Parla forte, perché Dio è grande!

 

 

Questo articolo è un estratto tratto dal libro Coraggiosi per fede, pubblicato da Coram Deo

 

 

La fiducia che abbiamo nell’evangelizzare in una cultura secolare dimostrerà il punto fino al quale crediamo davvero nel Dio di Daniele. Non c’è dubbio che, per molti versi, parlare ai non credenti – vicini, colleghi, presidenti o re – sia più difficile di quanto lo era una generazione fa, persino fino a qualche anno fa. Il retaggio cristiano dell’occidente si sta prosciugando. Coloro con cui parliamo sono spesso indifferenti od ostili nei confronti del messaggio evangelico. Prova a parlare di Gesù; invece di essere trattato con interesse e cortesia rischi di essere trattato con ostilità e repulsione.

Di conseguenza, molti di noi non lo fanno.

E non parlando di Gesù, notiamo che nessuno vicino a noi viene alla fede; concludiamo allora che nessuno lo farà mai. Il nostro silenzio diventa una profezia che si compie.

Qual è la risposta? È di ricordare quale sia la nostra parte e quella di Dio nell’evangelizzazione.

Pensa agli atei più duri che tu conosca. Pensa alla persona la cui vita è vissuta chiaramente nel più totale rifiuto del Vangelo. Pensa alla persona che onestamente non riesci proprio a immaginare di vedere inginocchiarsi a Gesù come Signore.

Cosa ci vorrebbe affinché esse possano arrivare alla fede?

Ci vorrebbe l’opera di umiltà di Dio e le parole coraggiose di una persona di fede, proprio come è successo al re Nebukadnetsar, forse il più improbabile convertito di tutta la storia e certamente il più improbabile convertito nell’intero impero babilonese.

 

L’opera di Dio

Nebukadnetsar stesso ricorda come Dio ha operato nella sua vita. La sua storia inizia con lui, tranquillo in casa sua e fiorente nel suo palazzo (Dan. 4:4), quando, di nuovo, i suoi sogni iniziano a tormentarlo. Mentre egli è tranquillo e fiorente, arriva nella sua vita un’intrusione inaspettata che non può ignorare, proprio come può capitare a tutti noi di ricevere una telefonata dal dottore riguardo a degli esami del sangue.

Ancora una volta i suoi maghi e indovini falliscono miseramente nell’interpretare il suo sogno. (Questi personaggi sono fedelmente, costantemente e magnificamente incompetenti e uno si chiede se a questo punto il re non abbia imparato a lasciar perdere la loro opinione). Daniele, tuttavia, è nuovamente in grado di discernere il significato del sogno e avverte il re: “…questo è il decreto dell’Altissimo […] tu sarai scacciato in mezzo agli uomini e la tua dimora sarà con le bestie dei campi […] finché tu riconosca che l’Altissimo domina sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole” (vv. 24-25). È un messaggio riguardante il giudizio e la distruzione.

Daniele, dunque, comunica al re che egli deve agire: “Perciò, o re, gradisci il mio consiglio: poni fine ai tuoi peccati praticando la giustizia e alle tue iniquità usando misericordia verso i poveri, forse la tua prosperità sarà prolungata” (v. 27). “Sii abbastanza umile da pentirti, nonostante tu sia il re e Dio ti concederà forse di non subire tale giudizio sulla tua superbia”.

Il re, però, non segue il consiglio di Daniele:

 

Tutto questo avvenne al re Nebukadnetsar. Dodici mesi dopo, mentre passeggiava sul palazzo reale di Babilonia, il re prese a dire: «Non è questa la grande Babilonia, che io ho costruito come residenza reale con la forza della mia potenza e per la gloria della mia maestà?». Queste parole erano ancora in bocca al re, quando una voce discese dal cielo: «A te, o re Nebukadnetsar, si dichiara: il tuo regno ti è tolto; tu sarai scacciato di mezzo agli uomini e la tua dimora sarà con le bestie dei campi; ti sarà data da mangiare erba come i buoi e passeranno su di te sette tempi, finché tu riconosca che l’Altissimo domina sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole». In quello stesso momento la parola riguardante Nebukadnetsar si adempì. Egli fu scacciato di mezzo agli uomini mangiò l’erba come i buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché i suoi capelli crebbero come le penne delle aquile e le sue unghie come gli artigli degli uccelli. (vv. 28-33)

 

Perché al re avvenne tutto ciò (v.28)? Perché egli ignorò il messaggio e resistette all’opportunità. Dio, nella sua misericordia, gli concedette dodici mesi prima che tutto ciò si tramutasse in realtà. Dio è lento all’ira e pronto a benedire. Come dice Paolo, la Sua pazienza e longanimità ha lo scopo di condurci al ravvedimento (Rom. 2:4). La superbia di cui non ci si pente, però, precede la caduta. Accadde nel momento dell’orgoglioso trionfo di Nebukadnetsar che egli udì queste terribili parole: il suo regno non era più suo, tanto meno la sua sanità mentale e fisica. Dio lo aveva umiliato proprio quando il suo cuore era più orgoglioso.

Perché Dio fece tutto questo? Affinché Egli lo potesse davvero innalzare. Giovanni Calvino scrisse, commentando sul modo in cui Dio opera nella vita di una persona simile a Nebukadnetsar: “Quando Dio, dunque, desidera portarci al ravvedimento, egli è costretto a ripetere continuamente i suoi colpi”. I colpi furono dolorosi, ma gli scopi erano gloriosi: portare un uomo al ravvedimento e alla salvezza.

Ecco quello che Dio stava facendo qui, nella vita di Nebukadnetsar. Il re aveva un grande orgoglio, quindi necessitava di un gran numero di colpi umilianti. Perché Dio se ne interessava? Non perché Nebukadnetsar era maestoso, ma perché Dio è misericordioso. Dio stava mostrando al re che egli non era veramente un grande, autosufficiente e onnipotente governatore, bensì una povera, bisognosa e dipendente creatura.

Fu da questa posizione umile, povera e orribile che Nebukadnetsar finalmente disse:

 

…alzai gli occhi al cielo e la mia ragione ritornò, benedissi l’Altissimo e lodai e glorificai colui che vive in eterno il cui dominio è un dominio eterno e il cui regno dura di generazione in generazione. Tutti gli abitanti della terra davanti a lui sono considerati come un nulla, egli agisce come vuole con l’esercito del cielo e con gli abitanti della terra. Nessuno può fermare la sua mano o dirgli «Che cosa fai?». (vv. 34-35)

 

Dio tolse via e Dio restituì. A Nebukadnetsar fu restituito il suo regno, ma non la sua superbia. Il re sta dicendo: “Dio è infinitamente più grande di me, Egli è più grande, Egli è il supremo sovrano e davanti a Lui io sono il nulla”. La sua superbia ha lasciato spazio alla lode.

Puoi immaginare i consiglieri e i signori di Babilonia che, vedendo il re rinsavire e sedersi di nuovo sul suo trono, dicono: “È buono avere di nuovo il vecchio Nebukadnetsar” e sentire il re rispondere: “No, non sono per niente lo stesso. Capisco ora che Dio è più grande di me ed Egli è sovrano, non io. Ascoltate: guardatemi e vedete che Egli ha il potere di umiliare quelli che camminano superbamente”.

Dio aveva operato per umiliare questo grande re e poi innalzarlo di nuovo, completamente cambiato. Quindi, Nebukadnetsar cominciò a guardare indietro a tutto quello che Dio fece a lui e per lui, quando chiamò tutti ad ascoltarlo perché “mi è sembrato bene di far conoscere…”.

Come pensi che il babilonese medio si sarebbe aspettato che questa frase finisse? Mi è sembrato bene…

…mostrare i miei successi architettonici

…mostrare i miei giardini pensili

…mostrare quanto successo ho avuto militarmente

No: “Mi è sembrato bene di far conoscere i segni e i prodigi che il Dio Altissimo ha fatto per me” (Dan. 4:2). I suoi segni. I suoi prodigi. Quando sei stato umiliato e innalzato dal Dio sovrano, parli più di Lui che di te stesso.

Cosa ci vuole affinché un uomo come Nebukadnetsar venga alla fede? Ci vuole l’opera di Dio nella sua vita. Parte del modo in cui Dio aveva operato fu anche attraverso le parole di Daniele.

 

La compassione parla

Torniamo indietro all’entrata in scena di Daniele, dopo che Nebukadnetsar ebbe il sogno. Quando fu chiamato da Nebukadnetsar – quest’uomo che lo aveva strappato alla sua dimora, lo aveva quasi ucciso in una rabbia paranoica e aveva gettato i suoi amici in una fornace ardente – Daniele si rese conto che il sogno del re era una promessa del futuro giudizio sul re. Poi qualcosa di notevole accadde:

 

Allora Daniele, il cui nome è Beltshatsar, rimase per un momento spaventato e i suoi pensieri lo turbavano. […] rispose e disse: «Signor mio, il sogno si avveri per i tuoi nemici e la sua interpretazione per i tuoi avversari». (v. 19)

 

Daniele non è contento che il re stia affrontando questa orribile umiliazione divina. Non ha nessun desiderio di vendetta: “Beh, mi ci hai messo tu qui, hai provato a uccidere i miei amici e ora finalmente sarai ripagato”. È proprio il contrario. Daniele dice: “Ti dirò quello che dovrà accadere, ma voglio che tu sappia che non vorrei capitasse a te. Vorrei che tu non dovessi affrontare questo”.

Il giudizio sta arrivando, ma Daniele non esulta in quello; piuttosto, egli ha compassione per colui che lo sta affrontando. Quella compassione porta Daniele a parlare: egli avverte il re di quello che succederà se egli non pone fine ai suoi peccati praticando la giustizia e alle sue iniquità usando misericordia verso i poveri (v. 27) e chiama il re affinché “riconosca che l’Altissimo domina sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole” (v. 25).

Nella sua compassione, Daniele non parla con parole confortanti. No! Per compassione egli dice la verità al re e lo chiama a ravvedersi prima della sua umiliazione. Daniele non è affatto vendicativo, ma non rimane nemmeno silenzioso. Egli chiama il re a pentirsi della sua superbia e a inginocchiarsi davanti a Dio mentre il sogno è ancora un sogno e non ancora una realtà.

Daniele ebbe abbastanza timore del giudizio di Dio da non desiderarlo nemmeno per il suo nemico. Egli ebbe anche abbastanza fiducia nella potenza e nella misericordia di Dio da chiamare al ravvedimento questo grande re.

Daniele avrebbe potuto starsene in silenzio. Egli era in una terra straniera, parlando a un re straniero. Ciononostante, egli disse la verità con compassione e convinzione. Perché? Perché egli conosceva il ruolo di Dio nell’evangelizzazione ed egli conosceva anche il suo.

Anche noi dobbiamo saperlo.

 

Il mio lavoro e il lavoro di Dio

Il mio amico, Rico Tice, nel suo libro sull’evangelizzazione, evidenzia come ci sentiamo spesso quando proviamo a condividere il Vangelo con i nostri amici:

 

Il problema del fare veramente un’evangelizzazione è che proprio non funziona. Non hai mai successo – le persone non si convertono. L’altro problema è che forse lo stai facendo in modo sbagliato. Non sei abbastanza bravo a farlo […] Se ti senti così, hai ragione. La tua evangelizzazione non farà mai venire nessuno alla fede in Cristo. La tua evangelizzazione non sarà mai abbastanza buona da conquistare qualcuno. Ma ecco il fatto: non lo deve essere. Quello non è il tuo compito. Quando si tratta di testimoniare, la verità più liberatoria è comprendere quale sia il nostro lavoro e quale sia quello di Dio.

 

Quindi, qual è il nostro lavoro? È questo: proclamare fedelmente il Vangelo. Qual è quello di Dio? Quello di operare sovranamente e misericordiosamente attraverso quello che il suo servo dice. Questo è quello che vediamo nel capitolo 4 di Daniele ed è quello che vediamo in tutte le Scritture. Forse l’esempio più chiaro è quello dell’esperienza dell’apostolo Paolo in Filippi quando, nel giorno di sabato andò “fuori città lungo il fiume, dove era il luogo ordinario della preghiera” e postisi a sedere, parlavano alle donne che erano là radunate (At. 16:13).

Una tra quelle donne era una donna di affari chiamata Lidia e

 

 

…il Signore aprì il suo cuore per dare ascolto alle cose dette da Paolo. (v. 14)

 

 

Il compito di Paolo fu di trasmettere il messaggio evangelico. Il compito del Signore fu di portarla al posto dove avrebbe incontrato un credente che avrebbe condiviso il Vangelo con lei, e inseguito di aprirle il cuore per riceverlo con pentimento e con fede. John Stott disse di questi versetti:

 

Sebbene il messaggio fosse di Paolo, l’iniziativa salvifica fu di Dio. La predicazione di Paolo non fu effettiva in sé; fu il Signore a operare attraverso di essa.

 

Che sia un re o una donna di affari, Dio può portare una persona in un posto dove può sentire il Vangelo. Egli può operare nel suo cuore per renderla disponibile a ricevere il Vangelo e a rispondere con ravvedimento e con fede. Quindi, come Rico fa notare:

 

Pensa a qualcuno che conosci che ha la più piccola probabilità di venire alla fede in Cristo. Poi pensa alla potenza che ha creato la luce per la prima volta. Pensi che Dio non possa portarlo alla fede? Pensi che lo Spirito non possa operare per ricreare il suo cuore? La potenza dello Spirito dovrebbe darci fiducia per attraversare l’ufficio, la strada o il soggiorno e parlare a qualcuno di Gesù. […] è il mio lavoro e il tuo, parlare a qualcuno di Gesù, chi Egli è, perché è venuto e quello che ciò significa per lui. Non è nostro compito che qualcuno risponda positivamente. È solo Dio che apre gli occhi ai ciechi! Tu comunichi il messaggio e poi preghi che Dio compia il miracolo.

 

Se ti chiedessi di pensare a qualcuno che conosci che è improbabile venga mai a Cristo, quale nome ti verrebbe in mente?

 

 

 

Coraggiosi per fede

Tematiche: Antico Testamento, I nostri libri, Incoraggiamento ed esortazione, Perseveranza, Vita Cristiana

Alistair Begg

Alistair Begg

 

È pastore della Chiesa ParkSide a Cleveland (Ohio, Stati Uniti). Scrittore e conferenziere molto stimato. La sua trasmissione radio Truth for Life è diffusa in tutti gli Stati Uniti. Ogni anno organizza la conferenza BASICS dove circa 1.500 pastori si incontano per ascoltare il Vangelo di Gesù Cristo.

© Coram Deo

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