La gestione del nostro orgoglio

 

 

E’ curioso che ogni uomo debba vantarsi di qualcosa.

L’uomo che non si vanta proprio di nulla non esiste e non ha precedenti in questo mondo. La mente dell’uomo è congegnata in maniera così meravigliosa che, quand’essa era ancora santa e intatta, i suoi pensieri avrebbero dovuto per sempre fluire costantemente da sé verso Dio in un’estasi di lode e di delizia. Il peccato non ha alterato questa tendenza costituzionale dell’animo umano, ma l’ha diretto verso obiettivi diversi, così che, invece di rivolgersi a Dio, cioè al Suo Creatore, si rivolge ora, con perverso piacere, ad adorarne la creatura.

 

Nella natura delle cose esistono solo due obiettivi verso cui l’anima dell’uomo può essere incline con orgoglioso piacere. Essa può volgersi a Dio oppure a sé stessa.

 

 

IL LEGAME DELL’UOMO

L’uomo senza Cristo si trova nella non invidiabile posizione d’essere lo schiavo di sé stesso. E non solo egli è semplicemente così, ma non può evitare d’essere altrimenti. “Voi sarete come dei” (Gen. 3:5) fu il sussurro del tentatore ai nostri progenitori e ciò fu adempiuto quando l’uomo cadde, ma lo fu in modo atroce e diabolico. Nelle facoltà dell’anima dell’uomo, al momento della Caduta, si sono verificati una rivoluzione ed un ridirezionamento degli affetti, cosa questa che avrebbe poi avuto effetti catastrofici.

 

Laddove prima era istintivo per l’uomo vantarsi nel Signore, da allora in poi divenne istintivo per l’uomo vantarsi di sé. A causa della Caduta, l’uomo è stato afflitto dal complesso di Narciso. Per qualche misterioso giudizio di Dio al primo apparire del peccato la chimica dell’anima fu alterata. L’orientamento d’ogni facoltà umana venne completamente capovolto, volgendosi ora a sé. Dio fu esiliato in periferia e l’IO fu innalzato sul trono, e così, per rompere quelle catene (adamantine) che ci legano al nostro amore naturale per la vanagloria, occorre un potere infinito.

 

LA NUOVA NASCITA

La nuova nascita non è altro che l’esercizio di una benevola pulsione dell’infinita energia di Dio che agisce all’interno del caos delle facoltà decadute dell’uomo al fine di ricomporle, di massima, a ciò che erano prima della Caduta. La nuova nascita precede la fede in noi. Dichiarare, come in molti hanno fatto, che per nascere di nuovo dobbiamo credere è un’assurdità, sarebbe come dire che una lampadina deve accendersi prima che l’interruttore sia premuto. Nell’uomo, non è la fede l’energia che produce la nuova nascita e non rappresenta neppure la condizione che Dio richiede per compiere la Sua potente opera.

 

Al contrario, la fede è l’evidenza che la nuova nascita è già avvenuta nell’animo umano. In questo senso venne scritto “…non viene da voi: è il dono di Dio” (Ef. 2:8). E’ impossibile che la fede esista prima che Dio faccia rivivere l’anima, perché la fede è un atto dell’anima vivificata. La fede, come altre grazie dell’evangelo, è, nell’uomo, il frutto dello Spirito antecedente l’azione. Definire la fede come un’azione possibile al peccatore non ancora salvato significa conferire con onnipotenza dignità alla volontà decaduta dell’uomo e, allo stesso tempo, insultare Dio nostro Salvatore. Questa è la teoria della nuova nascita, ed è elementare per un cristiano correttamente istruito. Ma non è così elementare o facile per lui comprendere come questa dottrina operi. Ed è di questo che ora parleremo.

 

EFFETTI PRATICI

Sulla base di ciò che abbiamo dichiarato ne consegue che un comportamento caratteristico della vera cristianità è quello di dare tutta la gloria a Dio. Se la Caduta ha gettato un tal disordine nelle facoltà della nostra mente che ci portava, come peccatori, a gloriarci in noi stessi, ne consegue che la nuova nascita ha rimesso ordine nelle nostre facoltà, cosicché noi, come cristiani, ci gloriamo in Dio soltanto. Questo dovremmo fare, e in realtà facciamo, quando agiamo come figli di Dio secondo quella nostra caratteristica peculiare. Il nostro più profondo desiderio, infatti, non è altro che far di Lui il nostro vanto. Noi, è vero, non lo glorifichiamo “perfettamente”, ma lo facciamo sinceramente e di tutto cuore.

 

Nessun cristiano, comunque, si avvia sul cammino della pietà prima di esperimentare, nella propria natura, uno sconcertante impulso: quello di vantarsi di sé. Due emozioni seguono da vicino questa colpevole esaltazione di sé: la prima è il piacere, ogni uomo ama lodarsi. Per noi l’amore di sé è dolce come il miele, anche se solo per un breve momento. La seconda emozione, comunque, è quella della vergogna per l’esserci permessi d’agire, o anche pensare, in un modo così estraneo al nostro carattere poiché l’amore per sé stessi, per l’anima, non è altro che idolatria.

 

QUANDO CI VANTIAMO

Quando il cristiano si gloria di sé stesso normalmente viene velocemente avvertito della sua colpa. Un’ombra attraversa la sua mente e viene privato della luce del volto di Dio. Comincia ad avere problemi di coscienza. Il cristiano che si innalza con pensieri orgogliosi pieni d’amore per sé stesso si sente spoglio e nudo davanti al tribunale di Dio e il velo della pace gli è quindi strappato via con forza.

 

Quando dunque la coscienza ha compiuto il suo compito fedele, seguono ulteriori reazioni dell’anima: disgusto di sé ed auto-analisi. Con un fil di respiro il credente esamina il suo odioso crimine. Dio, che sappiamo e riconosciamo per essere pieno d’amore, è ora riconosciuto come Colui che è stato derubato del suo giusto onore. Per una mente spirituale, questo furto vale come un tradimento. Giustamente l’anima ora cambia fino a diventare accusatrice di sé stessa e si rimprovera severamente: “Ah, canaglia, cuore orgoglioso che dimori in me, tu hai derubato Dio! Tu hai recitato la parte di Satana che pensò d’innalzarsi sopra il trono di Dio. Tu, folle cuor mio, piegati nella polvere ed implora il perdono di Dio, ch’Egli non sia ferito ed aggravato da questa malvagità!” L’arte d’essere cristiani è, in massima parte, l’arte di governare le emozioni dell’anima. Ed è un compito così arduo, che Dio, il quale solo conosce quel ch’è nell’uomo, lo descrive come l’opera più difficile ed abile di quella di un uomo di Stato o del generale di un esercito: “Chi è lento all’ira, val più del prode guerriero; chi padroneggia sé stesso val più di chi espugna una città”(Prov. 16:32).

Catturare una città in guerra e governarla con tirannia quando la si è conquistata sono compiti possibili a uomini senza una forza soprannaturale. Ma solo la grazia divina può rendere l’uomo capace di governare il suo stesso spirito e di mortificare il suo istintivo amore per le lodi dell’uomo. Il miglior cristiano è colui che meglio sa governare la sua anima e che colpisce implacabilmente il serpente dell’orgoglio con la spada della mortificazione. Non c’è alcuna traccia d’orgoglio nel ritratto di Cristo che il Nuovo Testamento ci dipinge.

 

IL “GESU’” LIBERALE

La visione liberale di Gesù è un’assurdità perché “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”. La teologia liberale vuole possedere un Gesù umano e, allo stesso tempo, un Gesù che possiamo ammirare. Ma questo è un progetto impossibile da attuare! Se il Gesù dei Vangeli fosse soltanto umano, allora sarebbe il megalomane più grande di tutti! Che ammirazione può mai ispirare un uomo che può dire: “Io e il Padre siamo uno” (Giov. 10:30)? E ancora: “Prima che Abrahamo fosse nato, io sono” (Giov.8:58)? Se Gesù fosse soltanto ciò che i modernisti hanno fatto di Lui, allora le Sue asserzioni sono veramente blasfeme proprio come le giudicavano i Giudei ai suoi tempi! Non si può trarre che una conclusione dal concetto liberale di Gesù: che noi probabilmente non possiamo ammirarlo o condividerne le rivendicazioni.

 

Nessuna concezione teologica di Gesù realizza le sue dichiarazioni se non quella apostolica secondo la quale Egli è il Dio incarnato che può disporre per sempre l’assoluta ubbidienza di tutta l’umanità. Ma, negli ultimi secoli, la teologia liberale ha svuotato le chiese in maniera più efficace di quanto avrebbe potuto fare un’orda di Saraceni perché ha fatto di Cristo, nient’altro che un uomo. Non è da molto che l’uomo della strada ha compreso che un uomo “qualunque” non ha diritto alla nostra adorazione, e, a causa di ciò, ha lasciato i banchi della Chiesa. La teologia liberale oggi ha cambiato nome, ma tuttora continua a regnare su molti pulpiti ed a negare la gloria di Cristo.

 

Il vero Cristo (meraviglioso a dirsi!) è l’uomo più mite che sia mai vissuto. Considerando che Egli è il Signore della Gloria, quand’era tra noi ha mostrato la propria mitezza anche durante i più svariati maltrattamenti, al punto da disorientare perfino il brutale Pilato.

 

Nessun uomo ha mai governato il proprio spirito umano così come ha fatto il Signore Gesù Cristo. Sebbene sia stato osservato ogni giorno da migliaia di nemici, non ha mai mostrato neppure per un istante la più debole traccia d’egoismo, d’impazienza o d’ira ingiustificata.

 

IL BISOGNO D’ASSOMIGLIARE A DIO

L’orgoglio è uno dei peccati più comuni nella Chiesa moderna e ciò prova quanto poco noi realmente conosciamo della “mente di Cristo” (Fil. 2:5)[1]. Un uomo si vanta dei propri doni, un altro dei numeri ed un altro ancora della propria eloquenza. Come generazione cristiana abbiamo poca capacità di governare il nostro orgoglio. Non è sufficiente aggiungere l’etichetta “riformato” alla nostra corrente per curare questo male. E’ bellissimo essere intimoriti dal fatto di non prendere seriamente la chiamata “ad umiliare noi stessi sotto la potente mano di Dio” (1 Pt 5:6). Benedetto è quel credente che ha imparato a “gloriarsi soltanto della croce di Cristo” (Gal. 6:14)! Felice è anche quella chiesa laddove vantarsi è aborrito e rifuggito! L’uomo deve vantarsi di qualcosa e il mondo si vanta di sé, ma questo è proprio ciò che nessun cristiano deve permettersi di fare. Vogliamo “l’unzione”? Vogliamo la “potenza”? Vogliamo il “risveglio”? Sarebbe il passo più grande verso tutti gli obiettivi se soltanto potessimo imparare a crocifiggere il nostro orgoglio maledetto con più fermezza. Perché solo allora noi sperimenteremo come Dio si avvicini ancor più a noi nella nostra debolezza. E in che debolezza siamo!

 

[1] la traduzione inglese di questo passo è più letterale di quella italiana.

 

Tematiche: Orgoglio, Vita Cristiana

Maurice Roberts

Maurice Roberts

 

Dopo aver insegnato latino e greco nelle scuole secondarie scozzesi, ha studiato teologia al Free Church of Scotland College di Edimburgo. Fu ministro della Ayr Free Church of Scotland dal 1974 al 1994, e poi della Congregazione dei Greyfriars, Inverness, dal 2000 una congregazione della Free Church of Scotland (Continuing).

È stato redattore della rivista The Banner of Truth dal 1988 al 2003 ed è autore di diversi libri

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