Che cosa rende una persona un vero amico?
Questa è la domanda posta oggi da un ascoltatore, un nostro amico.
“Pastore John, recentemente un mio amico mi ha chiesto di spiegare la tua teologia dell’amicizia. Dirò ciò che ho detto io e vediamo se ho capito bene o male. Ecco il mio riassunto: poi lascerò a te approvare, disapprovare o correggere, e quindi argomentare come preferisci.
Primo: in questo universo, Cristo è ciò che ha il massimo valore. Non c’è realizzazione più grande nella vita o nella morte che conoscere e amare lui. Questo significa, anzi, lui significa, che il valore delle nostre amicizie è determinato da quanto vediamo Cristo in una persona e da quanto possiamo collaborare insieme per condividere Cristo con il mondo attraverso quella relazione.
Quindi, un amico non cristiano, tutto concentrato su sé stesso, sulla propria immagine e sul proprio successo, è come un vicolo cieco. In lui non c’è nulla di Cristo che venga magnificato per noi o per il mondo. Non riceviamo nulla delle caratteristiche di Cristo attraverso di lui, e non possiamo collaborare per mostrare Cristo al mondo. Perciò, un’amicizia con un non cristiano ha un valore minore, al di là del nostro cercare di mostragli Cristo, cosa che rimane comunque importante. Invece, i veri amici cristiani, i nostri migliori amici, quelli la cui vita è tutta orientata a Cristo vivendo per la sua gloria, sono un mezzo attraverso il quale vediamo Cristo e riceviamo la sua grazia. E con tali amici partecipiamo insieme a mostrare il valore di Cristo al mondo, che è il valore e la gioia più alti che l’amicizia possa mai raggiungere o sperimentare.
Questo innalza l’asticella di tutte le nostre amicizie, persino dell’amicizia che abbiamo con il nostro coniuge. Cristo dà valore alle nostre relazioni, riflettendo Lui gli uni agli altri e condividendolo insieme.
Pastore John, che cosa ho detto di giusto? Che cosa ho detto di sbagliato?”
Beh, questo è qualcosa di molto profondo e straordinario.
E sì, parlando di amicizia penso di poter affermare che questa visione è essenziale e lo è anche per il modo in cui io stesso penso all’amicizia.
Quindi, sono contento di ciò che è stato detto.
Tuttavia, potrebbe essere utile fare luce sulla natura più relazionale dell’amicizia, sulla sua dimensione concreta e pratica, non solo partendo dai grandi valori (come ha fatto lui, e va benissimo; mi piace), ma anche considerando affermazioni più centrate sull’amicizia, presenti nella Bibbia.
Proviamo quindi questo approccio.
Vediamo che cosa succede se uniamo questi due percorsi: uno dal basso verso l’alto e uno dall’alto verso il basso.
Amici e prossimi
Ecco una cosa notevole riguardo alla parola “amico” nell’Antico Testamento.
C’è una parola ebraica, re’ah, che sta dietro quasi tutti gli usi della parola “prossimo” e della parola “amico”.
È la stessa parola ebraica per entrambe.
Circa ottanta volte re’ah è tradotta come “prossimo”, e circa trenta volte come “amico”, e solo in pochissimi casi altre parole ebraiche vengono tradotte come “prossimo” o “amico”.
Una delle implicazioni di questo fatto è che il popolo ebraico, che parlava questa lingua, non aveva una parola particolare riservata all’amico, come invece abbiamo noi e come fa il Nuovo Testamento (e ci arriveremo tra poco) ed è sorprendente.
La parola che usavano più spesso per “amico” era quasi sempre la stessa parola generica usata per “prossimo”.
Un dizionario definisce re’ah come “quelle persone con cui si entra in contatto, con cui si deve vivere a motivo delle circostanze della vita”.
Ebbene, questa è una definizione quanto mai generica.
Quindi, la parola generica re’ah comprende persone etnicamente vicine, geograficamente vicine, professionalmente vicine o vicine per qualche interesse comune.
È un termine molto ampio.
Di conseguenza, la nostra comprensione dell’amicizia nell’Antico Testamento non si basa sul significato di una parola particolare, ma piuttosto sulla natura della relazione nelle diverse situazioni.
Più vicino di un prossimo
Ecco alcuni esempi che attestano che una visione dell’amicizia nell’Antico Testamento esiste davvero, anche se non definita da una parola specifica.
“L’olio e il profumo rallegrano il cuore; così fa la dolcezza di un amico con i suoi consigli cordiali.” (Proverbi 27:9).
È chiaro quindi che l’amicizia, come relazione stretta di fiducia e di aiuto, era reale.
Oppure Proverbi 27:6: “Fedeli sono le ferite di un amico, ma ingannevoli sono i baci di un nemico.” (Nuova Diodati)
Qui vediamo una chiara distinzione tra chi ci è prossimo ma ostile e chi ci è prossimo ed è amico.
Un amico non è solo qualcuno che è vicino, ma qualcuno che è per noi, che è dalla nostra parte.
Ancora, Proverbi 18:24: “Chi ha molti amici può esserne sopraffatto, ma c’è un amico che è più affezionato di un fratello.”
Qui l’amico è più intimo di molti compagni, pur non essendo un fratello di sangue, è più leale di un fratello.
E Proverbi 17:17: “L’amico ama in ogni tempo; è nato per essere un fratello nella sventura.”
Dunque è chiaro che, anche se nell’Antico Testamento non esiste una parola specifica distinta da “prossimo”, la realtà di un legame profondo, forte e duraturo è pienamente presente: consiglio sincero, dolcezza della comunione, ferite fedeli, assenza di inimicizia, una vicinanza maggiore di quella fraterna, fedeltà nei momenti peggiori.
E come ha detto l’amico che ha inviato questa domanda, in una cultura profondamente centrata su Dio, come lo era l’ebraismo dell’Antico Testamento nei suoi momenti migliori, tutto questo era al servizio del conoscere, confidare, gioire e obbedire alla grandezza di Dio.
Se un amico cominciava ad allontanarci dalla devozione a Dio, per definizione cessava di essere un amico e diventava un nemico.
Colui che ama
Ora, ecco ciò che è altrettanto notevole quando passiamo al Nuovo Testamento.
Abbiamo letto in Proverbi 17:17: “L’amico ama in ogni tempo.”
A differenza dell’ebraico dell’Antico Testamento, il greco del Nuovo Testamento non usa la stessa parola per “prossimo” e “amico”.
Le distingue in due parole:
“Prossimo” (plēsion) richiama l’idea della vicinanza: è “colui che è vicino”.
Invece “amico” richiama l’idea dell’amore.
Circa 30 delle 36 occorrenze della parola “amico” nel Nuovo Testamento sono traduzioni del termine philos. Philos, è una parola che richiama l’amore.
Da qui vengono “Philadelphia” amore fraterno, la città dell’amore fraterno e “filosofia” l’amore per la sapienza.
“Amico” non è mai la traduzione di plēsion, prossimo o colui che è prossimo.
Amico porta sempre con sé l’idea che “l’amico ama in ogni tempo”.
Un esempio particolarmente significativo si trova in Giacomo 2:23: “[Abramo] fu chiamato amico di Dio.”
Ma se prendiamo Isaia 41:8 e 2 Cronache 20:7, gli unici due testi in cui Abramo è chiamato amico di Dio, la parola usata non è re’ah, bensì il participio del verbo amare, ’āhaḇ. Letteralmente: “colui che ama Dio” che nel Nuovo Testamento in greco è reso come “amico di Dio”, perché la parola “amico” porta con sé forti connotazioni di amore.
Compagni indispensabili
Il risultato di tutto questo è che oltre alla grande visione generale dell’amicizia che il nostro amico ha descritto, una visione profondamente orientata a Dio, possiamo aggiungere alcuni dettagli concreti: l’amicizia comporta consiglio sincero reciproco, dolce cameratismo, ferite fedeli quando necessario, e una presenza costante nei momenti migliori e peggiori.
Un amico è qualcosa di diverso da un fratello o una sorella, e diverso anche da un coniuge, ma è, come potremmo dire, un compagno di visione condivisa, qualcuno con cui si tira nella stessa direzione per una causa importante.
Ed è mia convinzione che l’importanza di questo tipo di amicizia spieghi perché Gesù mandava sempre i suoi emissari, apostoli e collaboratori, a due a due, e perché l’apostolo Paolo viaggiava e svolgeva il suo ministero in gruppo, insieme ad amici.
Era molto desideroso di non rimanere solo in nessun luogo.
In altre parole, questo tipo di amicizia è indispensabile per la vita e per il ministero.
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