C. S. Lewis e l’adorazione collettiva

Sia nelle Lettere di Berlicche sia nelle Lettere a Malcolm, Lewis parla dei rapporti fra il cristiano e la chiesa. In Malcolm, Lewis affronta prima di tutto la questione delle varie sequenze nel culto chiamate liturgia e dell’adorazione collettiva; in Berlicche, l’antico tentatore istruisce Malacoda su come alimentare il disincanto del paziente verso la chiesa.

Questo articolo parla di entrambi le dimensioni della vita cristiana.

 

IL PERICOLO DELL’IRREQUIETEZZA LITURGICA

A proposito della liturgia, Lewis ha un’opinione chiara sulla musica di chiesa, sulle preghiere pubbliche e così via; tuttavia la sua preoccupazione è un’altra. Più che insistere sulle sue preferenze, esorta soprattutto i ministri affinché evitino di cambiare continuamente la liturgia della chiesa. Il suo non è altro che un appello alla stabilità e all’uniformità. Lamenta il continuo ribollire delle novità – quella che chiama “irrequietezza liturgica” – il voler continuamente rendere “il culto più brillante, più leggero, più lungo, più corto, più semplificato e più complicato”. [1]

Queste novità tendono inevitabilmente a spingere l’adorazione verso l’intrattenimento. Secondo Lewis, il culto di adorazione è “una struttura fatta di azioni e parole attraverso cui riceviamo un sacramento, ci pentiamo, supplichiamo o adoriamo”. È qualcosa che usiamo o facciamo per onorare Dio ed edificarci a vicenda. Quindi, il miglior culto d’adorazione è qualcosa a cui non dovremmo pensare, ma che piuttosto dovrebbe spingerci a pensare. “Finché presti attenzione a contare i passi, non stai danzando, ma imparando a danzare”[2]. Il miglior culto di adorazione è quello in cui la nostra attenzione è posta su Dio, non su quello che facciamo.

Le novità nel culto ci impediscono di usarlo per adorare Dio. Al contrario, la nostra attenzione si concentra sul culto stesso. Dobbiamo pensare ad adorare, piuttosto che adorare e basta. O, peggio, le novità potrebbero attirare la nostra attenzione sul ministro (o sul musicista). Questa distrazione mette però in pericolo la devozione. Infatti, Lewis si chiede se le troppe novità nei nostri culti non siano spinte da “esibizioni ecclesiastiche”, il desiderio di un pastore o di un worship leader di elevarsi sulla folla. L’incarico di Cristo a Pietro fu, ci ricorda Lewis: “Pasci i miei agnelli, e non: ‘Fa esperimenti sui miei ratti’, né: ‘Insegna ai miei cani nuovi trucchetti’”.[3]

 

FORME STATICHE DI ADORAZIONE?

Lewis poi incoraggia le chiese (specie i pastori) ad adottare una liturgia e a concentrarsi su quella e basta. Tuttavia non è di vedute così limitate. Ritiene necessario aggiornare il linguaggio perché la congregazione possa comprendere bene (anche se va fatto gradualmente e con attenzione). Ritiene appropriato introdurre nuovi canti, preghiere e forme. Ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di creare una liturgia stabile e consistente che permetta ai cristiani di sentirsi “a casa” nel culto, in modo che possano progredire nell’arte dell’adorazione. In un servizio dalla forma prestabilita, la congregazione sa a priori cosa sta per accadere. La sfida della spontaneità è che la gente possa coinvolgere le proprie facoltà critiche mentre ascolta; non dovranno dire “amen” prima di aver valutato se quanto ascoltato è vero o falso, ipocrita o sincero. Ma è quasi impossibile svolgere quest’attività critica se si è impegnati direttamente con Dio nell’adorazione.

Ironicamente, “la forma rigida libera veramente la nostra devozione”, perché sappiamo cosa c’è dopo, abbiamo già fatto quello che andava fatto, possiamo impedire ai nostri pensieri di distrarsi e così rimaniamo concentrati su Dio. Inoltre, la spontaneità nella forma di adorazione corre il rischio di farci preoccupare del presente – eventi attuali, beghe presenti, e così via. Le preghiere prestabilite ci fanno mostrare la forma perenne del cristianesimo.[4]

Per quanto mi riguarda, in quanto pastore ho trovato utili le raccomandazioni di Lewis a proposito dell’utilizzo di forme prestabilite. Nel consolidare la liturgia della nostra chiesa, abbiamo cercato di accentuare la stabilità del cristianesimo attraverso un ordine del culto ben preciso,e con l’uso di preghiere e parole come parte sostanziale di esso (tipo la sicurezza del perdono).

Allo stesso tempo, variamo i canti e alcune delle preghiere per ricordarci che Dio ci parla qui e ora, nelle circostanze attuali (un’altra importante intuizione di Lewis). Come dice Lewis nella seconda lettera a Malcolm: “Dovremmo essere… simultaneamente consapevoli di una prossimità vicina e di una distanza infinita”.[5]

Durante il culto, ricordiamo sia la trascendenza di Dio sia la sua immanenza, la perennità del cristianesimo e la sua importanza ai giorni nostri. In questo caso, non si tratta di scegliere fra  adottare una stabilità completa o una rilevanza totale, ma insistere per mantenere entrambe, anche se potrebbero spingerci verso direzioni opposte.

 

MUSICA DI ADORAZIONE

Ho detto poco fa che l’obiettivo dell’adorazione è onorare Dio ed edificarci a vicenda. È importante notare che, considerando la questione dell’adorazione, entrambi questi scopi sono necessari. Qualsiasi attività lecita può essere un’occasione per glorificare Dio. Cantare, bere una birra, giocare a freccette, farsi un tuffo al mare – tutte queste cose si possono fare per Dio. “Che mangiate o beviate, qualunque cosa facciate..” (1 Corinzi 10:31). Ma non tutto quello che glorifica Dio andrebbe fatto durante un incontro di adorazione. “Per ogni cosa c’è la sua stagione, c’è un tempo per ogni situazione sotto al cielo” (Ecclesiaste 3:1). Ci sono molte cose buone, buone di per sé e al posto giusto, che invece risulterebbero inappropriate – fuori stagione – in un culto di adorazione. Giocare a freccette, per esempio.

Inoltre, non tutto quello che glorifica Dio edifica necessariamente il prossimo. E l’edificazione degli altri è un fattore importante nelle decisioni che prendiamo sul culto di adorazione. Lewis naviga così nelle pericolose acque circostanti le cosiddette “guerre di adorazione”. Ai suoi tempi, il dibattito era se la musica di chiesa dovesse essere un repertorio di pezzi musicali complessi suonati da bravi musicisti, oppure un coro di vecchi inni cantati (o gridati) da masse incolte. Lewis preferiva l’elite; pensava che la musica in chiesa dovesse essere eccellente nel suo genere. “Nella composizione e nella maestrevole esecuzione della musica per Dio, noi offriamo a Dio i nostri migliori talenti naturali, e lo facciamo anche con una struttura architettonica ecclesiastica, con i paramenti, con finiture in vetro, oro e argento, con un edificio ben messo, o con un’attenta organizzazione del sociale”.[6]

Non sono proprio d’accordo con Lewis su questa questione; secondo me, lo scopo principale del canto in una chiesa è l’espressione della lode congregazionale. La congregazione è lo “strumento” principale nel culto di adorazione, e la musica ed i musicisti esistono per accompagnare ed assistere la congregazione. Quindi, esprimo il mio scetticismo sia per i cori elitari che Lewis amava sia per l’atmosfera in stile concerto rock di molti servizi di adorazione odierni.[7]

 

AMA IL TUO PROSSIMO

Ma il senso principale del consiglio di Lewis non è solo questo. Qualunque siano le nostre preferenze, la nostra vocazione principale è quella di amare il nostro prossimo. Dovremmo sacrificare e rinunciare alle nostre preferenze per il bene dell’edificazione altrui. Le differenze di gusto e di preferenze forniscono l’opportunità di “mutua carità ed umiltà”.[8]

Quando un’elite sacrifica la preferenza per la musica eccellente nel culto a favore di un prossimo che non è abituato alla raffinatezza musicale, e quando un membro poco colto musicalmente ascolta in silenzio e con pazienza una musica che non gli piace veramente e non può realmente apprezzare, ma lo fa per amore del suo prossimo musicalmente colto, allora – state certi – lo Spirito di Dio è all’opera.

Questo principio vale per molto più che solo la musica di chiesa. In generale, non dovremmo essere così esigenti con la chiesa. L’attitudine di Lewis è quella giusta: “L’idea di allontanarmi per colpa di una mera inadeguatezza – una chiesa esteticamente brutta, un culto semplicistico, un officiante poco aggraziato – è orribile”.[9]

 

Ed è precisamente queste cose che Berlicche incoraggia Malacoda a prendere di mira. Il diavolo trae vantaggio dal fatto che la vera chiesa – che si estende nel tempo, nello spazio ed è radicata nell’eternità, terribile come un esercito a bandiere spiegate[10] – è invisibile ai nostri occhi. Al contrario, noi vediamo un edificio scialbo e un branco di persone stravaganti, cose a metà. Facciamo difficoltà a collegare il linguaggio altamente biblico – il corpo di Cristo, il tempio di Dio – con le persone che vediamo in realtà sulle sedie, con quelle voci stonate, quei vestiti stravaganti, quelle scarpe scricchiolanti, quei doppi menti. L’apparente incongruità è un ostacolo per noi, perché crea disillusione (“Ma questo è veramente il popolo di Dio, la sposa di Cristo?”) e ci porta a giudicare dall’alto in basso i figli e le figlie di Dio (“Persone che sembrano/cantano/parlano così devono avere una religione ridicola; sono troppo raffinato per andare in chiesa con questi tipi”).

Qui come altrove, Lewis scrive in maniera molto convincente delle nostre tentazioni perché lo fa in base alla sua esperienza. Quando divenne cristiano, voleva una religione più o meno solitaria – ritirarsi in camera sua a leggere teologia e pregare. Voleva solo la compagnia di persone come lui – cristiani istruiti ed intellettuali che riconoscevano la pateticità di gran parte dei culti di chiesa (descrive gli inni della sua chiesa come “poesie di quinto grado adattate ad una musica di sesto grado”).

 

Nella sua autobiografia, fa notare che, anche da non credente, “odiava la collettività quanto un uomo possa odiare qualcosa” (anche se a quel tempo era vagamente socialista, pur non riconoscendo il rapporto fra socialismo e collettivismo).[11] Nel corso del tempo, Lewis giunse a vedere i pericoli sia dell’individualismo sia del collettivismo.

Ma la cosa più importante, giunse a capire che la chiesa è un antidoto per entrambi.

 

 

NOTA DELL’EDITORE

Questo articolo è stato adattato da Lewis on the Christian Life: Becoming Truly Human in the Presence of God di Joe Rigney. Usato con il permesso di Crossway, ministero editore di Good News Publishers, Wheaton, Il 60187, www.crossway.org.

[1] Lewis, Letters to Malcolm, 4.

[2] Ibid.

[3] Ibid.

[4] Lewis to Mary Van Deusen, April 1, 1952, in Collected Letters, 3:177–78.

[5] Lewis, Letters to Malcolm, 13.

[6] Lewis, “On Church Music,” in Christian Reflections, 95.

[7] La prospettiva di Lewis sulla questione della musica di chiesa è eccellente, e incoraggio pastori e worship leader a considerare bene i consigli che offre (ibid., 94–99).

[8] Ibid.,97.

[9] Lewis, Letters to Malcolm, 100.

[10] Lewis, The Screwtape Letters, 9.

[11] Lewis, Surprised by Joy, 173.

 

 

Traduzione di Susanna Giovannini

 

 

Tematiche: Adorazione, Musica, Storia della Chiesa, Vita Cristiana

Joe Rigney

Joe Rigney

 

E’ professore presso il Bethlehem College & Seminary e pastore di Cities Church a Minneapolis, Minnesota

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