Sentirsi fuori posto: la cura attraverso la storia dell’esilio          

 

Hai presente quella sensazione pungente che ti prende quando sei in un posto che conosci eppure ti senti un estraneo?

Prima o poi capita a tutti di sentirsi così, anche se solo per un’occasione; forse sono sensazioni momentanee o forse quei pensieri si prolungano da tanto.

Sentirsi al posto sbagliato, fuori posto, non sentirsi a casa.

 

L’autore C.S.Lewis scrisse: “Se trovo in me dei desideri che nulla in questo mondo può soddisfare, l’unica spiegazione logica è che sono fatto per un altro mondo”.

 

Nel codice delle nostre sensazioni di estraneazione e solitudine è scritta la motivazione che le fa affiorare: siamo creature dell’Eterno Dio e lontano da Lui non sappiamo chi siamo e a chi apparteniamo.

È un’affermazione che può suscitare disaccordo, ma vorrei spiegarla, partendo dall’incipit della Parola di Dio.

 

Nel principio c’era Dio. Lui crea il cosmo, un uomo, Adamo e poi una donna, Eva, entrambi a sua immagine e somiglianza. La loro casa è Eden, un giardino lussureggiante in cui terra e cielo si fondono.

Adamo ed Eva lavorano, vivono e si amano beatamente. Stanno con Dio, accolti, sono a casa nel giardino, in armonia e pace finché il nemico di Dio sottoforma di serpente, li inganna.  Il serpente seduce prima Eva e poi Adamo. Entrambi si ribellano a Dio infrangendo l’unico NO che il Signore aveva consegnato loro per proteggerli: mangiano il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male e precipitano con tutta la creazione nel peccato e nella morte.

 

In un batter d’occhio sentono la vergogna sulla loro pelle, diventano come due estranei, si coprono di foglie e si nascondono da Dio. Non possono più stare nel giardino, non possono più stare con Dio e vengono cacciati fuori dal giardino, verso oriente. Non potranno più tornare indietro, perché ci sono dei cherubini di guardia con una spada vibrante e fiammeggiante.

Inizia l’esilio dell’uomo e della donna: sono lontani da Dio, propensi a commettere il male che non conoscevano prima, si sentono fuori posto, non più in pace con Dio né tra di loro, non sono più a casa.

 

Nella loro tristezza, portano un grande segno della grazia del Signore perché Eva, come promesso in Genesi 3:15, partorisce dei figli e la sua speranza è certamente quella di vedere presto nella sua progenie IL FIGLIO che schiaccerà la testa alla progenie del serpente. Tuttavia i primi parti mostrano quanto presto prorompa nella storia dell’umanità il fratricidio. Caino uccide Abele e quel crimine lo aliena sia dal suolo sia dalla comunità. E’un uomo in esilio, un vagabondo e fuggiasco sulla terra che si allontana dalla presenza del Signore per andare a oriente di Eden.

 

A Est di Eden, esilio dopo esilio, la discendenza di Caino si sposta progressivamente lontano da Dio, sempre più separati, sempre più estranei.

La follia del peccato continuerà a rovinare uomini e donne in questo modo?

Ci vorrebbe un reset. Un diluvio? Neppure quello farà ripartire tutti col piede giusto mentre la Terra riemerge asciutta e si ripopola.

 

Intanto nelle basse pianure d’Oriente, certi uomini si stanziano con il vanto della propria capacità architettonica: l’impresa è costruire una torre per essere come Dio! Dio, che è ineguagliabile, li interrompe e li disperde!

Da Babele le persone diventano ancora più estranee anzi, straniere perché non si comprendono più e l’esilio ancora una volta è il giudizio di Dio sull’orgoglio umano.

Il giudizio è dunque la sua ultima parola o c’è speranza nella sua grazia?

 

La Sua grazia infinita chiama dalla città di Ur, Abramo, affinché lasci casa e famiglia allargata. Abramo e sua moglie diventano nomadi in viaggio verso una terra promessa, in attesa di un figlio promesso, per vivere la benedizione promessa che si estenderà a tutte le famiglie della Terra.

Vivono da migranti in terra straniera senza vedere la terra da ereditare, sono esuli attempati, accampati in tende senza una dimora stabile mentre aspettano la città con delle vere fondamenta il cui architetto e costruttore è Dio. (Ebrei 11:8-9)

 

Dal figlio Isacco, la progenie di Abramo come promesso diventa un popolo numeroso che si stabilisce a Canaan, la terra promessa e vive in pace. A questo punto c’è un colpo di scena, (solo se non siamo state ben attente a quello che Dio aveva già predetto ad Abramo in Gen 15!): sopraggiunge una carestia e si devono spostare tutti in Egitto! Diventano esuli e schiavi per 400 anni!

Questo è l’esilio più prolungato che il popolo di Dio affronta nonostante non ci fosse un giudizio di peccato. Israele viene angariato e maltrattato dal Faraone che schiavizza gli ebrei per usarli nell’ampliamento delle città e monumenti.

 

Torneranno mai più a Casa?

Dio suscita un liberatore, Mosè, che con la sua mitezza sopporta il viaggio della speranza con “un’accozzaglia di gente raccogliticcia” come scrive in Numeri 11:4, per ben quarant’anni anni mentre il tragitto dall’Egitto a Canaan avrebbe richiesto solamente undici giorni!

Eppure, nella sua benevolente grazia, per il suo patto d’amore infrangibile, il Signore sopportò un popolo lagnoso e ribelle portando tramite Giosuè a destinazione la nuova generazione. Mosè muore, al di fuori della Terra promessa, salutandola da lontano, come un uomo in esilio.

Passano le generazioni, passano i tempi dei giudici in cui ognuno fa ciò che gli pare meglio e arriva il tempo dei re. Tra loro Davide prima di salire al trono vive da fuggiasco ed esule braccato da Saul.

Paura, frustrazione, dubbio, tradimento, abbandono e solitudine. Si realizzerà mai la promessa di Dio per Davide e per suo figlio Salomone di un trono e di un regno eterno?

 

Il regno presto si frantuma, i sovrani successori inducono il popolo a peccare di idolatria e ciò che Dio aveva detto nella Torà, in Deuteronomio 28, diventa un giudizio reale: l’esilio è la misura d’eccellenza che Dio usa per manifestare la sua giustizia sul suo popolo ribelle che nonostante i molteplici richiami e moniti dei profeti, non torna al Signore Dio.

Sia Israele sia Giuda, in tempi e luoghi diversi, vengono invasi e poi deportati. L’esilio a Babilonia durerà settant’anni e Daniele con i suoi amici, come aveva esortato Geremia, cercheranno il bene della città benedicendo la popolazione con la loro sapienza e vivendo da esuli fedeli al Signore, essendo sale e luce della terra, fino al debito rientro a Gerusalemme. Non stavano più nella pelle, volevano tornare a casa!

 

Intanto, mentre si ricostruivano le mura e il tempio, anche se il popolo di Israele era finalmente residente nella sua terra, nei loro pensieri erano sempre lontani, distanti da Dio. Nei loro cuori erano ancora in esilio.

 

Dalle radici di quella terra, dopo anni di silenzio e attesa, da un tronco chiamato Isai, da una quercia o un terebinto spunta un rampollo, un ramo nuovo della progenie di Davide (Isaia 11) che discende da Giuda e quindi dalla progenie di Eva. Cresce come una pianticella in un suolo arido. (Isaia 53)

È l’Eterno Figlio di Dio che lascia il suo trono e viene in esilio in carne ossa sulla Terra.

Viene per stare con noi, ha abitato fra noi, si chiama Emmanuele, Dio con noi. È venuto in casa sua, ma i suoi non lo hanno ricevuto. (Giov. 1:11)

Appena nato, fu esiliato. Il papà e la mamma scapparono in Egitto per scampare all’infanticidio di massa promosso da Erode e poi, rientrò nei confini di Canaan, sotto il dominio romano. Gesù era uno dei conquistati, senza status sociale elevato, né possedimenti. Lui accoglieva gli esiliati della società: guariva i malati, sfamava gli affamati, coinvolgeva le donne marginalizzate, avvicinava gli stranieri anche se nemici.

In esilio dal cielo, si è fatto uomo, si è abbassato a rango di servo, è stato spregiato, arrestato e condannato per noi. Per noi è stato abbandonato dal Padre, per noi ha affrontato l’esilio della morte essendo strappato dalla terra dei viventi.

Il suo esilio fino alla croce ha assorbito il nostro esilio, ha sanato la nostra lontananza da Dio per farci tornare a casa con Lui! In Cristo non siamo più esiliate da Dio, ma siamo esiliate dal mondo, ora siamo nel mondo, ma non più del mondo. (Giov. 15:19)

 

Ricordiamocelo quando sprofondiamo in una crisi d’identità, quando siamo confusi e insoddisfatti, quando ci sembra di essere fuori posto.

Riflettiamo in preghiera su questa tensione che emerge più o meno prepotentemente e ci accompagnerà fino a che vivremo nel tempo del “già ma non ancora”. Ogni sussulto e ruggito che emerge dal nostro esilio viene vinto dall’amore di Cristo che ci ha conquistate e che ci vuole a casa con sé.

Ci pensi mai che Gesù è andato a prepararci una casa con molte stanze?

 

Sì, la Nuova Creazione con i nuovi cieli e la nuova terra, supererà l’Eden. Niente di maledetto potrà entrare nel nuovo giardino e mandarci fuori per essere nuovamente in esilio. Non ci saranno più i cherubini guardiani con le spade davanti all’albero della vita, ma le porte saranno sempre aperte per chi è coperto dal sangue di Cristo.

La sua casa, sarà la nostra casa, il suo giardino, sarà il nostro giardino.

Vieni Signore Gesù!

 

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Questo articolo è stato prodotto come risorsa per il Corso Radicate nella Parola di cui puoi trovare più informazioni seguendo questo link https://www.coramdeo.it/radicate-nella-parola/

 

Foto di Florin Gorgan su Unsplash

Tematiche: Bibbia, Teologia

Emanuela Quattrini Artioli

Emanuela Quattrini Artioli

Lavora con il ministero di Coram Deo e serve nella Chiesa “Sola Grazia” di Porto Mantovano, Mantova, come insegnante per le donne. È sposata con Andrea da 30 anni e madre di tre figli.

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