Come possiamo fare opere maggiori di Gesù

 

“In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che faccio io; e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre” (Giovanni 14:12)

 

Alle persone che hanno una vera fede in Gesù, è stato promesso che faranno opere maggiori di quelle di Gesù. Ma cosa si intende per “maggiori”? Forse che i cristiani faranno opere più sensazionali? È difficile immaginare miracoli più sensazionali di quelli fatti da Gesù: quindi “maggiori” di sicuro non significa questo.

Forse “maggiori” può voler dire “più numerose” o “con una maggiore diffusione”? In questo senso, i cristiani hanno veramente fatto cose “maggiori” rispetto a Gesù. Abbiamo predicato in tutto il mondo, visto milioni di persone convertirsi, fornito aiuti, istruzione e cibo ad altri milioni ancora.

Può darsi, invece, che le opere “maggiori” siano vedere i convertiti attraverso la testimonianza dei discepoli (Giovanni 17:20; 20:29) riuniti in un solo corpo ed abbondare di quella compassione che deriva da vite trasformate.

Gesù ha detto che le opere maggiori avverranno perché “Io vado al Padre”. In altre parole, la dipartita di Gesù attraverso la morte e la resurrezione verso la gloria è la precondizione alla missione dei discepoli. Proprio perché Lui “va al Padre”, la chiesa può affrontare la propria missione. Inoltre, la glorificazione di Gesù è anche la precondizione della discesa dello Spirito Santo promesso (Giovanni 7:39; 16:7) che lavora insieme ai discepoli nella loro testimonianza (Giovanni 15:26; 16:7-11). Per questi motivi, i seguaci di Gesù faranno opere “maggiori”.

Ma, partendo dal presupposto che questa spiegazione sia indubbiamente corretta, perché Gesù parla di opere “maggiori” quando la stessa spiegazione suona come se intendesse opere “più numerose”?

 

I privilegi di un Regno maggiore

C’è un’altra frase di Gesù che può aiutarci:

“In verità io vi dico, che fra i nati di donna non è sorto nessuno maggiore di Giovanni il battista; eppure il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Matteo 11:11)

Il termine di raffronto è che nonostante il Battista sia stato ineguagliabilmente grande, non ha mai partecipato al Regno dei cieli. La sua chiamata lo ha piazzato troppo presto nella storia della redenzione per permettergli una tale partecipazione. In questo senso, persino il minore tra quelli con il diritto di partecipare al regno, è maggiore rispetto a Giovanni Battista. Si tratta di una scala di privilegi in un preciso contesto, una grandezza conferita dal diritto di partecipare all’era escatologica già inaugurata.

Possiamo leggere qualcosa di simile in Giovanni 14. Attraverso la Sua opera di salvezza, la Sua “salita al Padre”, Gesù inaugura una nuova fase nella storia della redenzione; e i discepoli, nella loro missione, partecipano alle opere peculiari di quest’era escatologica appena iniziata. Durante il Suo ministero terrestre, Gesù non lo fece mai. Egli ha iniziato la Sua opera, dopodiché se n’è andato e non ha partecipato ad essa (nella Sua presenza corporea) dopo la Pentecoste.

Questo non significa che i discepoli di Gesù siano maggiori di Lui. Ma che le loro opere sono maggiori delle Sue in questo contesto, cioè che essi hanno il privilegio di partecipare agli effetti dell’opera iniziata da Gesù. Prima che tornasse al Padre e ci lasciasse lo Spirito Santo, tutto ciò che fece Gesù era necessariamente ancora incompleto. Invece, le opere dei discepoli si situano in una nuova situazione che esiste solo dopo che Gesù ha completato l’opera. Le loro opere sono maggiori perché hanno il privilegio di esistere dopo il completamento.

 

Gesù ha vinto i nostri privilegi per noi

Questa magnifica tela dev’essere costantemente sotto gli sguardi di ogni testimone cristiano. La nostra fede in Gesù non ci spinge in una lotta in cui siamo soli, in cui il risultato è incerto, in cui le benedizioni promesse sono riservate solo per l’aldilà.

“Le nostre più banali attività devono essere viste

in questo contesto più ampio”

Al contrario: la nostra fede in Gesù ci spinge in una lotta in cui la battaglia decisiva è già stata vinta, in cui le benedizioni escatologiche promesse sono già iniziate anche se non ancora compiute. Infatti, i nostri deboli sforzi partecipano al trionfo di Cristo e all’opera dello Spirito che ci ha mandato per convertire un innumerevole quantità di nuovi seguaci del Salvatore e Maestro che noi abbiamo il privilegio di servire. Queste sono le vere dimensioni della nostra chiamata e le nostre più banali attività devono essere viste in questo contesto più ampio.

Tutto ciò accade perché Gesù culmina la sua opera con la rivelazione del Padre, “ritornando al Padre” attraverso la croce. L’opera gli costa cara. Per ben due volte rivela che è profondamente turbato nello spirito (Giovanni 12:27; 13:21) mentre riflette su quello che lo aspetta; eppure, quella stessa opera costituisce la base su cui può dire ai discepoli “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me” (Giovanni 14:1)

 

 

Nota dell’editore: Questo è un estratto riadattato da The Farewell Discourse and Final Prayer of Jesus: An Evangelical Exposition of John 14-17 (Il discorso di addio e l’ultima preghiera di Gesù: un’esposizione evangelica di Giovanni 14-17) e pubblicato in collaborazione con Baker Books.

 

 

 

 

(Traduzione a cura di Aida Gonzalez)

Tematiche: Spirito Santo, Vita Cristiana

Don Carson

Don Carson

(MDiv, Central Baptist Seminary di Toronto; Dottorato, presso l’Università di Cambridge) è professore ricercatore del Nuovo Testamento presso la Trinity Evangelical Divinity School a Deerfield, Illinois e presidente dell’Alleanza Evangelica. Autore di numerosi libri, ha recentemente pubblicato The Enduring Authority of the Christian Scriptures (L’infinita autorità delle Scritture Cristiane). Insieme a sua moglie Joy, hanno due figli.

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