La storia della città

Non sappiamo dove fosse l’Eden. Le Scritture sembrano suggerire che si trovasse su una montagna, dato che da lì fuoriuscivano dei fiumi e il profeta Ezechiele lo chiama “monte santo di Dio” (Ezechiele 28:14, 16). Ciò che è evidente è che la città dell’uomo, o per lo meno il suo spirito, invase il giardino di Dio. La città dell’uomo è caratterizzata dalla cupidigia, peccato in cui sicuramente caddero Adamo ed Eva. Altro tratto distintivo è il rifiuto della parola di Dio e della sua presenza: Adamo ed Eva rifiutarono le sue parole e giunsero a temere la sua presenza. La città dell’uomo ha stipulato un patto con il dio di questo mondo, cosa che Adamo ed Eva fecero nel giardino. In essa si promette che uomini e donne saranno come dèi; questa è la stessa promessa che il serpente fece a Eva.

Se da Genesi 3, dove Adamo ed Eva furono banditi dal giardino, passiamo al cap. 4 troviamo la storia dell’omicidio di Abele a opera del fratello Caino, che divenne “vagabondo e fuggiasco sulla terra” (Genesi 4:12). Caino avvertì quanto fosse vulnerabile a causa della sua solitudine ed era sicuro che chiunque l’avesse trovato l’avrebbe ucciso; perciò, per grazia, Dio mise un segno su di lui “affinché nessuno trovandolo, lo uccidesse” (v. 15). Per grazia Dio lo mise al sicuro per mezzo di quel segno, qualunque esso fosse, ma Caino non credette che fosse sufficiente a proteggerlo. Non voleva avere niente a che fare con Dio, così “si allontanò dalla presenza dell’Eterno e dimorò nel paese di Nod, ad est di Eden […] Costruì una città, a cui diede nome Enok, dal nome di suo figlio” (vv. 16-17).

Non si fidò della sicurezza che Dio gli aveva fornito, così decise di crearsela da sé, costruendo una città. In questa città non c’era alcun interesse a ubbidire ai comandamenti di Dio: non si osservava il suo comandamento che stabiliva che ogni uomo si unisse a una sola donna per la vita; dunque non dovremmo sorprenderci al leggere che uno dei discendenti di Caino prese due mogli (v. 19). Le arti, la cultura e la tecnologia erano molto sviluppate, ma qualcosa di marcio stava fermentando in quella città. Genesi racconta in particolare di uno dei suoi abitanti, Lamek; egli disse alle sue mogli: “Ho ucciso un uomo perché mi ha ferito” (v. 23). Da’ fastidio a quest’uomo e ti ucciderà: evidentemente, non era veramente possibile trovare una completa sicurezza in questa città caratterizzata da una crescente violenza.

In Genesi 4, la città spirituale dell’uomo assume la forma di una città fisica, ma prima della fine del capitolo, assistiamo anche alla fondazione della città spirituale di Dio. La città di Dio nasce come città spirituale, piuttosto che fisica, e continua a essere tale. Leggiamo che Adamo ed Eva ebbero un figlio di nome Seth e che “allora si cominciò a invocare il nome dell’Eterno” (Genesi 4:26). Ecco la città spirituale di Dio, una città costruita sulle preghiere e le invocazioni a lui, piuttosto che sulla separazione e sull’allontanamento dal Signore. Era fondata sull’umiltà piuttosto che sull’orgoglio, sulla dipendenza invece che sull’indipendenza. Coloro che risiedevano nella città riconoscevano che la sicurezza e il valore di cui avevano bisogno poteva giungere solo da Dio.

 

La città di Babele

Pochi capitoli dopo leggiamo: “E avvenne che, mentre si spostavano verso sud, essi trovarono una pianura nel paese di Scinar, e vi si stabilirono […] E dissero: «Orsù, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo, e facciamoci un nome, per non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra»” (Genesi 11:2-4). Dio aveva sempre voluto che tutta la terra fosse abitata da persone che riflettessero la sua gloria e che lo invocassero come loro Signore, ma di fatto non si stavano espandendo e distribuendo; anzi, si stabilirono a Scinar, sperando di trovare la loro sicurezza nei numeri e nel valore del loro progetto congiunto. Invece di dare a gloria a Dio, decisero di lavorare per la loro gloria, ma i molti sforzi si ritorsero contro di loro. Dio discese e confuse la loro lingua così che non riuscirono più a complottare insieme contro di lui. Il nome della città diventò Babele, che significa “confusione”. È vero, divennero rinomati, ma non esattamente nel modo in cui avrebbero sperato.

 

La città di Sodoma

Una delle famiglie disperse sulla faccia della terra finì a Ur dei Caldei, una città del paese di Babilonia (Babele diventò Babilonia nel paese di Babilonia). Come vedremo nel corso della storia della città, Dio continua a esortare il suo popolo a uscire da Babilonia e stabilirsi nella città di Dio. Questo fu il caso di Abramo: “Or l’Eterno disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò»” (Genesi 12:1). Lo scrittore agli Ebrei ci dice:

 

“Per fede Abrahamo, quando fu chiamato, ubbidì per andarsene verso il luogo che doveva ricevere in eredità; e partì non sapendo dove andava. Per fede Abrahamo dimorò nella terra promessa, come in paese straniero, abitando in tende con Isacco e Giacobbe, eredi con lui della stessa promessa, perché aspettava la città che ha i fondamenti, il cui architetto e costruttore è Dio” (Ebrei 11:8-10).

 

Abramo non voleva costruirsi una città per proteggersi da Dio; piuttosto aspettava la città costruita da Dio. Suo nipote Lot, tuttavia, vedeva le cose molto diversamente: “Abramo dimorò nel paese di Canaan, e Lot abitò nelle città della pianura e giunse a piantare le sue tende fino a Sodoma. Or la gente di Sodoma era grandemente depravata e peccatrice contro l’Eterno” (Genesi 13:12-13).

Venne il giorno in cui Dio ne ebbe abbastanza dell’iniquità di Sodoma; alte grida da tutti gli afflitti e dalle povere vittime di Sodoma, della sua violenza sessuale e della sua ingiustizia arrivarono fino a Dio (Ezechiele 16:49). Lot però era molto attaccato a Sodoma; in altre parole, era proprio come noi. Una parte di lui odiava il mondo, ma un’altra parte lo amava e non voleva abbandonarlo. Fortunatamente per Lot, gli angeli che Dio mandò prima del giudizio “presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, perché l’Eterno aveva avuto misericordia di lui, lo fecero uscire e lo condussero in salvo fuori della città” (Genesi 19:15-16). Una chiara immagine di quello che abbiamo bisogno che Dio faccia per noi! A meno che Dio nella sua misericordia non ci prenda per mano e non ci porti via, moriremmo insieme a tutti gli altri abitanti della città dell’uomo.

 

La città di Gerusalemme

Ai giorni di Abramo c’era una città chiamata Salem, che significa shalom o “pace”. A governarla era un buon re di nome Melchisedek, che era anche sacerdote di Yahweh (Genesi 14:18). Quando il popolo di Dio fu portato nella terra della promessa, Dio diede loro in possesso molte delle città di Canaan, ma ci fu una città che non riuscirono a conquistare: Gebus. Quando Davide diventò re d’Israele, c’era bisogno di una capitale che fosse collocata in posizione centrale tra le dodici tribù, una città che diventasse una fortezza in caso di attacchi.

Davide prese Gebus e la rinominò Gerusalemme; diventò la città in cui era situato il palazzo del re d’Israele, ma soprattutto quel colle santo dove Dio stesso abitò nel suo tempio in mezzo al popolo. Gerusalemme doveva essere una città santa, la “città di Shalom”, dove il popolo di Dio avrebbe gioito della presenza di Dio. Doveva essere una città dedicata alla gloria del nome di Dio e all’ampliamento della sua signoria e autorità. Purtroppo non fu nulla di tutto ciò.

La storia di Gerusalemme sembra confermare tutto ciò che potremmo aspettarci dalla storia della Bibbia. Ebbe dei giorni gloriosi: leggiamo in 1 Re che Dio stesso venne a risiedere nel tempio costruito da Salomone; sappiamo che la regina di Sceba andò lì perché desiderava vedere con i suoi occhi se fosse vero tutto ciò che aveva sentito dire. Purtroppo leggiamo anche che Salomone vi condusse delle mogli straniere e con loro anche il culto di divinità pagane. Salomone si abbeverò dell’elisir servito dalla città dell’uomo, mentre continuava a costruire città per i suoi carri e la sua cavalleria facendo ricorso al lavoro forzato. Arrivò persino a chiamare alcune città con i nomi di false divinità (1 Re 9:17-18).

Nel corso dei secoli successivi, Gerusalemme fu profondamente segnata dall’idolatria e da altri mali, incluso il sacrificio dei bambini. Il profeta Isaia si lamentò diffusamente dello stato della città (Isaia 1:21-23).

 

Il profeta Ezechiele scrisse che Gerusalemme era diventata persino più corrotta di Sodoma (Ezechiele 16:48). Dio aveva distrutto Sodoma quando il peccato della sua gente era diventato intollerabile e, allo stesso modo, decise di distruggere Gerusalemme quando il suo peccato avesse raggiunto il colmo. Tuttavia, invece di usare il fuoco, come nel caso di Sodoma, Dio decise di usarsi di una città per giudicare Gerusalemme.

 

La città di Babilonia

La città che Dio decise di usare non era altri che Babilonia. Naturalmente i babilonesi e il loro re non sapevano di essere uno strumento nelle mani di un Dio sovrano, per purificare il suo popolo. Quando marciarono su Gerusalemme, stavano semplicemente facendo ciò che gli abitanti della città dell’uomo fanno normalmente: stavano esercitando la loro potenza, appropriandosi di tutto ciò che trovavano sulla loro strada. Nebukadnetsar portò a Babilonia il re e tutta l’élite della città. Qualche anno dopo le armate babilonesi tornarono a Gerusalemme per deportare il resto degli abitanti Gerusalemme fu bruciata e il tempio fu distrutto.

Ci sembra quasi di vederlo il re di Babilonia che gonfia il petto ed esclama: “Non è questa la grande Babilonia, che io ho costruito come residenza reale con la forza della mia potenza e per la gloria della mia maestà?” (Daniele 4:30). Babilonia era e continua a essere, nelle pagine delle Scritture, la città dell’uomo, caratterizzata dall’arroganza, dall’odio per Dio, dall’amore per se stessa e dalla fiducia nelle proprie forze.

All’inizio della deportazione, il profeta Geremia scrisse agli esuli per correggere i falsi profeti che dicevano che non sarebbero rimasti a lungo in Babilonia.

In realtà sarebbero rimasti lì per settant’anni(Geremia 29:5-7) avrebbero dovuto vivere normalmente, piantando giardini, sposandosi e avendo figli; soprattutto dovevano pregare per il benessere della città. Dovevano immergersi nella Parola di Dio, per resistere alle parole dei falsi profeti presenti tra loro o all’indottrinamento di Babilonia; in questo modo avrebbero costruito la città spirituale di Dio nel bel mezzo della città dell’uomo. Come Gesù disse secoli dopo, sarebbero stati sale e luce, una città posta su un monte (Matteo 5:13-14). Il popolo di Dio non è chiamato a stare separato, ma a essere chiaramente diverso dagli altri abitanti della Città dell’uomo.

Dovevano anche vivere in costante attesa della liberazione e il Signore disse per bocca del profeta Geremia:

 

“Così dice l’Eterno: «Quando saranno compiuti settant’anni per Babilonia, io vi visiterò e manderò ad effetto per voi la mia buona parola, facendovi ritornare in questo luogo. Poiché io conosco i pensieri che ho per voi», dice l’Eterno, «pensieri di pace e non di male, per darvi un futuro e una speranza»” (Geremia 29:10-11).

 

Dio non stava promettendo che avrebbero ricevuto tutto quello che avrebbero desiderato durante quei settant’anni in Babilonia (così come non promette neanche a noi che riceveremo tutto ciò che speriamo nei settant’anni e passa della nostra vita); piuttosto, stava garantendo loro un futuro nella città di Dio, dove il Signore stesso li avrebbe condotti. La loro speranza stava nel credere che in futuro Dio li avrebbe liberati da Babilonia e li avrebbe trapiantati nella città di Dio. Allo stesso modo, i piani che Dio ha per noi, per il nostro bene e non per il nostro male, consistono nel darci un futuro e una speranza nella sua città.

Alla fine il popolo di Dio tornò dall’esilio e ricostruì il tempio e la città di Gerusalemme, che però non furono mai più gloriosi come un tempo; non furono mai all’altezza delle visioni che i profeti avevano ricevuto della città in cui Dio intendeva far abitare il suo popolo. Isaia parlò di una città abbastanza grande da abbracciare tutte le nazioni, dove gli abitanti avrebbero vissuto in pace e giustizia, senza oppressioni, paura o terrore (Isaia 54:2-3, 11-14). Michea scrisse che negli “ultimi giorni” popoli da ogni nazione sarebbero confluiti a Gerusalemme, desiderosi di essere istruiti sulle vie dell’Eterno, così da poterle percorrere; non ci sarebbero state più guerre e tutti avrebbero avuto il necessario per sostentarsi in un luogo in cui nessuno più li avrebbe spaventati (Michea 4:1-5). Ezechiele scrisse: “Da quel giorno il nome della città sarà: “l’Eterno è là”» (Ezechiele 48:35).

Le promesse dei profeti e i salmi che cantavano della città di Dio incoraggiavano il popolo a sperare e attendere il giorno in cui il Re sarebbe venuto nella città di Dio e l’avrebbe trasformata e resa conforme ai piani dell’Eterno.

 

Gerusalemme distrutta

Finalmente arrivò il giorno in cui il Re giunse nella città di Dio. Leggendo il Vangelo di Luca possiamo vivere tutto il dramma del momento. In Luca 9:51 leggiamo che Gesù “diresse risolutamente la sua faccia per andare a Gerusalemme”, mentre nel cap. 13 sta scritto: “Ed egli andava in giro per città e villaggi insegnando, e intanto si avvicinava a Gerusalemme” (v. 22). Lungo il cammino alcuni farisei vennero a dirgli che non sarebbe dovuto andare a Gerusalemme perché Erode voleva ucciderlo. Gesù rispose loro: “Ma oggi, domani e dopodomani devo camminare, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (v. 33). Quale ironia! Gerusalemme sarebbe dovuta essere una città che amava e ascoltava sempre la parola di Dio per bocca dei suoi profeti, ma invece nella sua triste storia vediamo il rifiuto e persino l’uccisione di molti dei profeti di Dio (2 Cronache 24:20-22; Geremia 26:20-23; 38:4-6).

Il più grande di tutti i profeti, colui che non si limitava a pronunciare le parole di Dio ma che è la Parola di Dio fatta carne, si stava preparando a entrare a Gerusalemme. Quando Gesù “diresse risolutamente la sua faccia per andare a Gerusalemme” sapeva perfettamente che ciò significava prepararsi a morire. La seconda parte della sua risposta non era affatto ironica, bensì piena di rammarico per ciò che Gerusalemme sarebbe potuta essere. Il cuore di Gesù era spezzato perché la città aveva rifiutato la grazia di Dio: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati! Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, ma voi non avete voluto!” (v. 34).

Poco tempo dopo, mentre passava per le città di Betfage e Betania in groppa a un puledro d’asino, la gente stendeva sulla strada i propri mantelli e lo benediceva dicendo che era il Re che veniva nel nome del Signore. Quando però si avvicinò a Gerusalemme e la vide, Luca scrive che pianse su di essa (Luca 19:41). In effetti, se analizziamo l’originale greco, vediamo che Gesù non si limitò a asciugarsi velocemente gli occhi da cui erano scese un paio di lacrime, ma il suo fu un vero e proprio lamento, come ne abbiamo visti nei filmati televisivi dei funerali del Medio Oriente. Gesù si lamentò con gran dolore per la futura distruzione della città che era così cruciale per l’opera di Dio nel mondo. Piangendo dirottamente disse:

 

“Oh, se tu, proprio tu, avessi riconosciuto almeno in questo tuo giorno le cose necessarie alla tua pace! Ma ora esse sono nascoste agli occhi tuoi. Poiché verranno sopra di te dei giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti accerchieranno e ti assedieranno da ogni parte. E abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te; e non lasceranno in te pietra su pietra, perché tu non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Luca 19:42-44).

 

In questi passi Gesù spiegò chiaramente perché il giudizio era imminente: avevano rifiutato la parola di Dio e il Figlio di Dio. Quando l’esercito romano di Tito arrivò nel 70 d.C., non fu solo a causa delle mire imperialistiche della potenza mondiale di quel tempo: quelle armate erano uno strumento che Dio stava usando per giudicare la sua amata città. La città terrena di Gerusalemme fu rifiutata da Dio proprio a motivo del suo rifiuto di Gesù.

Gesù si preparò a entrare a Gerusalemme in groppa a un asino, che rappresentava la venuta del Re nella città di Dio. Le porte sarebbero dovute essere spalancate ad accoglierlo, i sacerdoti si sarebbero dovuti schierare lungo il suo cammino ed Erode sarebbe dovuto uscire dal suo palazzo per inchinarsi davanti al vero Re; invece Gerusalemme crocifisse il suo re fuori dalle porte della città. Preoccupata più della purezza cerimoniale che non di quella sincera e genuina, Gerusalemme non voleva che ci fossero morti all’interno della “città santa”. Naturalmente non era affatto santa; con il suo abuso di potere, la sua determinazione ad allontanare Dio, la sua idolatria del tempio e della legge, la sua confusione, Gerusalemme era diventata una Babilonia. Fu fuori della città che il Figlio di Dio puro prese su di sé la corruzione, l’oppressione, l’egocentrismo e il rifiuto della città dell’uomo; si caricò del giudizio riservato a coloro che amavano la città dell’uomo, così che un giorno chiunque sarà disposto a fuggire da questa città per avvicinarsi alla persona di Cristo sarà invitato a dimorare nella città di Dio.

Quaranta giorni dopo esser risorto dai morti, Gesù ascese in cielo. Dieci giorni dopo, la costruzione della città di Dio fece un passo da gigante: lo Spirito Santo scese e ribaltò la maledizione dell’antica città di Babele. A Gerusalemme c’erano persone “da ogni nazione sotto il cielo” (Atti 2:5), riunite per la festa della Pentecoste, ma divise da un elemento, la lingua; improvvisamente, lo Spirito di Dio discese e gli apostoli cominciarono a parlare in lingue così che ognuno poté udire il Vangelo annunciato nella sua lingua. Dalla città di Gerusalemme il Vangelo cominciò a spandersi in tutta la Giudea e la Samaria e fino all’estremità della terra. In Atti leggiamo ripetutamente che la parola di Dio si diffuse: dovunque andasse, riportava alla vita chi l’ascoltava; la gente cominciò a invocare il nome del Signore.

Proprio come Gesù aveva preannunciato, presto giunse il giorno in cui la città terrena di Gerusalemme fu completamente distrutta. Il suo ruolo speciale nei piani divini trovò una brusca fine. Nella Bibbia vediamo che, una volta che la città ebbe rifiutato Cristo, ci fu una chiara inversione di rotta dalla Gerusalemme terrena alla nuova Gerusalemme celeste.

“Infatti non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura”, dice lo scrittore agli Ebrei (Ebrei 13:14). “Ma voi vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, che è la Gerusalemme celeste” (Ebrei 12:22). “Invece la Gerusalemme di sopra è libera ed è la madre di noi tutti” (Galati 4:26).

Amica mia, questa è la città in cui vogliamo vivere, la città futura! È lì che vogliamo mettere radici in profondità, ancorare le nostre speranze. Questa è l’unica città che durerà per sempre.

 

Babilonia distrutta

Negli ultimi capitoli della Bibbia, la storia delle due città diventa più chiara che mai. Assistiamo alla distruzione finale di Babilonia, la città dell’uomo, come pure all’entrata tanto attesa del popolo di Dio nella vera città eterna di Dio, la nuova Gerusalemme.

Babilonia, la città dell’uomo, è invitante con tutte le sue idolatrie, attraente nella sua bellezza, inebriante nei suoi piaceri e nel potere che offre per il perseguimento dei propri progetti, ma anche ingannatrice riguardo al suo destino, che non è altro che la completa distruzione. Cristo tornerà e metterà fine all’influenza di Babilonia e alla sua persecuzione del popolo di Dio. Tutto ciò che promette a persone come me e te – la sicurezza data dal denaro, il valore dato dal successo – sarà distrutto. A causa di questo imminente giudizio, vediamo che Dio chiama il suo popolo:

 

“Uscite da essa, o popolo mio, affinché non abbiate parte ai suoi peccati e non vi venga addosso alcuna delle sue piaghe” (Apocalisse 18:4).

 

Non pensare che questo passo di Apocalisse sia rivolto a una generazione futura. Questa chiamata è per te e per me, proprio oggi. Infatti viviamo a Babilonia, la città dell’uomo, ma dobbiamo farlo con le valigie pronte e i cuori disposti a uscirne per andare a vivere per sempre nella città di Dio quando udiamo la chiamata del vero Re. Egli ci dice di vivere nella costante tensione dell’essere in questo mondo, ma non di questo mondo. Senti questa tensione?

La storia della città che va dalla Genesi all’Apocalisse ci invita a fissare i nostri cuori, piantare le nostre radici, investire le nostre vite e trovare il vero senso nella città di Dio, la nuova Gerusalemme, che durerà per sempre.

 

La nuova Gerusalemme

Giovanni ricevette un’anteprima di questa città da un angelo. Vide “la santa città, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio” (Apocalisse 21:2). Non torneremo nel giardino; piuttosto, siamo diretti in questa città. Dio ha preso possesso proprio di quanto era stato creato allo scopo di escluderlo, la città, e lo sta trasformando in una casa per il suo popolo, una dimora migliore persino dell’Eden. Invece che desiderare di più, come Adamo ed Eva, tutti coloro che vivono in questa città saranno perfettamente soddisfatti.

Questa città non sarà il risultato di uno sforzo umano; è la dimora su cui Abramo aveva fissato lo sguardo, il cui architetto e costruttore è Dio. Le sue mura e le sue fondamenta porteranno i nomi delle dodici tribù e dei dodici apostoli. In altre parole, questa città sarà costruita sulle promesse del Vangelo fatte ai patriarchi e sul Vangelo stesso proclamato dagli apostoli (Galati 3:8).

Verrà il giorno in cui dimoreremo nella città più vivibile del mondo. In effetti, questa città abbraccerà il mondo intero (Apocalisse 21:12. Sarà superiore a ogni città presente su qualsiasi elenco delle città più vivibili del mondo. Sarà la più pulita: nulla d’immondo vi entrerà (Apocalisse 21:27). Ci sarà il miglior cibo e vino mai provato, “un banchetto di cibi succulenti, un banchetto di vini vecchi” (Isaia 25:6). Invece di avere feste che vanno avanti per giorni, la celebrazione non finirà mai (Ebrei 12:22). Non avrà solo un futuro glorioso, ma risplenderà della gloria di Dio per tutta l’eternità (Efesini 2:7). Non solo non ci saranno tormente di neve, smog e caos, ma non ci saranno lacrime, morte e notte (Apocalisse 21:4; 22:5). Le strade non solo saranno pulite, ma dorate (Apocalisse 21:21). In questa città eterna, gusteremo ricchezze inesauribili e continue rivelazioni delle bellezze e della perfezione di Dio.

A proposito di tutti coloro i cui nomi sono stati scritti da Dio stesso prima della fondazione del mondo, si dirà: ” è nato qui”.

Verrà il giorno in cui chiunque avrà accolto Cristo passerà per le porte fatte di perle. Non importerà se sei nata a Roma, a Toronto, a Giacarta: sarai uscita dal tuo esilio in Babilonia per dimorare nella nuova Gerusalemme. Dio cercherà il tuo nome nel libro della vita dell’Agnello. Quando lo troverà, ti indicherà e dirà: “Questa è nata in lei”. Poi ti guarderà negli occhi e dirà con grande sollievo e gioia: “Benvenuta a casa”. Che gioia!

 

 

Questo articolo è un estratto dal libro MEGLIO DELL’EDEN di Nancy Guthrie (Ed. Coram Deo)

 

Tematiche: Donne, I nostri libri, Teologia

Nancy Guthrie

Nancy Guthrie insegna la Bibbia nella sua chiesa locale, la Cornerstone Presbyterian Church a Franklin, in Tennessee, ma anche in conferenze in tutto il paese e internazionali, e attraverso libri e DVD nella serie Seeing Jesus in the Old Testament. Lei e suo marito, David, sono i co-conduttori della video serie GriefShare condivisa in più di 10.000 chiese in tutto il mondo e conducono anche Respite Retreats per coppie che hanno vissuto la morte di un figlio. Guthrie è anche la conduttrice di Help Me Teach the Bible, un podcast della Gospel Coalition.

© Coram Deo

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