Ami Gesù?
Un gran finale degno della sua grandezza
Messaggio di David Mathis al Collegio e Seminario di Betlemme, Minneapolis
Sono arrivato a Minneapolis, presso la chiesa di Bethlehem, e ho iniziato il TBI (The Bethlehem Institute) nell’autunno del 2003; mi sono ritrovato in una classe con altri dodici giovani, brillanti ventenni capaci, riformati, con ambizioni e la vocazione per il ministero.
Ovviamente era facile confrontarci tra noi, come avremmo potuto evitarlo? Spesso riflettevo su come Dio ci avesse fatti e plasmati in modo così diverso, e mi chiedevo come avrebbe potuto usare quegli uomini, così diversi tra loro, in modi differenti nei decenni a venire.
Il nostro programma biennale si è concluso nella primavera del 2005, vent’anni fa, e nel corso degli anni è stata una grande gioia vedere come Cristo ci ha guidati e impiegati in modi diversi, spargendoci fuori dalle Twin Cities; alcuni fratelli sono stati per anni all’estero in luoghi difficili, altri hanno fatto i pastori e ancora lo fanno, alcuni hanno proseguito ulteriormente gli studi dopo la laurea, ottenendo un dottorato.
Uno lavora tra i giovani nelle Twin Cities, un altro serve come membro esterno, profondamente coinvolto, nella sua chiesa in Iowa, uno è pastore ad Asheville nel North Carolina, un altro in Texas e un altro in Wisconsin, alcuni proprio qui in Minnesota, mentre altri altrove.
Tutto questo mi torna in mente, in questo momento del Bethlehem College and Seminary, per via di uno scorcio sulla grandezza di Gesù che troviamo in Giovanni 21:20-24:
“E Pietro, voltatosi, vide che li seguiva il discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era appoggiato sul petto di Gesù e aveva detto: «Signore, chi è colui che ti tradisce?». Pietro, dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e di costui che sarà?». Gesù gli disse: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che t’importa? Tu, seguimi». Così si sparse la voce tra i fratelli che quel discepolo non sarebbe morto; ma Gesù non aveva detto che egli non sarebbe morto, bensì: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che t’importa?». Questo è il discepolo che rende testimonianza di queste cose, e le ha scritte; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera”.
Quello che avevo bisogno di sentire come studente del TBI vent’anni fa, quello che ho ancora bisogno di sentire oggi, e quello che potresti aver bisogno di sentire tu, studente o seminarista del Bethlehem College, è la voce di Gesù che dice: “Che t’importa di come intendo usare i tuoi compagni nella mia opera universale? Tu, seguimi”.
Non inorgoglirti per le abilità che pensi di avere, e non ti abbattere per le capacità degli altri, Gesù dice: “Che t’importa? Tu, seguimi”.
La grandezza di Gesù
Vorrei attraversare quest’ultima sezione del Vangelo di Giovanni gustando con voi tre aspetti della grandezza di Gesù, che si trovano in Giovanni 21:15–25; Giovanni ha visto la gloria di Gesù e ha riempito ventuno capitoli con le glorie di Cristo; ora, arrivati a questa tappa finale del semestre, l’ultima sezione del Vangelo ci appare proprio adatta. Guardiamo insieme a tre fuochi d’artificio nel gran finale di Giovanni.
Il primo è quello che già abbiamo visto nei versetti 20-24:
1. Gesù impiega i suoi operai in modi diversi nella sua mietitura globale
Questa è la gloria del Maestro coltivatore, che conosce la sua opera, i suoi operai, e sa come impiegarli nel modo migliore.
Pietro predicherà nel giorno della Pentecoste, mentre Sila, tra gli altri, lo aiuterà a mettere per iscritto i suoi pensieri in 1 Pietro, infatti, invece di respingere Paolo, sarà Pietro stesso a tendergli la mano della comunione, e con umiltà accetterà le parole di rimprovero dettegli pubblicamente da lui dopo le sue mancanze ad Antiochia, e verrà crocifisso, come il suo Signore; proprio come Gesù aveva preannunciato nei versetti 18-19.
E Giovanni? Vivrà una vita apostolica molto diversa e molto più lunga, infatti sarà esiliato a Patmos dove scriverà questo Vangelo considerato uno dei gioielli delle Scritture; Gesù gli apparirà dandogli la rivelazione sul suo ritorno: il coronamento del Nuovo Testamento.
E, ovviamente, né Pietro né Giovanni erano Paolo, inoltre, nessuno di loro possedeva la capacità letteraria che avrebbero scoperto in Luca, medico che scrisse nel miglior greco che possiamo trovare nel Nuovo Testamento — salvo forse per chi scrisse Ebrei, un abile oratore greco.
Dunque, l’uso diverso che Gesù fa di Pietro e Giovanni nei versetti 20-23 introduce il versetto 24, in cui Giovanni, con umiltà, mette la sua firma a questo capolavoro de Vangelo; questo è il primo fuoco d’artificio del gran finale: Gesù, il maestro coltivatore, impiega i suoi operai in modi diversi nella sua mietitura universale.
Studenti del BCS, ascoltate, comprendete, anticipate e amate questo nel vostro Re. Amate la Sua missione multiforme a livello globale, cercate i suoi suggerimenti sia dolci sia duri verso la vostra chiamata personale, e liberatevi quanto più potete dai paragoni favorevoli o sfavorevoli con i vostri compagni di lavoro.
2. Gesù ristabilisce un discepolo umiliato con durezza e tenerezza
Dico “un discepolo umiliato” invece di “discepoli” perché Gesù sa come trattare ciascuno di noi. Apparentemente, sa bene di quanta dose di durezza Pietro ha bisogno, anche se sembra trattare Giovanni in modo diverso.
E Gesù è sorprendentemente fermo qui; questo è l’uomo a cui una volta disse: “Vattene via da me, Satana!” Gli chiede tre volte se lo ama, per riflettere le sue tre negazioni e così facendo, porta Pietro fino al punto di provare dolore.
Il versetto 17 dice:
“Pietro fu rattristato che gli avesse detto per la terza volta: «Mi ami?»”.
(Giovanni 21:17)
Fu rattristato e Gesù non ha paura di rattristarlo, ma nel farlo non sbaglia, dato che lo fa per pungerlo, trafiggerlo, tagliarlo, ma solo per guarirlo e restaurarlo; il discepolo caduto non verrà restaurato in modo definitivo, solido e convincente senza passare per la tristezza; fratelli e sorelle, speriamo di essere veramente suoi, e che Gesù ci ami abbastanza da contristarci.
Coloro che Egli ama, li corregge. E:
“Or ogni correzione sul momento non sembra essere causa di gioia, ma di tristezza; però rende poi un pacifico frutto di giustizia a quelli che sono stati per essa esercitati”.
(Ebrei 12:11)
E ancora:
“Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore,
e non ti perdere d’animo quando sei da lui ripreso;
perché il Signore corregge colui che ama
e flagella ogni figlio che gradisce”.
(Ebrei 12:5-6)
Tuttavia, la durezza di Gesù non si è ancora conclusa anche se Pietro è già rattristato, e così gli confessa che morirà in modo doloroso a motivo del suo amor per Lui; dunque, Pietro gli chiede in merito a Giovanni ed è qui che Gesù gli risponde: “Che t’importa? Tu, seguimi.”
I versetti 15-22 sono la riconferma dura e tenera di un discepolo umiliato, ma noi ci concentreremo specialmente sui versetti 15-19:
“Dopo che ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Egli gli disse: «Sì, Signore, tu sai che io ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?». Egli gli rispose: «Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Abbi cura delle mie pecore». Gli disse la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro fu rattristato che per la terza volta gli avesse detto: «Mi vuoi bene?» e gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa, tu conosci che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità ti dico che quando eri giovane ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le mani e un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi». Or disse questo per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto ciò, gli disse: «Seguimi»”.
(Giovanni 21:15-19)
Ecco quattro modi in cui Gesù tratta il suo umile discepolo:
Un nome umile
Prima di tutto, Gesù lo chiama con il suo nome semplice. Per tre volte Gesù lo chiama “Simone, figlio di Giovanni” — non Pietro, non Roccia, ma “Simone, figlio di Giovanni” — un richiamo diretto alle prime parole che Gesù gli rivolse in Giovanni 1:42:
“Tu sei Simone, figlio di Giovanni…”.
(Giovanni 1:42, N.D.)
Nel momento in cui Pietro tradì davvero Gesù per tre volte, Egli decise di riabilitarlo, e lo fa pubblicamente (alla presenza di altri sei discepoli), riportandolo a quel momento semplice ed iniziale del loro primo incontro e alla prima risposta di fede di Pietro, perché Gesù non avrebbe voluto che i suoi discepoli dimenticassero quei primi momenti semplici e ripieni di fede; ricordi i tuoi? Non dimenticarli, non pensare mai di poterli superare; non posso fare a meno di pensare a Giovanni che scrive nella sua prima lettera:
“Quel che avete udito dal principio dimori in voi…” (1 Giovanni 2:24).
Ponendo una domanda difficile
In secondo luogo, Gesù pone la domanda più difficile ed ha un modo tutto suo di farlo. Alla donna al pozzo dice: «Va’ a chiamare tuo marito» (Giovanni 4:16); e individuando il punto dolente dell’anima, insiste con Pietro dicendogli: «Mi ami più di questi?».
Interpreto l’espressione «più di questi» non come riferimento alle reti da pesca, né al fatto che Pietro ami gli altri discepoli più di quanto ami Gesù ma, penso piuttosto, che Gesù si riferisca al fatto che Pietro ami lui più di quanto gli altri discepoli lo amino, ed è questo il punto dolente, la debolezza storica, la tendenza al confronto: essere il primo, assumere la guida, qualcosa su cui Gesù sta ancora lavorando nei versetti 20-23.
Pietro è quel tipico esempio, infatti è quel genere di persona che vuole primeggiare. Sei come Pietro in questo? Sei incline a confrontarti con gli altri, sei costantemente cosciente degli altri, sia per guidarli che per superarli? Il versetto 15 è la maniera in cui Gesù chiese a Pietro, che conosce così bene: «Simone, figlio di Giovanni, capo naturale che sei, ti sei già umiliato? Il tuo fallimento ha raggiunto il suo scopo?»
(Ed era intenzionale, perché era stato vagliato come il grano).
Pietro è quello che disse:
“Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua.” (Matteo 14:28)
“Tu non mi laverai mai i piedi!” (Giovanni 13:8).
“Darò la mia vita per te!” (Giovanni 13:37).
E fu lui a tagliare l’orecchio del servo del sommo sacerdote (Giovanni 18:10).
Presumo che Pietro fosse al centro dei fatti seguenti:
- “Per via, avevano discusso fra loro su chi fosse il più grande”.
(Marco 9:34) - “Ora sorse tra di loro una discussione su chi di essi fosse il più grande”.
(Luca 9:46) - “Vi fu pure una contesa tra di loro, per sapere chi di loro fosse considerato il più grande”.
(Luca 22:24)
E proprio in questo contesto, in Luca 22, Gesù si rivolge a Pietro:
“Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli”.
(Luca 22:31-32)
Pietro risponde:
“Signore, io sono pronto ad andare con te in prigione e anche alla morte”.
(Luca 22:33)
In altre parole: “Gli altri forse ti abbandoneranno, Signore, ma non io. Io ti amo più di loro”.
Ma Gesù va dritto al punto:
“Simone, figlio di Giovanni, sei stato umiliato? Sei ancora il più grande ai tuoi occhi? Ami ancora più degli altri? Ti senti ancora superiore nella tua lealtà?”.
Se sei simile a Pietro, non scoraggiarti, Gesù non rinuncia a lui; lo rende il predicatore della Pentecoste!
Questione di cuore
Terzo, Gesù va dritto al cuore, con la domanda che gli pone riguardo al suo amore: «Mi ami?» Ama! Sta dicendo: «Cosa provi per me, Pietro? Le tue emozioni quali sono Pietro, ed i tuoi affetti? Il tuo cuore, Parlami del tuo cuore». Gesù va dritto al cuore, al nucleo, al centro: alla persona nella sua parte più profonda e vera.
Non dice: «Conosci la verità?» o «Lotti per la verità?» o «Incarni la mascolinità biblica?» o «Mi difendi senza vergogna?» Pietro non difese Gesù perché si era vergognato, aveva fallito, e Gesù va al cuore della questione, che è il cuore di Pietro e il nostro cuore, il vostro cuore: lo amate?
Giovanni ci descrive questa scena in modo molto accurato: stanno pescando sul Mare di Galilea e c’è un’enorme quantità di pesci, Pietro, impulsivo, si tuffa in acqua, forse per mettere in ombra gli altri? Si sente il sapore della colazione e l’odore del fuoco a carbone (che viene menzionato solo un’altra volta nel Nuovo Testamento in Giovanni 18:18, dove Pietro rinnega Gesù); Giovanni ci trasporta in questa scena alla fine del suo Vangelo, per porci la domanda che Gesù pone a Pietro.
Questa domanda non è rivolta solo a Pietro, ma ad ogni lettore, a ogni ascoltatore: ami Gesù?
Missione restaurata
Il quarto e ultimo aspetto del modo duro e tenero con cui Gesù tratta Pietro è questo: Gesù assegna a Pietro una missione, possiamo notare la tenerezza con cui Gesù riporta in riga un discepolo che ha fallito e assegnandogli un compito significativo, e dato che Pietro prova amore per Gesù, come dovrebbe rispondere? Pasci le pecore di Gesù.
Vale la pena osservare ciò che il Signore non dice quando assegna a Pietro un compito da svolgere infatti, non dice: «Lavora per impressionarmi», non dice: «Soddisfa i miei bisogni», ma dice: «Prenditi cura delle mie pecore» e ancora «Io sono il buon pastore, me ne vado, ti lascio, prenditi cura degli altri, sii le mie mani, la mia bocca e il mio cuore incarnato. Non ho bisogno del tuo lavoro, Pietro, ma gli altri sì».
Fratelli e sorelle, siete stati amati da Gesù ed Egli ha dimostrato il suo amore per noi in questo: mentre eravamo ancora peccatori — rinnegatori, infedeli, stolti — è morto per noi.
E tu lo amerai, non in modo perfetto e non senza l’aiuto quotidiano del suo Spirito, ma sarà un amore sincero, un amore vero; lo amerai e vorrai amarlo sempre di più.
Lo ami? Pasci le sue pecore.
Ti chiedo: lo ami? Pasci le sue pecore.
Lo ami? Ti addolora sentirlo dire per la terza volta? Pasci le sue pecore, amalo, pascile. Ricevi da lui e dai a loro; prima ascolta e poi pasci. Se ami colui che per primo ti ha amato, allora in quell’amore cerca di essere il suo strumento di grazia nel pascere e nell’amare gli altri.
E così, concludiamo con un ultimo momento di gloria nel Vangelo di Giovanni: l’ultimo fuoco d’artificio del gran finale, ed è un fuoco d’artificio grandioso, uno che non svanisce mai.
Gesù non esaurisce mai le glorie da contemplare, gustare e condividere.
Non vi piace come Giovanni conclude il suo capolavoro, il Vangelo? Voi come lo avreste concluso? L’ultima immagine che ci offre della gloria di Gesù è proprio questa: che avete solo iniziato ad assaporarne la gloria.
E così, concludiamo la nostra serie di meditazioni che termina dove termina il Vangelo di Giovanni:
“Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù fece; se si scrivessero ad una ad una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che si scriverebbero”.
(Giovanni 21:25)
Ecco la conclusione di uno dei più grandi libri mai scritti: ci sono 21 capitoli pieni di gloria e, come nota finale, Giovanni ci dice: «Oh, questo è solo un assaggio!».
Ci sono 21 capitoli pieni di gloria e altri tre Vangeli altrettanto pieni, vi sono 39 libri del Vecchio Testamento che preparano la via alla Sua gloria e poi ci sono altri 23 libri del Nuovo Testamento che raccontano la storia della Sua opera attraverso lo Spirito nella Chiesa primitiva, insegnandoci a osservare tutto ciò che Egli ha comandato, celebrando la Sua gloria ora in cielo sul trono dell’universo e attendendo quella futura. Le glorie di Cristo sono infinite.
Fratelli qui presenti che desiderano predicare, e altri che vogliono insegnare, scrivere e nutrire le sue pecore in vari modi, e cristiani che sperano di godere di lui e nutrire la propria anima affamata di lui per il resto della loro vita, le glorie di Cristo sono infinite. Non esaurirete mai le glorie di cui godere e raccontare di Gesù, e non ci stancheremo e non ci annoieremo mai delle sue glorie.
Le sue ricchezze sono insondabili (Efesini 3:8), e come dice il Salmo 40:5, in Gesù Dio ha moltiplicato le sue meravigliose opere e i suoi pensieri verso di noi e nessuno può essere paragonato a lui! Noi le proclameremo e le racconteremo, ma sono più di quanto si possa raccontare; mentre pasciamo le sue pecore, le serviamo con glorie inesauribili. E prima di tutto nutriamo le nostre stesse anime con esse.
Che diremo dunque?
Concludiamo con Romani 8:31; dopo che Paolo sembra aver detto tutto: tutte le cose cooperano al nostro bene, e noi siamo preconosciuti, predestinati, chiamati, giustificati e glorificati, in questa catena dorata e indistruttibile, dopo questo egli dice:
Che diremo dunque di queste cose?
Ci si potrebbe aspettare che dica: «Ho detto tutto, che altro si può dire? È tutto, non si può aggiungere altro» ed invece cosa fa Paolo? Continua a parlare di gloria, continua a scrivere quelli che sono forse i nove versetti di fila più gloriosi della Bibbia, e tutto questo dopo aver detto: «Che altro diremo?».
Fratelli e sorelle del Bethlehem College and Seminary: che importanza ha per voi quali piani abbia Gesù per i vostri compagni di studi? Voi state seguendo Lui.
Egli vi tratterà nel modo che ritiene più opportuno, con severità o con dolcezza, ma sempre lavorando sul vostro cuore affinché lo amiate e lo custodiate come la fonte da cui scaturisce il vostro ministero.
E qualunque sia la vostra vocazione, qualunque sia il vostro compito nella vigna, qualunque siano i vostri fallimenti come discepoli, le glorie non finiscono. Gesù ci mostrerà la sua gloria, riempirà di gioia le nostre anime e ci darà le parole per lodare la sua gloriosa grandezza, per il resto di questa vita e per l’eternità.
Traduzione a cura di Yuni Akermi.
Lettura consigliata: Mansueto e Umile, il cuore di Cristo verso i peccatori e gli afflitti di D. Ortlund, Ed. Coram Deo.
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Tematiche: Gloria di Dio, Grazia, L'amore di Dio
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