Perché i cristiani si sentono ancora depressi?
Tutti abbiamo difficoltà
Come è scritto che Davide, nel fervore della battaglia, si indebolì, così può dirsi di tutti i servi del Signore. Attacchi di scoraggiamento e depressione arrivano a quasi tutti noi. Anche se solitamente possiamo essere allegri, ci sono momenti in cui siamo abbattuti. I forti non sono sempre vigorosi, i saggi non sempre pronti, i coraggiosi non sempre audaci e i gioiosi, non sempre felici. Forse qua e là si trovano uomini di ferro, che sembrano non subire danno dall’usura della vita, ma persino su di loro il tempo lascia della ruggine; e quanto agli uomini comuni, il Signore lo sa bene e glielo fa capire che non sono che polvere.
Avendo conosciuto per dolorosa esperienza che cosa significhi la profonda depressione dell’anima e avendone sofferto non poche volte, ho pensato che potesse essere di consolazione ad alcuni miei fratelli condividere qualche riflessione, affinché i più giovani non pensino che stia accadendo loro qualcosa di strano quando attraversano stagioni di malinconia e affinché i più afflitti sappiano che anche chi ha goduto della gioia della luce del sole non ha sempre camminato in quella luce.
Non è necessario citare biografie di grandi servitori di Dio per dimostrare che quasi tutti hanno conosciuto momenti di profonda prostrazione. La vita di Martin Lutero basterebbe a mostrare mille esempi, e certo non era un uomo debole. Il suo grande spirito si innalzava spesso fino al settimo cielo dell’esultanza e altrettanto spesso si trovava ai confini della disperazione.
Persino sul letto di morte non fu risparmiato dalle tempeste interiori e pianse fino al suo ultimo sonno come un bambino esausto. Invece di moltiplicare i casi, soffermiamoci piuttosto sui motivi per cui Dio permette tali esperienze: perché i figli della luce talvolta camminano nelle tenebre fitte; perché gli araldi dell’alba si ritrovano, a volte, immersi in una notte ancora più profonda.
Non è forse innanzitutto perché sono uomini? Essendo uomini, sono circondati da debolezza ed eredi del dolore. Ben disse il saggio nell’Apocrifo:
“Grande travaglio è stato creato per ogni uomo, e un giogo pesante grava sui figli di Adamo dal giorno in cui escono dal grembo materno fino al giorno in cui tornano alla madre di tutti. Pensieri, paure nel cuore, ansie e attese della morte… Dall’uomo che siede sul trono glorioso a colui che siede nella polvere e nella cenere; dall’uomo vestito di seta e con la corona a colui che è coperto di semplice lino — ira, invidia, turbamento, inquietudine e paura della morte… queste cose toccano tanto gli uomini quanto le bestie, ma sette volte di più agli empi” (Siracide 40:1-8).
La grazia ci preserva da molte di queste cose, ma poiché non ne abbiamo in misura piena, soffriamo ancora anche per mali che si potrebbero evitare. Anche sotto l’economia della redenzione è chiaro che dobbiamo sopportare debolezze — altrimenti non vi sarebbe stato bisogno della promessa dello Spirito che ci aiuta nelle nostre infermità. È necessario che, a volte, siamo rattristati.
Agli uomini giusti è promessa tribolazione in questo mondo e coloro che servono Dio possono aspettarsi di portarne una parte ancora maggiore, affinché imparino la compassione verso il popolo sofferente del Signore e siano pastori adatti a un gregge fragile. Spiriti disincarnati avrebbero potuto proclamare la Parola, ma non avrebbero potuto condividere i sentimenti di chi, vivendo in questo corpo, geme ed è aggravato.
Gli angeli avrebbero potuto essere ordinati evangelisti, ma le loro caratteristiche celesti li avrebbero resi incapaci di avere compassione degli ignoranti. Uomini di marmo avrebbero potuto essere creati, ma la loro natura impassibile sarebbe stata un sarcasmo alla nostra debolezza, una derisione dei nostri bisogni. Dio, nella sua infinita sapienza, ha scelto uomini anche soggetti a passioni umane come strumenti della sua grazia; da qui le lacrime, da qui i turbamenti e gli abbattimenti.
Inoltre, la maggior parte di noi porta in qualche modo una fragilità fisica. A volte si incontra un anziano che non ricorda un solo giorno di malattia, ma la grande maggioranza di noi soffre di qualche infermità, sia del corpo che della mente. Alcune malattie del corpo, soprattutto quelle legate agli organi digestivi, al fegato e alla milza, sono fonti abbondanti di scoraggiamento; e, per quanto un uomo possa resistere, ci saranno ore e circostanze in cui verrà sopraffatto.
Quanto alle malattie della mente, c’è forse qualcuno del tutto equilibrato? Non siamo tutti, in misura diversa, un po’ fuori di testa? Alcune persone hanno nell’indole stessa una tinta cupa: si potrebbe dire che la malinconia li abbia segnati come suoi. Eppure spesso si tratta di menti elevate, guidate da nobili principi, ma inclini a dimenticare il lato luminoso e a ricordare solo la nube. Uomini simili potrebbero cantare con l’antico poeta:
“I nostri cuori sono spezzati, le nostre arpe disfatte,
la nostra unica musica sono sospiri e gemiti.
I nostri canti hanno il suono delle lacrime,
siamo consumati fino alla pelle e alle ossa”.
Queste debolezze non sono necessariamente un ostacolo a un ministero utile; anzi, talvolta sono state permesse dalla sapienza divina come qualificazioni necessarie per un servizio particolare. Alcune piante devono al pantano in cui crescono le loro virtù medicinali; altre all’ombra nella quale soltanto prosperano.
Ci sono frutti preziosi prodotti tanto dalla luna quanto dal sole. Una barca ha bisogno di zavorra oltre che di vele; un freno alla ruota non è un ostacolo quando la strada scende in discesa. Il dolore, in alcuni casi, ha probabilmente risvegliato un genio che altrimenti sarebbe rimasto sopito come un leone nella sua tana. Se non fosse stata per l’ala spezzata, alcuni si sarebbero persi nelle nuvole, persino tra quelle colombe scelte che ora portano nel becco il ramo d’ulivo e mostrano la via dell’arca. Così, dove il corpo e la mente hanno cause predisponenti alla tristezza, non c’è da stupirsi se nei momenti oscuri il cuore vi cede.
Lo stupore, piuttosto, è — e se le vite interiori potessero essere scritte lo si vedrebbe chiaramente — come alcuni ministri riescano a continuare nel loro lavoro e a mantenere un sorriso sul volto.
La grazia trionfa ancora, e la pazienza ha i suoi martiri; martiri che meritano onore non meno di quelli le cui fiamme hanno bruciato il corpo, perché il loro ardore interiore arde invisibile agli occhi umani. I ministeri dei “Geremia” sono graditi a Dio quanto quelli degli “Isaia”, e persino il riluttante Giona fu vero profeta del Signore, come Ninive comprese molto bene. Non disprezzare lo zoppo, perché è scritto che “gli zoppi prenderanno la preda” (Isaia 33:23); ma onora quelli che, pur stanchi, continuano l’inseguimento (Giudici 8:4).
Lea, dagli occhi delicati, fu più feconda della bella Rachele, e i dolori di Anna furono più graditi a Dio delle vanterie di Peninna. “Beati quelli che sono afflitti” (Matteo 5:4), disse l’Uomo di dolore e nessuno li consideri diversamente quando le loro lacrime sono intrise di grazia. Abbiamo questo tesoro del Vangelo in vasi di terra e se qua e là vi è una crepa nel vaso, nessuno se ne stupisca.
Lettura consigliata dal catalogo Coram Deo: Soddisfatti in Dio
Tematiche: Depressione
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