Dio ha salvato un miserabile come lui

 

Nei suoi 82 anni di vita John Newton fu un marinaio depravato, un miserabile esiliato sulla costa dell’Africa occidentale, un capitano di navi negriere, un supervisore ben pagato delle maree a Liverpool; per 43 anni un amato pastore di due congregazioni a Olney e Londra; per 40 anni fu un devoto marito verso sua moglie Maria fino alla morte di lei, un amico intimo di William Wilberforce, John Wesley e George Whitefield ed infine, l’autore del più famoso inno in lingua inglese, “Amazing Grace” (Stupenda Grazia).

 

Perché sono interessato a quest’uomo? Perché uno dei miei grandi desideri è vedere i cristiani diventare forti e resistenti come alberi di sequoia e sensibili e fragranti come un campo di trifogli – irremovibilmente robusti “nella difesa e nella conferma del Vangelo” (Filippesi 1:7), e instancabilmente umili, pazienti e misericordiosi nel trattare con le persone.

 

Cuori sensibili, radici resistenti

Mi sembra sempre che quando parliamo di essere tenaci e sensibili, resistenti e piacevoli, coraggiosi e compassionevoli, cadiamo sempre da una parte o dall’altra delle due posizione…  o facciamo a pezzi la verità quando dovremmo essere impavidi o disputiamo quando dovremmo piangere. Quant’è raro trovare Cristiani che parlano con cuore sensibile ma che hanno una spina dorsale teologica d’acciaio.

 

John Newton non trovò sempre il giusto equilibrio, ma sebbene avesse i piedi d’argilla, come ogni altro eroe a parte Cristo, la sua grande forza fu “seguire la verità con amore” (Efesini 4:15). Ebbe nel suo cuore un tenero amore per i perduti, sollevò gli scoraggiati, accolse i bambini e pregò per i nemici. E la sua sensibilità ebbe radici resistenti come quelle di una sequoia.

Comincio con un breve racconto della sua vita, perché la vita di Newton è stata la più chiara testimonianza della struggente misericordia di Dio che si sia mai visto. Il ricordo della sua salvezza fu una delle cause più profonde della sua abituale sensibilità. Non riuscì a dimenticare la meraviglia della sua salvezza per grazia pura e trionfante.

 

Rovina morale e miseria

John Newton nacque il 24 luglio 1725 a Londra da madre devota e padre irreligioso e uomo di mare. Sua madre morì quando lui aveva sei anni. Lasciato prevalentemente a sé stesso, Newton divenne un marinaio depravato – obbligato al servizio navale contro la sua volontà quando aveva diciotto anni. Il suo amico e biografo Richard Cecil disse: “I compagni che ha incontrato qui hanno finito di rovinare i suoi principi” Memorie of the Reverend John Newton, 1:9 (Memorie del Reverendo John Newton, 1:9). Newton scrisse di se stesso: “Ero capace di tutto; non avevo il minimo timore di Dio davanti a me, né (per quanto mi ricordi) la minima sensibilità di coscienza “(Memoirs, 1:12).

Quando aveva 20 anni, fu fatto sbarcare su alcune piccole isole a sud-est di Sierra Leone, nell’Africa occidentale e per circa un anno e mezzo visse come schiavo virtuale in circostanze di quasi povertà. La moglie del suo padrone lo disprezzava e lo trattava crudelmente. Scrisse che anche gli schiavi africani avrebbero cercato di contrabbandargli cibo dalle loro magre razioni. Più tardi nella vita si meravigliò del modo apparentemente casuale in cui una nave gettò l’ancora sulla sua isola dopo aver visto del fumo e del fatto che fosse una nave con un capitano che conosceva il padre di Newton e che riuscì a liberarlo dalla sua schiavitù. Era il febbraio 1747. Aveva circa 21 anni e Dio stava per avvicinarsi.

 

La preziosa tempesta in mare

La nave svolgeva attività in mare da oltre un anno quando, il 21 marzo 1748, durante il viaggio di ritorno verso l’Inghilterra nel Nord Atlantico, Dio agì per salvare il “bestemmiatore africano”.

Newton si svegliò in una violenta tempesta mentre la sua stanza cominciava a riempirsi d’acqua. Fu assegnato alle pompe e si sentì dire: “Se non dovesse andare, il Signore abbia pietà di noi” (Memoirs, 1:26). Era la prima volta che esprimeva il bisogno di misericordia in molti anni. Lavorava alle pompe dalle tre del mattino fino a mezzogiorno, dormiva per un’ora e poi prendeva il timone e guidava la nave fino a mezzanotte. Al timone, aveva il tempo di ripensare alla sua vita e alla sua condizione spirituale.

Alle sei circa della sera successiva sembrava ci fosse speranza. “Pensai di aver visto la mano di Dio stesa a nostro favore. Iniziai a pregare: non potevo pronunciare la preghiera della fede. Non potevo avvicinarmi a un Dio riconciliato e chiamarlo Padre…. I principi scomodi dell’infedeltà erano profondamente attaccati…. La bella domanda ora era, come ottenere la fede” (Memoirs, 1:28).

 

Da commerciante di schiavi a predicatore

Per sei anni dopo questo periodo, Newton disse che non aveva “un amico cristiano o un ministro fedele che lo consigliasse”. Diventò il capitano di una nave negriera e andò nuovamente in mare fino al dicembre del 1749. Nei suoi anni di maturità arrivò a sentire intenso rimorso per la sua partecipazione al commercio degli schiavi e si unì a William Wilberforce nel contrastarlo. Trenta anni dopo aver lasciato il mare, scrisse un saggio, Thoughts upon the African Slave Trade (Pensieri sul commercio degli schiavi africani) che si chiuse con un riferimento a “un commercio così iniquo, così crudele, così opprimente, così distruttivo, come il Commercio degli schiavi africani!” (Memoirs, 6:123).

Nel 1764 Newton accettò la chiamata ad essere il pastore della parrocchia della Chiesa anglicana a Olney e vi servì per quasi sedici anni. Poi accettò la chiamata all’età di 54 anni a St. Mary’s Woolnoth a Londra, dove iniziò, l’8 dicembre 1779, il suo ministero che durò 27 anni. Gli occhi e le orecchie stavano cedendo, e il suo buon amico Richard Cecil gli suggerì di smettere di predicare quando compì 80 anni, ma Newton gli rispose: “Cosa! Il vecchio blasfemo africano si fermerà mentre può parlare?” (Memoirs, 1:88).

John e Mary non ebbero figli loro, ma adottarono due nipoti. Quando Mary morì diciassette anni prima di John, egli andò a vivere con la famiglia di una di questi nipoti e fu accudito come se fosse suo padre. Newton morì il 21 dicembre 1807, all’età di 82 anni.

 

La sensibilità di Newton

Parliamo ora della sensibilità di John Newton, mostrata prima di tutto nell’amore spontaneo che provava per quasi tutti quelli che incontrava. Secondo Cecil, “Il Sig. Newton non avrebbe potuto vivere più di quanto potesse amare “(Memorie, 1:95). Il suo amore per le persone era la firma della sua vita: amava i miserabili e amava il suo gregge di persone redente.

Chiunque… ha assaporato l’amore di Cristo e ha conosciuto, per esperienza personale, il bisogno e il valore della redenzione, è in grado, sì, è costretto ad amare i suoi simili. He loves them at first sight (Li ama a prima vista). (Memorie, 5:132).

È l’espressione a prima vista che salta all’occhio in questa citazione: l’istinto primario di Newton fu quello di amare le persone perdute.

 

Newton mostrava anche un segno chiaro di sensibilità cristiana nel suo amore per i bambini. “Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate” (Marco 10:14) è il distintivo di sensibilità che Gesù indossava. Quando Newton arrivò a Olney, una delle prime cose che fece fu iniziare un incontro per bambini il giovedì pomeriggio. Si incontrava con loro, dava loro degli incarichi e parlava con loro leggendo dalla Bibbia. A un certo punto disse: “Suppongo di averne 200 che parteciperanno costantemente” (John Newton, 143).

Vediamo forse l’esempio più significativo della sensibilità di Newton nella sua cura per William Cowper, il poeta malato di mente e scrittore di inni che andò a vivere a Olney durante i dodici anni dei sedici che Newton trascorse là. Newton ospitò Cowper nella sua casa per cinque mesi in un periodo e quattordici mesi in un altro, quando il poeta era così depresso che era difficile per lui svolgere le sue attività da solo. In effetti, Cecil disse che per tutta la vita di Newton, “La sua casa fu un rifugio per i perplessi o gli afflitti” (Memorie, 1:95).

Cosa farebbe la maggior parte di noi con una persona depressa che potrebbe a malapena uscire da casa sua? William Jay riassunse la risposta di Newton: “Aveva una predisposizione alla sensibilità e considerava sempre giudiziosamente la depressione e lo sconforto del suo amico come un effetto fisico, per cui pregava gli fosse tolto, ma non ragionava mai né discuteva con lui riguardo a ciò “(John Newton, 41).

Ora, da dove proviene una tale sensibilità? Quali erano i fattori che contribuivano a tanta pazienza, misericordia e amore?

 

Medico al Bedlam

Ci sono poche cose che tendono a renderti più sensibile quanto essere in presenza della sofferenza e della morte. “Il mio corso di studi”, ha detto Newton, “come quello di un chirurgo, è consistito principalmente nel camminare in ospedale” (Memorie, 1:100). Nella sua valutazione biblica della miseria ha visto è che alcuni mali, ma non molti, possono essere eliminati in questa vita e pertanto avrebbe dato la sua vita per portare quanto più sollievo e pace per il tempo e per l’eternità e non sarebbe diventato duro e cinico a causa di miserie irrimediabili come la malattia mentale di Cowper.

 

“Mi sforzo di camminare nel mondo come un medico cammina per il Bedlam [il famoso manicomio]: i pazienti fanno rumore, lo tormentano con impertinenza e lo ostacolano nella sua attività; ma fa come meglio può, e così va avanti “(John Newton, 103). In altre parole, la pazienza affettuosa e la tenacia che aveva nel prendersi cura delle persone difficili derivò, in parte, da una visione molto sobria e realistica di cosa aspettarsi da questo mondo. La vita è dura e Dio è buono.

Questo sobrio realismo su ciò che possiamo aspettarci da questo mondo decaduto è una fattore cruciale per la sensibilità abituale nella vita di John Newton.

 

Un miserabile salvato

Newton ricollega la propria salvezza più di ogni cosa alla sua compassione. Fino al giorno della sua morte, non smise mai di stupirsi del fatto che, come disse a 72 anni, “un simile disgraziato non solo dovrebbe essere risparmiato e perdonato, ma riservato per l’onore di predicare il Tuo Vangelo, che aveva bestemmiato e al quale aveva rinunciato… questo è davvero meraviglioso! Più mi hai elevato, più dovrei abbassarmi “(Memorie, 1:86).

Newton espresse, notoriamente, questo sentimento nel suo inno “Amazing Grace” (Stupenda Grazia):

 

Stupenda grazia! Come è dolce il suono

Che ha salvato un miserabile come me.

Un tempo ero perduto, ma ora sono ritrovato,

Ero cieco,

ma ora vedo.*

L’effetto di questo stupore è la sensibilità verso gli altri. Il “miserabile” che è stato salvato per grazia “crede e sente la propria debolezza e indegnità e vive sulla grazia e sull’amore perdonante del suo Signore. Questo gli conferisce la consueta sensibilità e mansuetudine di spirito. Umile sotto il senso di molto perdono a sé stesso, trova facile perdonare gli altri “(Memorie, 1:70).

L’umiltà unita alla gratitudine di un cuore felice e riconoscente di un “miserabile” salvato erano probabilmente il fattore più evidente della consueta sensibilità di Newton verso le persone.

Calmo sotto la provvidenza di Dio

Per conservare l’amore e la sensibilità che pensa più alle necessità altrui che alle nostre comodità, dobbiamo avere una speranza incrollabile che anche i momenti tristi delle nostre vite cooperino per il nostro bene eterno. Altrimenti ci arrenderemo, non presteremo più ascolto ai bisogni altrui e diremo: “Mangiamo e beviamo, perché domani morremo” (1 Corinzi 15:32). Newton trovò questa pace e fiducia nella provvidenza di Dio che governa tutto sul bene e sul male. Descrive la sua personale esperienza quando descrive il credente:

“La sua fede lo sostiene in tutte le prove, assicurandogli che ogni dispensazione è sotto la direzione del suo Signore; che i castighi sono un segno del suo amore; che il periodo, la misura e la continuazione delle sue sofferenze sono stabilite dalla Saggezza Infinita e concepite per cooperare per il suo bene eterno; e quella grazia e forza gli sarà concessa, secondo il suo giorno”. (Memorie, 1:169)

Questa incrollabile certezza che la provvidenza di Dio che governa tutto trasformerà ogni esperienza per il suo bene, stabilì, rafforzò e sostenne Newton e questo fece sì che non passasse la vita a mormorare, ma a cantare: “Questa grazia mi ha portato al sicuro fino ad ora e la grazia mi condurrà a casa”.

 

 

* (Traduzione letterale della strofa in inglese)

 

(Traduzione a cura di Maddalena Bennardo)

 

Tematiche: Conversione, Missione, Storia della Chiesa

John Piper

John Piper è fondatore di Desiring God e insegnante al Bethlehem College & Seminary. Per 33 anni ha servito come pastore della chiesa Bethlehem Baptist Church, Minneapolis, Minnesota. È autore di più di 50 libri, alcuni dei quali sono stati pubblicati anche dalla Casa Editrice Coram Deo

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