Quattro prerequisiti per il ministero di cui nessuno parla

 

Il giorno prima di scalare il Longs Peak, mi sono fermato a parlare con un esperto del posto che aveva raggiunto la vetta di 4346 metri diverse volte. Sapeva cosa stavo per affrontare. Più parlava, più il mio idealismo si sgretolava. Quando disse: “Amico, su questo sentiero muoiono delle persone”, la realtà ha iniziato a farsi strada.

Avevo bisogno di una simile dose di realtà quando per la prima volta dissi: “Sento di essere chiamato al ministero”. Quando quelle parole uscirono dalla mia bocca, non avevo idea di cosa significassero. Da fuori, il ministero sembrava una vita piuttosto piacevole: lunghe ore a studiare la Bibbia, scrivere sermoni e prendere il caffè con la gente. Un lavoro da sogno! Non sapevo quanto fosse pericolosa la chiamata al ministero.

 

Quando incontro giovani che sentono questa chiamata, mi sento come quell’esperto escursionista che descrive la realtà del Longs Peak. Pochi hanno avuto il necessario confronto con la realtà. Se state pensando al ministero, avete bisogno di una valutazione onesta delle difficoltà intrinseche a questa vocazione. Avete bisogno di sentire parlare dei prerequisiti di cui nessuno parla.

 

Speranza in mezzo all’incertezza

Il ministero comporta dei rischi. Potreste non guadagnare quanto i vostri coetanei con una formazione simile, pur lavorando più ore di loro. La vostra chiesa potrebbe non crescere. Probabilmente affronterete conflitti e vi ritroverete con qualche cicatrice emotiva. Eppure il rischio è esattamente ciò che Dio ha previsto quando vi ha chiamato. Come scrive John Piper: “Evidentemente Dio vuole che viviamo e agiamo nell’ignoranza e nell’incertezza riguardo a molti degli esiti delle nostre azioni”.

 

Sì, Dio vuole che il ministero sia rischioso. Perché? Perché ci costringe a fidarci di lui. Ebrei 11:1 definisce la fede come “la certezza di cose che si sperano”. La fede si fonda sulla speranza nell’“invisibile” in mezzo alle circostanze incerte (Romani 8:24). Senza questa speranza in mezzo all’incertezza, cioè senza fede, “è impossibile piacere a Dio” (Ebrei 11:6). Il ministero è sempre accompagnato dall’incertezza, perché è nel terreno fertile dell’incertezza che la fede cresce.

 

Abbracciare le difficoltà

“Questo è difficile.” Questa frase viene usata spesso, ma perché la diciamo? È una lamentela superficiale? Una frase di riempimento per quando ci sentiamo a disagio? In realtà, quasi ogni impegno buono e degno è difficile. Il matrimonio è difficile. Essere genitori è difficile. Coltivare sane abitudini è difficile. Mantenere un lavoro è difficile. Ed è così di proposito.

 

Dio vuole che il ministero sia difficile perché la difficoltà porta alla crescita (Romani 5:1-5; Giacomo 1:2-4). Nelle difficoltà, partecipiamo anche alla vita e alla sofferenza di Gesù (2 Corinzi 1:5). Se volete avere successo nel ministero, dovete considerare le difficoltà come opportunità per progredire nella fede e sperimentare la comunione con il vostro Salvatore.

 

Sobrietà sulla sofferenza

Se perseveriamo nelle difficoltà abbastanza a lungo, prima o poi affronteremo delle perdite, e a volte queste perdite sembrano la morte stessa. Il ministero può richiedere diverse “morti”.

 

Come saranno queste “morti” è imprevedibile. Potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa, dalla perdita di sonno a un’emergenza pastorale, al subire un tradimento da un amico intimo, all’essere i primi a guidare una nuova iniziativa, o al mantenere la pazienza mentre le persone riversano su di voi insulti perché non apprezzano il vostro modo di guidare. La “morte” nel ministero può anche includere l’ammettere pubblicamente di non conoscere la risposta alla domanda di un membro della congregazione, il cambiare il proprio stile di predicazione per essere meglio compresi dagli ascoltatori, o il confessare ai propri confratelli anziani di aver peccato come leader.

Queste realtà dovrebbero portarci a porci una domanda cruciale: come consideriamo queste “morti”?

In 2 Corinzi 4, Paolo descrive il suo ministero come “portare sempre nel corpo la morte di Gesù”. Il ministero ha “ucciso” Paolo, sia in senso figurato che, alla fine, letteralmente, ma lui non lo considerava un male. Paolo credeva che lui e il suo team fossero destinati a portare la morte di Gesù “perché la vita di Gesù si manifestasse nei [loro] corpi” (v. 10). Le persone vedevano la morte di Gesù nella sofferenza di Paolo e il risultato era che coloro che la vedevano trovavano la vita. Paolo stava morendo, ma sapeva per cosa stava morendo: “La morte opera in noi, ma la vita in voi” (v. 12).

Per svolgere il ministero fedelmente, è necessario avere la giusta prospettiva sulla sofferenza. Sì, il ministero può ucciderti in mille modi, ma la tua morte significherà vita per gli altri.

 

Vera resilienza

Avete sentito l’espressione “Ognuno ha la sua croce da portare”. Eppure, quando la Bibbia parla del portare la croce, descrive anche l’atteggiamento che dobbiamo avere: una gioia resiliente. L’autore della Lettera agli Ebrei ci dice di guardare a Gesù, “il quale, per la gioia che gli era posta dinanzi, sopportò la croce” (Ebrei 12:2). Gesù sopportò la croce per la gioia.

 

Dio vuole che il ministero sia difficile perché la difficoltà porta alla crescita

 

La vera resilienza nel ministero aggiunge in modo unico la gioia alla perseveranza. Troppo spesso, descriviamo la resilienza semplicemente come la capacità di superare le difficoltà, ma nella vita cristiana, l’obiettivo non è solo quello di portare a termine il ministero senza fallire: l’obiettivo è rimanere gioiosi mentre affrontiamo le sfide del ministero.

 

Vogliamo svolgere il ministero allo stesso modo in cui Gesù ha sopportato la croce: per la gioia che gli era stata promessa. Sopportiamo le difficoltà a causa delle incredibili gioie che si manifestano in mezzo alla sofferenza: la gioia di non avere altro che Gesù (Filippesi 3:8), la gioia della collaborazione nell’annuncio del Vangelo con gli altri (1:3-5), la gioia di vedere persone trasformate (2:2) e la gioia di vedere il Vangelo diffondersi (1 Tessalonicesi 2:19-20).

 

Ne vale la pena

Ho scalato tutti i 4.875 metri di dislivello del Longs Peak. È stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto, ma ne è valsa la pena. E dopo 17 anni impegnativi ma pieni di gioia, posso dire lo stesso del ministero. Sarà una delle cose più difficili che farete: eppure ne vale la pena.

Più abbraccerete le difficoltà con speranza e gioia, più vedrete Dio operare in voi e non solo attraverso di voi. Vedrete Dio salvare persone e cambiare vite. Un giorno, vedrete persone lodare il loro Salvatore faccia a faccia e tutte le difficoltà che avete sopportato ne saranno valse la pena.

 

 

Traduzione a cura di Emanuele Tosi

 

Lettura consigliata dal catalogo Coram Deo: Nessuno come Lui

 

Nessuno come Lui

Tematiche: Ministero

Justin Jackson

Justin Jackson

(DMin, The Southern Baptist Theological Seminary; PhD, Midwestern Baptist Theological Seminary) è pastore responsabile dello sviluppo teologico presso la Stonegate Church di Midlothian, in Texas. È anche a capo di Acts 29 DFW. Potete trovare le sue altre pubblicazioni sul suo sito web.

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