristezza di un addio in una sala al piano superiore, nell’ingiustizia di un tribunale improvvisato a Gerusalemme, nei ceppi di un carcere di Filippi, o nell’isolamento dell’esilio a Patmos. Per quanto tristi siano le circostanze, se Dio è presente, la gioia è disponibile. La gioia nasce dalla presenza, non solo dall’assenza. La felicità riguarda più la presenza di Cristo che l’assenza della crisi.

Per questo Paolo poteva dire: “Come afflitti, eppure sempre allegri” (2 Corinzi 6:10) e dimostrarlo scrivendo la lettera più gioiosa della storia da uno dei luoghi più miserevoli della storia: una prigione romana. Eppure la sua lettera ai Filippesi trabocca di gioia, perché Gesù era lì: gioia nella preghiera (1:4), nella predicazione (v. 18), nella vita (vv. 24-25) o nella morte (vv. 18-21), nell’umiltà (2:1-3), nel sacrificio (vv. 17-18), nel ricevere notizie (v. 19), nei Filippesi stessi (4:1) e nella loro cura per lui (v. 10) e soprattutto nel Signore (3:1; 4:4).

Se la felicità richiedesse l’assenza totale del dolore, la gioia che troviamo nei Filippesi — e nei Salmi, e nella Scrittura tutta — sarebbe impossibile. La nostra unica speranza di poter “rallegrarci sempre”, come Paolo ci esorta (1 Tessalonicesi 5:16), sta nella presenza traboccante e inesauribile del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

Tematiche: Cultura e Società, Gesù Cristo, Gioia del Signore

Andrew Wilson

Andrew Wilson

È il pastore per l’insegnamento della King’s Church, a Londra. È l’autore di God of All Things: Rediscovering the Sacred in an Everyday World (Zondervan, 2021). Puoi seguirlo su Twitter (@AJWTheology).

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