“Date a Cesare”: l’invito di Cristo a pensare al di là della politica

 

 

Nei dibattiti politici, esiste ciò che viene chiamata una domanda “tranello”: una domanda posta solo per costringere chi viene interpellato a dire qualcosa che potrebbe danneggiare la propria reputazione. La tattica non è nuova. In realtà, è antica quasi quanto gli scritti del Nuovo Testamento. Nel vangelo di Marco, per esempio, leggiamo che un gruppo di capi religiosi e politici si avvicinò a Gesù e gli chiese: «È lecito dare il tributo a Cesare o no? Dobbiamo darlo, o non darlo?» (Mc 12:14).

Ai tempi di Gesù, questa domanda era fortemente dibattuta e storicamente controversa. Roma aveva imposto una tassa sulla Giudea nel 6 d.C., ricordando agli ebrei del I secolo la loro sottomissione al regime ateo. Gli ebrei pagavano la tassa romana con la moneta romana; il sistema stesso fungeva da perpetuo promemoria della loro soggezione.

Alcuni fra gli ebrei erano noti come Zeloti. Il loro partito non accettava compromessi. Sfuggivano Roma, rifiutando di pagare tributi all’impero. Dall’altra parte c’erano gli Erodiani (politici) e i Farisei (teologi), che cercavano un modo per pagare la tassa romana senza compromettere le loro convinzioni.

Fu questo secondo gruppo, i politici e i teologi, che pose a Gesù la domanda insidiosa. Da quello scambio ad alto rischio possiamo ricavare molto sul nostro rapporto verso il governo.

 

L’approccio

Marco descrive l’impostazione all’inizio del passo: «E mandarono a lui alcuni farisei e alcuni erodiani, per metterlo alla prova con parole.» (Mc 12:13). Il “loro” del versetto 13 sono presumibilmente gli stessi capi religiosi furiosi del versetto 12. Cercando un’altra opportunità per intrappolare Gesù, il gruppo mandò una delegazione di farisei ed erodiani. Questo sodalizio inusuale si era già avvicinato a Cristo con astio in passato (cfr. Mc 3:6), il che significa che gli eventi del capitolo 12 erano semplicemente una ripresa dei loro tentativi di zittirlo una volta per tutte.

I loro sforzi adempivano il Salmo 2: «I principi si ribellarono, insieme i capi congiunsero consiglio contro il SIGNORE» (v. 2). Questi compagni insoliti, leader politici e religiosi, erano uniti nella loro opposizione a Gesù — fusi nel desiderio di distruggere il Signore della gloria. In effetti, nel leggere la storia troviamo che questo tema riemerge spesso: la combinazione di politica e religione per silenziare Gesù Cristo, affinché la storia del Figlio di Dio che muore per i peccati dell’uomo venga soppressa.

Notiamo l’adulazione con cui il gruppo si avvicina a Cristo nel versetto 14, chiamandolo «Maestro» e riconoscendo la sua capacità di parlare con chiarezza e verità. Questi dettagli tracciano un quadro tragico della capacità dell’umanità di pronunciare il meglio da motivazioni peggiori. Pur parlando con parole fedeli della via di Dio, non volevano fare la volontà di Dio.

 

La reazione

Gesù risponde nei versetti 15-17 con due domande e una dichiarazione. Prima chiede retoricamente: «Perché mi mettete alla prova?» (v. 15). Non è la prima volta che Gesù è messo alla prova. Nel cap. 8 i farisei lo avevano testato sul tema dei segni; nel cap. 10 sulla questione del divorzio. Così, al capitolo 12, la domanda implicita è: «Quando smetterete con queste domande trappola?»

Marco narra che Gesù chiese poi un denaro e pose una domanda pratica. Possiamo immaginare che voltasse il denaro nella mano mentre quelli intorno Lo guardavano, e chiese: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?» (vv. 15-16). «Di Cesare», risposero — e senza ambiguità Gesù rispose alla domanda iniziale dei leader: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare» — in altre parole: «Sì, pagate la tassa romana».

Il denaro romano era una piccola moneta d’argento, simile per valore e dimensioni al quarto statunitense. Su di essa stava l’effigie di Tiberio Cesare Augusto con l’iscrizione “Figlio del divino Augusto”. Sul lato opposto, Tiberio era seduto sul trono, coronato, con abiti sacerdotali: un inequivocabile segno del dominio di Cesare.

Questo rende la risposta di Gesù ancora più provocatoria. Con la Sua risposta, Gesù confuta l’ideologia degli Zeloti, che tentava di creare un “paese dentro il paese”. Egli riconosce che esser parte dell’impero romano comportava doveri, uno dei quali era pagare la tassa. Egli disse: «Pagatela», ma non si fermò lì.

Gesù prosegue istruendoli a rendere anche «a Dio ciò che è di Dio» (v. 17). Proprio come l’immagine di Cesare era impressa sul denaro, così l’immagine di Dio è impressa nelle vite dei Suoi creati. E mentre gli ebrei in quel contesto avevano responsabilità civiche, queste erano subordinate alla loro responsabilità suprema verso Dio vivente. Gesù colloca la politica al suo posto, definendo il dovere verso uno stato temporaneo entro i confini del nostro dovere più grande verso il Dio eterno e sovrano.

Le questioni della libertà politica non sono le questioni ultime della vita. Pensiamo ai fratelli e alle sorelle cristiani in paesi come Somalia, Libia o nell’India settentrionale, che conoscono poca libertà politica ma gioiscono immensamente nel regno di Dio. Per il credente, l’obiettivo primario non sono i regni del mondo, ma il regno del Signore Gesù.

 

La risposta dei leader

La reazione dei leader è registrata in una frase: «Ebbero stupore per lui» (Mc 12:17). Venuti per interrogare Gesù intellettualmente, si ritrovarono esaminati. Nel tentativo di intrappolarlo, si confrontarono con la realtà (che forse non compresero) che non c’è rifugio da Lui; c’è solo rifugio in Lui per fede — una realtà che i delegati auto-giustificati non vollero accettare.

 

Principi da ricavare

Da questo passo possiamo trarre alcuni principi per vivere come cittadini doppi, con residenza in un confine geopolitico e cittadinanza che appartiene al cielo (cfr. Filippesi 3:20).

  1. Gli impegni politici occupano un posto secondario quando diventiamo discepoli di Gesù. Pensa a due apostoli: Matteo, un esattore di tasse, e Simone, uno zelota. Uno era “per il governo”, l’altro “contro il governo”. Eppure si trovano uniti nel regno di Cristo! I nostri obiettivi politici sono importanti, ma non supremi. Sono secondari rispetto alla sovranità di Gesù.
  2. Ci sono limiti all’onore dovuto a Cesare. Quando gli apostoli furono ordinati di smettere di predicare, risposero: «Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti 5:29). La giurisdizione dello stato va onorata, ma ha i suoi limiti. A Cesare si rende ciò che è suo (imposte). A Dio si rendono ciò che sono Sua esclusiva attribuzione (adorazione). Il cristiano dichiara: «Cristo, non Cesare, è Signore».
  3. Il regno di Cristo ha precedenza su ogni altro regno. Non importa quanto amiamo la nostra patria, in ultima analisi apparteniamo al regno sul quale Cristo regna, composto da gente di tutte le nazioni sotto la Sua autorità.

Dove troviamo fiducia e coraggio?

Come guardiamo al mondo in cui vivranno i nostri nipoti — un mondo che non possiamo neppure immaginare? C’è una sola risposta: dobbiamo considerare la sfera politica attuale in relazione alla realtà futura che ci farà dire:

“Il regno del mondo è diventato il regno del nostro Signore e del Suo Cristo, e Egli regnerà nei secoli dei secoli.”
(Apocalisse 11:15)

 

Questo articolo è stato adattato dal sermone “‘Rendete a Cesare…’” di Alistair Begg.

 

 

Lettura consigliata: Cuore grande. Ed. Coram Deo.

 

 

 

Foto di Claudio Schwarz su Unsplash

 

 

Tematiche: Verità, Vita Cristiana

Alistair Begg

Alistair Begg

 

È pastore della Chiesa ParkSide a Cleveland (Ohio, Stati Uniti). Scrittore e conferenziere molto stimato. La sua trasmissione radio Truth for Life è diffusa in tutti gli Stati Uniti. Ogni anno organizza la conferenza BASICS dove circa 1.500 pastori si incontano per ascoltare il Vangelo di Gesù Cristo.

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