Che fine hanno fatto gli uomini di Dio?

 

Dove sono finiti tutti gli uomini di Dio?

 

In questi giorni ho riflettuto spesso e con crescente interesse sul tema. Se la carenza di uomini di Dio fosse dovuta semplicemente ad un fatto di personalità o preferenza quanto al ministero da svolgere, allora i dispersi si conterebbero sulla punta delle dita. Tuttavia non è questa la motivazione.

La chiesa ha un forte bisogno di risveglio e rinnovamento; e per dirla con le parole di Richard Baxter, il suo più grande bisogno potrebbe sicuramente essere quello di avere degli uomini di Dio.

 

Non molto tempo fa il termine “uomo di Dio” era comune, veniva tenuto in elevata considerazione nelle chiese. La parola era di frequente accostata a termini come “grande predicatore”, “brillante teologo” o “scrittore di talento”, superati poi in valore. Ora sembra che la caratteristica di “uomo di Dio” possa trovare la stessa considerazione del credente che accompagna i fratelli al culto e del leader dell’adorazione – un’accezione ampiamente superata appartenente ad un’era passata della vita di chiesa.

È come se qualcuno si fosse intrufolato nel centro commerciale del Regno per cambiare tutte le etichette dei prezzi, invertendo e stravolgendo il sistema di valori di Dio. Abbiamo dato sempre più importanza agli aspetti superflui e mondani del ministero cristiano, svilendo allo stesso tempo i suoi veri valori e le sue virtù. Nonostante ciò nel sistema economico di Dio il carattere prevale sul talento e la santità ha la meglio sul dono.

 

Nel sistema economico di Dio il carattere prevale sul talento e la santità ha la meglio sul dono.

 

Perché gli uomini di Dio scarseggiano?

Perché c’è carenza di uomini di Dio? Obiettivamente è quasi impossibile misurare la consacrazione, almeno tanto quanto è complicato contare gli uomini di Dio. Al di là di questo ci sono tre fattori che contribuiscono in particolar modo alla mancanza di uomini di Dio.

 

1. Molte chiese non ricercano uomini di Dio.

Considerata la complessità dei ministeri moderni, molte chiese nel ricercare le caratteristiche dei propri candidati al ministero danno un’enorme priorità alla capacità e all’esperienza piuttosto che alla consacrazione. Spesso le chiese invece d’osservare il cuore come prima cosa, ricercano degli amministratori competenti, degli abili oratori, persone di raffinate capacità, con una bella famiglia ed altri aspetti secondari. Come l’antico popolo d’Israele tendiamo a guardare all’apparenza; mentre Dio guarda al cuore.

 

2. Molti ministeri non hanno più bisogno di consacrazione.

Mai come in questo momento nella storia del cristianesimo si può notare una certa distanza tra il ministro e la comunità. Nel susseguirsi delle epoche i pastori hanno vissuto assieme alla loro comunità (nel Nuovo Testamento), per la loro comunità (nella casa pastorale) e vicino alla propria comunità. Adesso, partendo dalla dimensione della chiesa per arrivare all’espansione delle strutture a supporto, ogni cosa ha contribuito a generare distanza tra il pastore ed il suo gregge. Senza contare i pastori che predicano in rete i quali spesso non hanno più nessun rapporto con la propria comunità.

I credenti molto impegnati non desiderano avere un rapporto personale con i propri ministri di Dio, allo stesso modo i ministri determinati hanno meno tempo per curare l’interazione personale. Nonostante i social media concedano un’apparenza di coinvolgimento personale la realtà dei fatti potrebbe essere diametralmente opposta. Il divario tra il pastore e la sua comunità evidenzia che c’è meno impegno verso un coinvolgimento permanente e meno responsabilità morale gli uni verso gli altri.

3. La “pressione sociale” del ministero non punta alla consacrazione.

La “pressione sociale” del ministero è orientata agli eventi, ai prodotti, alle conferenze ed alle apparecchiature. È come se gli ammenicoli e gli abbellimenti del ministero avessero sostituito gli aspetti eterni più biblici, come ad esempio la consacrazione. Forse è per questo motivo che Matthew Henry denuncia il fenomeno dei molti predicatori che “quando sono sul pulpito predicano così bene che è un peccato che debbano scendere; ma, quando sono fuori dal pulpito vivono in un modo così riprovevole che è un peccato che ci siano saliti”.[1]

Uomini di Dio, ma in termini biblici

“Uomo di Dio” è una designazione biblica riservata a giganti della fede come Mosé, Samuele, Davide, Elia ed Eliseo nel Vecchio Testamento. Nel Nuovo Testamento Timoteo è l’unico nominato come tale. Questo titolo non conferiva soltanto una mera onorificenza. Era invece una designazione elevata e nobile – concessa a uomini le cui vite ne fossero degne.

 

Nel contesto di I Timoteo 6, il titolo “uomo di Dio” è associato all’azione.

Si basa su una serie di ammonimenti, disposizioni ed incoraggiamenti che fluiscono in maniera descrittiva e prescrittiva. Paolo istruisce Timoteo dicendo che l’uomo di Dio è noto per fuggire l’immoralità, lottare per la fede e per seguire le orme di Cristo. Inoltre 2 Timoteo 3:15-17 collega l’adeguamento dell’uomo di Dio al potere e l’autorità delle Sacre Scritture.

Chiaramente il Nuovo Testamento mette in primo piano la consacrazione nella vita del ministero. Le qualifiche per il ministero elencate in 1 Timoteo 3:1-7 e Tito 1:6-9 riguardano principalmente il carattere, senza alcun riferimento alle capacità, a parte l’abilità d’insegnare. Da qui, l’intramontabile ammonimento ministeriale: “Guardati dal lasciare che le tue capacità ti portino ad ottenere un ministero che il tuo carattere non è in grado di portare avanti”.

Uomini di Dio, il bisogno imminente

Nel complesso la chiesa moderna possiede praticamente tutto ciò di cui ha bisogno – risveglio a parte.

Abbiamo il maggior numero di conferenze di sempre, ma vediamo meno conversioni. Abbiamo molti più libri e blog di quanti ne avessimo un tempo, ma molti meno battesimi. Abbiamo più prodotti e cianfrusaglie di un tempo ma molto meno potenza. Anzi, abbiamo abbondanza di risorse e per contro una carenza di risvegli.

Certamente il risveglio è un’opera dello Spirito Santo, iniziata e portata avanti da Dio. Allo stesso tempo non possiamo aspettarci che Dio benedica la nostra superficialità, l’arretratezza ed infine la nostra carnalità. Forse il risveglio non arriverà tra le sedie di una comunità se non giunge prima dal pulpito. Probabilmente il bisogno più grande di una chiesa è avere uomini di Dio che curino il gregge di Dio in santità e con molta grazia.

 

Quindi, dove sono finiti tutti gli uomini di Dio? Non ne sono certo ma prego che Dio spinga una nuova generazione di uomini che abbiano un cuore messo a parte e che siano devoti alla gloria di Dio. Come supplica l’antico inno: “Risvegliati o uomo di Dio! La chiesa è lì che ti aspetta, le sue forze non sono tali da riuscire a portare a termine il proprio compito; risvegliati e rendila grande!”[2]

 

 

 

 

 

[1] Matthew Henry: Commentario completo sulla Sacra Bibbia: da Matteo a Giovanni (Philadelphia: J. B. Lippincott, 1859), 229.

[2] William P. Merrill, “Risvegliati o uomo di Dio”

 

 

Traduzione a cura di Merlini Elena

Tematiche: Crescita spirituale, Mascolinità

Jason Allen

Jason Allen

 

E’ il presidente del Midwestern Baptist Theological Seminary di Kansas City, nel Missouri.

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