Dovremmo perdonare anche senza Ravvedimento? Ciò che Gesù si aspetta da chi ha subito un torto.
I cristiani dovrebbero perdonare coloro che, dopo avergli fatto del male, non si sono ancora ravveduti della loro offesa?
Per alcuni, il perdono incondizionato manifesta maggiormente l’amore di Dio oltre che portare beneficio anche a chi perdona, liberandolo dal peso del rancore. Per altri, però, specialmente quando l’offesa persiste, questo tipo di perdono solleva una serie di domande riguardo alla verità, la giustizia, la natura del vero amore e se questo tipo di attitudine rifletta veramente la postura di Dio verso i peccatori. In definitiva, la considerazione più importante è capire come la Bibbia risponda a queste questioni.
Per decidere se perdonare anche in assenza del pentimento è necessario confrontare i vari versetti sul perdono interpersonale presenti nel Nuovo Testamento. Alcuni di questi passi non menzionano il ravvedimento, suggerendo così ad alcuni che il perdono potrebbe essere incondizionato. Altri versetti, invece, sembrano fare del ravvedimento un prerequisito per il perdono. Come possiamo conciliare queste due posizioni?
Negli ultimi anni, i teologi hanno proposto tre paradigmi interpretativi per capire questi testi, ciascuno porta a una posizione specifica in merito al ravvedimento come prerequisito del perdono. La prima è il “perdono incondizionato”, dove esso si estende al di là del ravvedimento dell’altro. Per i promotori di questa visione, i brani che non menzionano il pentimento indicano che il perdono è incondizionato, e che in quelli in cui viene nominato, si illustra semplicemente una riconciliazione.
La seconda posizione, che io chiamo “perdono a due livelli”, distingue due piani del perdono nelle Scritture: una verticale, tra la persona offesa e Dio e una orizzontale tra la persona offesa e l’offensore.
Il piano verticale riguarda il perdono incondizionato e unilaterale, maturato nel cuore della persona che ha subito l’offesa, mentre quello orizzontale riguarda i passi reciproci – e quindi condizionati – che conducono alla riconciliazione e che diventano possibili solo dopo il pentimento. La presenza o l’assenza del ravvedimento determina quale dimensione venga affrontata in un dato momento.
La terza posizione è il “perdono condizionato”: in questo caso, perdono e riconciliazione, vengono concessi solo a coloro che si pentono della propria offesa. I sostenitori di questa visione affermano che i brani in cui si menziona il pentimento dimostrano che esso è un prerequisito del perdono; i brani che non lo menzionano, lo danno per implicito.
Questo articolo sostiene che il perdono condizionale è il più persuasivo dei tre in quanto 1. Teologicamente coerente, perché riflette il perdono di Dio verso i peccatori che si ravvedono; 2. Ermeneuticamente valido, poiché adotta principi affidabili per conciliare quei brani che, a prima impatto, sembrano avere delle discordanze; e 3. Esegeticamente convincente nell’interpretazione dei testi pertinenti sul perdono. Sviluppando queste tre argomentazioni, l’articolo mostrerà come il perdono condizionale manifesti l’amore e la gioia di Dio.
Teologicamente coerente
“La Bibbia non comanda ai credenti di perdonare chi non si è pentito”
Il perdono è come prima cosa l’azione di Dio verso le persone estranee. Man mano che si sviluppa la storia di redenzione, le Scritture insegnano la grammatica del pentimento e del perdono; è da Lui che lo impariamo. Il nostro non è un modello tratto dal suo disegno divino. ( Matteo 6:12,14-15;18:33; Efesini 4:32; Colossesi 3:13)
Dal momento in cui guardiamo a Dio per il modello del perdono, dobbiamo considerare come il perdono di Dio sia condizionato dal pentimento. Tanto l’antico come il nuovo rivelano che Lui ama i peccatori ma perdona solo coloro che lo realizzano e si pentono. Questo modello implica che, dobbiamo seguire l’esempio di Dio amando tutti ma perdonando solo i pentiti. Implica, inoltre, che non concedere il perdono a chi non si è pentito non indica necessariamente che la persona non sia amorevole o nel peccato.
Un attento esame sui testi chiave nei Vangeli sinottici rivela la grammatica del perdono condizionato.
Ermeneuticamente valido
Mi concentrerò su questioni di ermeneutica ed esegesi limitandomi agli insegnamenti di Gesù su il perdono interpersonale nei Vangeli sinottici. Questi brani presentano un banco di prova utile per far conciliare i versetti sul perdono, data le loro affinità tematiche, e in quanto tutti riportati da un singolo maestro: Gesù stesso.
Un principio fondamentale per una interpretazione Biblica sana sostiene che i brani più chiari o più articolati possono illuminare quelli meno espliciti. Questo criterio diventa particolarmente importante quando si mettono a confronto testi che registrano lo stesso insieme di insegnamenti, eventi o argomenti.
Di conseguenza, quando un brano sul perdono non menziona esplicitamente il ravvedimento, è opportuno considerare anche i passi dove invece è dichiarato in modo esplicito, così da ricostruire un profilo più completo e soddisfacente. John Piper sosteneva che una buona esegesi richiede di:
leggere i testi con una visione d’insieme: Le intenzioni o i presupposti degli autori non emergono sempre chiaramente, dovremmo però essere noi a conoscerli in modo tale da poterli interpretare correttamente, per farlo dobbiamo basarci su altri brani della Bibbia, specialmente quelli scritti dal medesimo autore.
Seguendo questo ragionamento di Piper, un paradigma ermeneutico sano per leggere i brani sul perdono in cui il ravvedimento non è esplicito (Matteo 6:12, 14-15; Luca 6:37-38, 11:4; 23:34a) è di interpretarlo alla luce dei testi in cui il rapporto tra pentimento e perdono viene reso più diretto ( Matteo 18:15-35; Luca 17:3-4). In questo modo, un brano come Marco 11:25 può essere letto alla luce di uno più chiaro come quello di Matteo e Luca. Pertanto, quando leggiamo i testi sul perdono e non compare il riferimento al pentimento, possiamo presupporre che esso sia comunque in relazione con il perdono, alla luce dei passi in cui compare esplicitamente.
Esegeticamente convincente
Seguire la logica ci porta a valutare i testi pertinenti nei quali il perdono è concesso solo in presenza di ravvedimento, e a farli conciliare con altri testi sinottici.
“Se si ravvede, perdonalo”
Luca 17:3-4 offre forse l’esempio più chiaro di “perdono condizionale”. Gesù inquadra esplicitamente la relazione tra ravvedimento e il perdono con l’ipotesi del “se poi”: Se tuo fratello pecca, riprendilo; e se si ravvede, perdonalo” lo rafforza poi con una illustrazione: “Se ha peccato contro di te sette volte al giorno, e sette volte torna da te e ti dice: ‘Mi pento’, perdonalo” l’implicazione è ovvia: il perdono è contingente al ravvedimento e, quando un fratello si pente, un cristiano deve perdonare.
Alcuni possono preoccuparsi che questa conclusione perda il fulcro di cui parla Gesù, o commetta la fallace logica del “rinnegare l’antecedente”. In altre parole, dato che Gesù si riferisce solo a ciò si dovrebbe fare SE la persona si pentisse, non possiamo dedurre cosa fare se ciò non avvenisse. Tuttavia, trarre un’implicazione negativa negando l’antecedente può essere valida se contestualmente giustificata.
Primo, le clausole duali nel versetto 3 sono obblighi paralleli. Così come sarebbe improprio riprendere qualcuno che non ha peccato, è altrettanto scorretto perdonare qualcuno che non si è ravveduto. Possiamo dunque leggere questo duplice obbligo come: “riprendi il peccatore; perdona chi si ravvede”.
Secondo, l’avviso precedente nei versetti 1-2 concerne il giudizio associato al peccato e implica che il ravvedimento è necessario per scongiurarne le conseguenze: un peccato impenitente comporta giudizio, mentre il peccato di cui ci si ravvede si traduce in perdono.
Terzo, il versetto 4 ribadisce l’importanza del ravvedimento ripetendo la condizione: ogni atto di ravvedimento precede l’atto del perdono.
Infine, il brano parallelo di Matteo 18:15-20 presenta due conseguenze esplicite — restaurazione in presenza di ravvedimento o esclusione in sua assenza — suggerendo che ciò che dice Luca si muove sullo stesso piano condizionale, con due esiti possibili a seconda della presenza o meno del ravvedimento.
Presi insieme, questi fattori indicano che il perdono deve essere esteso al pentito e non all’impenitente.
Parabola del perdono
Matteo 18:15-35 forma un discorso lineare sul perdono, legando il processo di riconciliazione personale e comunitaria (vv. 15-20) allo scambio di Gesù con Pietro e alla parabola del servo che non ha perdonato (vv. 21-35).
I versetti 15-20 delineano un processo graduale nell’affrontare il peccato all’interno della comunità/tra fratelli: confronto privato, poi confronto con un testimone e, infine, coinvolgimento della chiesa. Ogni passo ha come scopo il ravvedimento e la riconciliazione. Se però chi ha commesso il torto, il “colpevole”, si rifiuta di ascoltare, allora sarà trattato come un estraneo: segno che riconciliazione e perdono sono trattenuti in assenza di ravvedimento. La struttura condizionale subordina il perdono alla risposta del trasgressore, rispecchiando ciò che dice Luca (cfr. Matteo 18:15-20 e Luca 17:3-4).
Inoltre, la domanda di Pietro sulla frequenza con cui perdonare deriva naturalmente dalla sezione precedente e presuppone lo stesso contesto di ravvedimento. Il comando di Gesù di perdonare “sette volte sette” non ribalta la condizione del ravvedimento stabilita in precedenza, ma amplia l’estensione del perdono quando esso avviene. Gesù non ha bisogno di ripetere le istruzioni sul ravvedimento: sono presupposte dalla domanda di Pietro. Interpretare le parole di Gesù come perdono incondizionato solo perché né Pietro né Gesù hanno detto “quando si pentono” attribuisce al testo un peso eccessivo e ignora il contesto immediato e le connessioni linguistiche tra i versetti 15, 21 e 35.
Infine, la parabola di Gesù illustra uno schema già presupposto nei vv. 15-20. Il padrone rimette l’immenso debito del servo dopo che quest’ultimo implora pietà: un modo appropriato per rappresentare il ravvedimento. Quando poi il servo rifiuta di perdonare un altro servo che implora pietà, il padrone ritira il perdono precedentemente esteso. La parabola si conclude con un avvertimento: Dio farà lo stesso a coloro che non perdonano, mostrando che il perdono divino è, in definitiva, condizionale. Questo crea un enigma contestuale per chi ammette, da una parte, che il passo insegni che i cristiani debbano perdonare come Dio perdona, insistendo però che si debba estendere un perdono interpersonale incondizionato. In questo brano, il perdono di Dio è in definitiva condizionale (vv. 34-35) e segue una richiesta di pietà da parte del debitore (vv. 25-27). Il perdono di Dio è misericordioso e generoso, ma non incondizionato.
Un paradigma condizionale per l’esegesi
Matteo 18:15-35 e Luca 17:3-4 offre un paradigma robusto per rivedere e armonizzare i brani rimanenti perché stabilizzano una relazione chiara tra perdono e il pentimento. Uno deve interpretare i brani sul perdono che non menzionano una risposta da parte di chi è nel torto (Matteo 6:12, 14-15; Marco 11:25; Luca 6:37, 11:4; 23:24a) alla luce dei brani che legano il perdono alla risposta del trasgressore.
La preghiera di Gesù
A una prima lettura, i versetti sul perdono nella preghiera di Gesù (Matteo 6:12; Luca 11:4), insieme a quello che spesso viene chiamato il “principio di reciprocità” in Luca 6:37-38 (Dio ti tratta nel modo in cui tu tratti gli altri), possono far sembrare il perdono incondizionato. Tuttavia, una lettura approfondita di questi brani, insieme a quanto già visto in Matteo e Luca, insegna la natura condizionale del perdono.
Gesù insegna ai discepoli a pregare: «Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» (Matteo 6:12). La congiunzione “come” (hōs) stabilisce un confronto di modi, indicando che il perdono divino rispecchia il perdono che noi estendiamo agli altri. Gesù rafforza questa relazione in Matteo 6:14-15 quando dichiara: «Perché, se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma, se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». La clausola “se” rende esplicita la natura condizionale: il perdono di Dio dipende da come uno perdona gli altri. E come perdonano gli altri i discepoli? Nello stesso modo in cui desiderano che Dio li perdoni, vale a dire: quando l’altro chiede perdono. Il bisogno di ravvedimento è implicito nella preghiera stessa, poiché il discepolo confessa il peccato a Dio per ottenere perdono.
Luca 11:4 esprime lo stesso concetto in forma abbreviata: «Perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a ogni nostro debitore». La frase “perché anche noi perdoniamo” suggerisce che il perdonare gli altri corrobora la richiesta di perdono divino. L’espressione “a ogni nostro debitore” indica, poi, tutti coloro che hanno un debito e vengono a noi per il perdono, nello stesso modo in cui noi andiamo a Dio per il perdono dei nostri debiti.
Presi insieme, questi brani riflettono un concetto condizionale del perdono: i discepoli confessano i loro peccati a Dio per ricevere perdono e, in cambio, concedono lo stesso tipo di perdono agli altri che, a loro volta, si ravvedono. Chi non perdona in seguito a un ravvedimento non dovrebbe aspettarsi da Dio il perdono quando si ravvede.
Perdonate (se si ravvedono)
Marco 11:25 è il brano più difficile da affrontare per la posizione condizionale. Due tesi ci portano a interpretarlo entro un paradigma condizionale, in cui il comandamento di Gesù di perdonare è direttamente proporzionale al ravvedimento dell’altra persona.
Innanzitutto, l’ampio contesto indica che il perdono divino promesso da Gesù è condizionato dal ravvedimento (Marco 1:4, 15), dalla fede (Marco 2:5-11), dal non commettere blasfemia contro lo Spirito Santo (Marco 3:28-30) e dall’allontanarsi dal peccato (Marco 4:12). Nel contesto immediato, Gesù rimprovera duramente coloro che hanno reso il tempio un covo di ladri e maledice l’albero di fico come segno di giudizio (Marco 11:12-20). Poiché Gesù insegna l’importanza di praticare il perdono subito dopo aver annunciato un giudizio su coloro che avevano corrotto il tempio, sembra ragionevole pensare che parli di perdono in riferimento a coloro che si ravvedono dei loro peccati.
Secondo, supporre che Gesù stia dicendo ai discepoli di perdonare incondizionatamente — per essere poi perdonati condizionatamente dal Padre — introduce una tensione insolita nel testo. Ciò viola lo standard di Dio nel trattare i suoi figli e nel modo in cui desidera che essi si comportino verso gli altri. L’interpretazione più naturale è quella che presuppone il ravvedimento, dato che Marco 11:25 assomiglia molto al principio di reciprocità che troviamo in Matteo 6:14; 18:35 e Luca 6:37. Se un credente desidera che Dio lo perdoni quando si ravvede, allora dovrà perdonare nello stesso modo.
Come abbiamo visto nella parabola di Matteo 18:23-35, l’obbligo del primo servo di perdonare diventa evidente nel brano seguente, quando avviene lo scambio con il secondo servo. Il comandamento di Gesù di perdonare in Matteo 18:22 e il suo avviso in Matteo 18:35 rispecchiano il comandamento e la promessa di Marco 11:25. Sia in Matteo che in Marco, il perdono richiede che il ravvedimento di chi ha commesso il torto sia avvenuto, e allora sorge l’obbligo di perdonare. Se questo può sembrare “leggere” il ravvedimento nel testo, va notato che ciò non è peggio che non leggervi alcun ravvedimento e concludere per un perdono incondizionato. Tutto ciò che ci viene esplicitamente detto del trasgressore è che non è ancora stato perdonato dalla persona che sta pregando, il quale è ora in obbligo di perdonare. Non ci viene detto se il trasgressore si sia ravveduto o meno. Basandoci sui brani simili di Matteo e Luca, appare invece che siamo obbligati a perdonare chi si è ravveduto. Presupporre il ravvedimento in Marco 11:25 è ciò che meglio si accorda con il materiale presente nei Vangeli sinottici.
“Padre, perdonali”
Un altro brano spesso usato a favore del perdono incondizionato è Luca 23:34a. Due osservazioni chiave indicano che questa preghiera non dovrebbe essere usata a sostegno di tale tesi. Innanzitutto, è importante notare ciò che Gesù fa e dice: non dichiara che perdona i suoi nemici non ravveduti, ma prega che il Padre li perdoni. Nel Vangelo di Luca, Gesù perdona esplicitamente individui che vanno a lui con fede e ravvedimento (Luca 5:20; 7:48). Qui non fa questo, ed è meglio vedere Gesù come colui che amorevolmente prega per i suoi nemici (Luca 6:35), piuttosto che come qualcuno che dimostra un perdono incondizionato. È una petizione per un perdono divino, non una dichiarazione di perdono personale.
Secondo, il contesto circostante sottolinea che il perdono segue il ravvedimento. Un ladro sulla croce deride Gesù; l’altro si volge a lui con fede e riceve il Suo perdono (Luca 23:39-43). Dopo la risurrezione, Gesù incarica i suoi seguaci di proclamare «ravvedimento per il perdono dei peccati… a tutte le genti» (Luca 24:47). Pietro riprende questo mandato in Atti 2:38: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati». Pertanto, la preghiera di Gesù sulla croce esprime il suo desiderio che Dio conceda ai suoi nemici il perdono, ma in connessione con un loro ravvedimento, non al di fuori di esso.
Perdonare e gioire come Dio
La Bibbia non comanda mai ai credenti di perdonare coloro che non si sono ravveduti. Tuttavia, li chiama a perdonare i propri nemici, a pregare per coloro che li perseguitano, a non vendicarsi ma a lasciare spazio all’ira di Dio, e ad affidarsi a Lui (Matteo 5:43-48; Romani 12:18-19; 1 Pietro 4:19). Dunque, com’è fatto il perdono biblico? Il perdono condizionale mostra la bellezza del Vangelo, mostrando come Dio insegua per amore i peccatori e gioisca nel perdonarli quando essi si ravvedono. Gesù illustra questo amore e questa gioia nella parabola della pecora smarrita e nelle istruzioni che seguono (Matteo 18:10-20).
Gesù istruisce i suoi discepoli a confrontare privatamente un fratello che ha peccato, «fra te e lui solo», nella speranza di «aver guadagnato tuo fratello» (Matteo 18:15). Amare non significa necessariamente perdonare chi non si è ravveduto, ma cercarlo nella speranza di ravvedimento, perdono e restaurazione. Come scrisse Dietrich Bonhoeffer: «Non c’è nulla di più crudele che la tenerezza che si concede a colui che pecca. Niente è più compassionevole del severo rimprovero che richiama un fratello dalla via del peccato». Questa ricerca del ravvedimento dell’altro è illustrata in modo vivido nell’esempio della pecora smarrita, che mostra l’amore di Dio verso i peccatori erranti e l’amore che dovrebbe caratterizzare il popolo di Dio.
Nella parabola, il pastore lascia le novantanove pecore per cercare quella smarrita, affinché non perisca (Matteo 18:10-14; Luca 15:1-7). I discepoli devono cercare amorevolmente il proprio fratello, come il pastore cerca la propria pecora. Allo stesso modo, come il pastore gioisce per aver ritrovato la pecora, così la stessa gioia dovrebbe caratterizzare i discepoli di Gesù quando cercano i peccatori e questi si ravvedono. Il perdono, in quel momento, rispecchierà la gioia di Dio nel perdonare chi si è ravveduto. Il perdono condizionale non è un freddo rifiuto di perdonare, ma una ricerca calorosa e paziente di chi si ravvede: esprime compassione, desidera il bene dell’altro e gioisce nel perdono.
Immagina due amici credenti, Marco e Giovanni. Un giorno Marco scopre, da un amico in comune, che Giovanni ha detto cattiverie alle sue spalle: il genere che non dovrebbero essere trascurati come semplici commenti maleducati o meschini. Dopo alcune ore passate a lottare, naturalmente, con tristezza e rabbia, Marco decide di avvicinarsi con gentilezza a Giovanni. Prega che il cuore di Giovanni sia disposto a ravvedersi e che il proprio cuore sia pronto a perdonare. A questo punto, Marco sta operando in amore e grazia, ma senza aver ancora perdonato Giovanni.
Si incontrano in un bar per discutere della situazione, ma Giovanni cerca di giustificarsi e, alla fine, se ne va senza essersi ravveduto. Con questo peccato irrisolto tra i due, Marco continua a cercare Giovanni. Se Giovanni persiste nella sua posizione, allora Marco potrà solo lasciare la situazione nelle mani di Dio, pregando al tempo stesso per il bene di Giovanni. Se Marco vede Giovanni in città, lo benedirà, ma non come se lo avesse già perdonato “come se non fosse successo nulla”. Il peccato separa, e fingere che non sia così ferisce sia Giovanni sia Marco.
Dopo una settimana, Giovanni chiama Marco per scusarsi. Chiede perdono e mostra un sincero dispiacere. Aggiunge anche alcune giustificazioni inutili, ma Marco le mette da parte per empatia e amore, e perdona Giovanni nello stesso modo in cui Dio, attraverso Gesù, ha perdonato Marco, nonostante un ravvedimento imperfetto. Ora, del peccato che li divideva ci si è ravveduti e lo si è anche perdonato. In questo scenario non è necessario porre limiti particolari né prevedere altre conseguenze; tuttavia, Marco riconosce che potrebbe volerci del tempo per recuperare una fiducia piena in Giovanni.
Questo tipo di perdono riflette il modo in cui Dio ci perdona, in Cristo, quando ci ravvediamo e confessiamo i nostri peccati (1 Giovanni 1:9). Dobbiamo imparare a trattenere il perdono nell’amore e a concederlo con gioia quando avviene il ravvedimento: sia nel trattenere sia nel concedere, così da riflettere il cuore di Dio verso i peccatori.
Articolo tradotto a cura di Daniela Deriu
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Tematiche: Fede, Perdono, Vita Cristiana
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