Il tradimento e l’ultima cena: lezioni da Giuda e Gesù

 

 

Immaginate le mani di tredici uomini all’ultima cena: ventisei mani che passano il pane, passano il calice, si infilano tra i capelli, spolverano le briciole dalle barbe, poggiano un momento in grembo, il momento dopo sul tavolo.

Gesù allora dice: «Ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola» (Luca 22:21). Le mani si ritraggono immediatamente.

Queste parole, pronunciate in quella che Gesù sa essere la Sua ultima cena pasquale, scuotono profondamente i dodici discepoli. Ognuno guarda gli altri. A chi di loro si riferiva? Quante mani c’erano quella sera!

 

Un mistero

Se abbiamo letto il Vangelo di Luca dall’inizio, conosciamo già il colpevole: «Giuda Iscariota, che poi divenne il traditore» (Luca 6:16). Era già accaduto che «Satana entrò in Giuda, chiamato Iscariota, che era nel numero dei dodici. Egli andò a trattare con i capi dei sacerdoti e con i capitani su come glielo avrebbe consegnato» (Luca 22:3-4). Da allora e per tutta la storia successiva, il nome di Giuda è stato disprezzato, e oggi pochi leggono del suo tradimento con sorpresa.

Eppure, per undici degli uomini a quella tavola, fu una sorpresa: «Cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di essi avrebbe fatto questo» (Luca 22:23). Non dice: “Tutti guardarono Giuda”. Non avevano alcun sospetto! Giuda era abile nel nascondere ciò che portava dentro. Aveva vissuto con loro, eppure era riuscito a celare il suo tradimento anche a coloro che gli erano più vicini.

È molto facile nascondersi agli occhi degli altri. È molto facile mascherare ciò che accade nel cuore. Possiamo presumere di conoscerci bene, ma chi conosce davvero i pensieri di un uomo o di una donna, se non lo spirito che è in lui? (1 Corinzi 2:11).

 

Un solenne ammonimento

L’inganno di Giuda è un solenne ammonimento: possiamo ingannare gli altri, e possiamo ingannare noi stessi. Gesù avvertì i discepoli che ci saranno, al giudizio finale, persone in grado di dire al Signore: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze», ma Egli dirà loro: «Io vi dico che non so da dove venite; allontanatevi da me, voi tutti malfattori!» (Luca 13:26-27).

La questione centrale dell’essere discepoli di Gesù non è se ci piacciono i sermoni, se frequentiamo incontri o se siamo membri di una chiesa. La vera questione è se vi è stato un autentico incontro con il Dio vivente nel Signore Gesù Cristo. Tragicamente, ci saranno alcuni nelle nostre chiese ai quali il Signore dirà: «Mi dispiace. Non so chi siete, né da dove venite».

 

Giuda era abile nel nascondere ciò che portava dentro

 

Paolo descrisse questa realtà ai responsabili della chiesa di Efeso: «Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi dei lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; e che tra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trascinare i discepoli dietro a sé» (Atti 20:29-30, enfasi aggiunta). In altre parole: «Il pericolo non viene solo da chi è fuori dal vostro gruppo; ma da chi è dentro, da coloro che usano il linguaggio giusto, che si trovano nel posto giusto al momento giusto, ma sono ancora schiavi del peccato. Essi colpiranno fratelli e sorelle. Potresti essere tu».

 

Un’attenzione deliberata

La soluzione a questa condizione non è la paranoia, né la diffidenza reciproca. È il «prestare attenzione a sé stessi» (Atti 20:28), il «badare a sé stessi» (come traduce la Diodati), il «vigilare» (NIV). Prestare attenzione a cosa? «A voi stessi e a tutto il gregge», dice Paolo.

Ecco perché la supervisione di anziani pii in una comunità locale è cruciale. È il motivo per cui il rendiconto e la responsabilità nella vita di chiesa sono necessari. È la ragione per cui l’insegnamento della dottrina biblica è indispensabile. È il motivo per cui la disciplina ecclesiastica è un atto di misericordia. E, naturalmente, è per questo che ogni uomo e ogni donna devono gridare nel segreto:

«Esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore,
mettimi alla prova e conosci i miei pensieri.
Vedi se c’è in me qualche via iniqua
e guidami per la via eterna»
(Salmo 139:23-24, NR06).

In quella notte storica, due mani sulla tavola appartenevano a un traditore che aveva camminato con il Signore, ma il cui cuore amava il mondo. Due altre mani appartenevano al Salvatore, che di lì a poco sarebbero state inchiodate al legno. Le altre ventidue appartenevano a uomini che sarebbero stati trovati a coprirsi il volto mentre si nascondevano nei rifugi.

Eppure, nella misericordia di Dio, quelle ventidue mani si sarebbero poi rimesse all’opera, afferrando l’aratro con gli occhi rivolti alla promessa del Regno: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; io vi assegno un regno, come il Padre mio l’ha assegnato a me, affinché mangiate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate su troni a giudicare le dodici tribù d’Israele» (Luca 22:28-30).

Come avrebbero fatto ciò? Attaccandosi con fede al Signore che li aveva acquistati con il Suo sangue, camminando nella potenza dello Spirito che li santificava, e vigilando attentamente su se stessi.

 

Questo articolo è stato adattato dal sermone “Dio giudica giustamente” di Alistair Begg.

 

Lettura consigliata: L’uomo della croce di mezzo, Ed. Coram Deo.

L'uomo della croce di mezzo

 

Foto di Alicia Quan su Unsplash

Tematiche: Amicizia, Amore di Dio, Gesù Cristo, Insegnamento biblico, Pasqua

Alistair Begg

Alistair Begg

 

È pastore della Chiesa ParkSide a Cleveland (Ohio, Stati Uniti). Scrittore e conferenziere molto stimato. La sua trasmissione radio Truth for Life è diffusa in tutti gli Stati Uniti. Ogni anno organizza la conferenza BASICS dove circa 1.500 pastori si incontano per ascoltare il Vangelo di Gesù Cristo.

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