La bellezza della conversione

 

Per molti, la dottrina della conversione non è affatto bella: dicono che sia coercitiva – “Nessuno può obbligarmi a credere!” – od offensiva – “Chi sei tu per dire che ciò in cui credo e il modo in cui vivo è sbagliato?”.

In questo senso, possiamo dire che non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. Ciò che conta quando parliamo di dottrina non è se sia bella o brutta, ma piuttosto se sia vera o falsa. Detto ciò, la vera dottrina della conversione cristiana è assolutamente bella.

Da un lato, la conversione è bella proprio come ogni tipo di trasformazione è bello. Alle elementari, i bambini studiano la metamorfosi del bruco in farfalla o del girino in rana. Poi, alla scuola domenicale, imparano che queste trasformazioni sono esempi del cambiamento che avviene nel cuore dell’uomo quando da “morto nel peccato” diventa “una nuova creatura”. Un fiore sboccia, un uovo si schiude, un uccellino dispiega le sue ali per la prima volta: ciascuna di queste trasformazioni è bellissima a suo modo, ma anche in un certo senso per un’unica ragione. Infatti, persino nelle più recondite nicchie della creazione, Dio ha inserito la rivelazione della sua gloria, che si manifesta nel passaggio dalla morte spirituale alla vita eterna.

Una delle leggi della natura dice che le cose, se lasciate a loro stesse, non progrediscono, bensì regrediscono. Tutto muore. Eppure anche in questa natura, Dio ha nascosto qua e là la bellezza di alcune cose che si trasformano in meglio. Non sono forse questi segni della meraviglia della salvezza?

In effetti, la conversione è molto più di tutto questo. È bella nella sua semplicità (si pensi a Romani 10:9) e nella sua complessità (si pensi a Efesini 2:1-10).

Tuttavia, non è sufficiente dire che la salvezza è bella. Dimostriamolo!

 

Bella nella sua orchestrazione

La conversione è bella nella sua orchestrazione. C’è un momento preciso in cui ci convertiamo: prima non crediamo che Gesù Cristo sia il Figlio di Dio e che Dio lo abbia risuscitato dai morti, ma un momento dopo crediamo fermamente.

Questa decisione iniziale di credere, di afferrare Cristo con la mano vuota della fede, è il momento in cui un peccatore predestinato, occupato precedentemente a curarsi dei suoi affari, si ritrova nel bel mezzo dell’ordo salutis (piano della salvezza). Dio lo aveva nel mirino da tempo immemore, ma la vera chiamata è giunta solo nel momento stabilito. La via che l’uomo si era scelto da sé è stata interrotta da Dio, che ora dirige i suoi passi (Proverbi 16:9).

In un certo senso, la conversione consiste nella fruizione del piano di Dio, ma allo stesso tempo è solamente un punto in tutto il percorso. È un momento decisivo, ma quanta pianificazione c’è stata dietro a quel momento! Possiamo scorgere questa pianificazione in Romani 8:30: “e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati li ha pure glorificati”. I nostri occhi vedono persone che si ravvedono e professano la loro fede in Cristo, ma non possono ammirare il peso eterno di gloria che porta a quel momento e che sboccia successivamente.

Potremmo scrivere volumi su ciascuna fase del percorso delineato in Romani 8:30; vedremo bellezza su bellezza. Una fede grande quanto un granello di senape piantato nel cuore rotto di un peccatore disperato è il culmine del processo: Dio aveva preconosciuto questo peccatore fin da prima della fondazione della terra; anche nell’eternità passata Dio aveva guardato oltre l’offesa eterna del peccato di una vita di questo individuo, predestinandolo amorevolmente all’adozione come suo figlio amato. Poi Dio ha mandato il suo unigenito Figlio per provvedere all’espiazione del suo peccato, così che potesse essere giustificato dalla giustizia di Cristo in seguito alla rigenerazione a opera dello Spirito del suo cuore di pietra. È sbalorditivo, non è vero? E lo è ancor più il fatto che questo seme di fede giustificatrice crescerà per mezzo della fedeltà del Padre così da compiere l’opera della santificazione, ancora una volta per mezzo dell’opera dello Spirito, fino alla promessa della glorificazione.

 

Bella nella sua promessa

La conversione è bella nella sua promessa. E che promessa! Non ci consente forse di ottenere ciò che tutti noi vogliamo? Cos’è che sia santi che peccatori sperano ogni giorno? Tutti noi vogliamo un cambiamento. Tutti vogliono credere che il male diventerà bene e che ciò che è sbagliato sarà reso giusto. Ognuno di noi ha le sue idee circa il modo in cui ciò avverrà, ma tutti noi in sostanza vogliamo la stessa cosa: la vita.

Dio ha messo il pensiero dell’eternità nei nostri cuori (Ecclesiaste 3:11) e così ogni momento è un’espressione di adorazione a un dio o a un altro, un’espressione del nostro bisogno disperato di qualcosa di vero, reale, amorevole, della promessa di qualcosa di migliore e più giusto. Bruce Marshall scrisse: “Il giovane che bussa alla porta del bordello sta inconsciamente cercando Dio”[1]. Ciò è vero per ogni forma di idolatria – che sia sessuale o spirituale – ma la verità è che nessuno, se lasciato a se stesso, cerca il vero Dio (Romani 3:11). Vogliamo che i nostri dèi siano Dio, ma in effetti ciò che stiamo cercando lo troviamo solo in Colui che follemente vogliamo evitare.

Così chi “trova Dio” in effetti è stato trovato da Dio. Il nostro consolatore, lo Spirito, sta passando al setaccio gli abitanti della terra, cercando chi possa far risorgere a nuova vita. Dio è paziente con i suoi idolatri, non volendo che nessuno di noi perisca, ma che tutti giungiamo al ravvedimento. Il Suo Spirito illumina i nostri cuori, gridando: “Vieni alla vita!” dall’ingresso della nostra tomba, e ciò che prima era incredibile diventa possibile. Posso essere diverso! Posso cambiare! Posso conoscere Dio e così conoscere la vita! Come dice un celebre inno: “Non c’è colpa nella mia vita, non c’è paura della morte – questa è la potenza di Cristo in me”.

Il vangelo rivela la vera speranza per me e per questo mondo: tutta la bellezza della creazione, delle arti, della lotta dell’uomo per il progresso si riassume e trova il suo compimento in Gesù Cristo incarnato, crocifisso, sepolto, risorto e glorificato. E poiché nella sua risurrezione Egli è la primizia (1 Corinzi 15:20-23), così la nostra conversione alla fede salvifica è la promessa della trasformazione in esseri immortali – ” e noi saremo trasformati” (1 Corinzi 15:50-53).

 

Bella nella sua varietà

La conversione è bella nella sua varietà, nella diversità in cui ogni individuo giunge a questo momento decisivo. Molti della mia generazione e non solo “furono salvati” mentre alzavano la mano in seguito a un grande richiamo di massa o mentre ripetevano una preghiera prestabilita. Molti di noi, in seguito diventati pastori, non ricorrerebbero mai a una simile tecnica per invitare la gente a credere al vangelo. Dobbiamo assicurarci che il vangelo biblico sia predicato in modo biblico, ma che miracolo quando Dio usa degli uomini fallaci, che usano mezzi imperfetti, per manifestare la potenza perfetta della buona notizia di Gesù Cristo!

Non sono un rapturista pretribolazionista dispensazionale (non più) ma la mia conversione avvenne dopo che lo Spirito Santo, nella sua somma sapienza, usò uno scadente film degli anni ’70 della serie “Gli esclusi” per ammorbidire il mio cuore e spingerlo a desiderare il perdono e la sicurezza in Gesù. Non userei questo mezzo oggigiorno, ma sono grato che Dio non abbia snobbato questi strumenti per portare i suoi figli alla vita. Non si dà delle arie; la sua potenza è perfetta in mezzo alle nostre debolezze evangelistiche, alle nostre predicazioni e ai nostri richiami imperfetti. È incredibile come Dio operi allo stesso tempo tramite e nonostante il nostro ministero evangelistico.

L’uomo si converte quando riconosce in Cristo il suo Cristo, l’offerta per la sua salvezza. Un chiaro esempio di ciò fu la conversione di Saulo sulla via per Damasco, un momento di grande impatto. Per altri, il momento della conversione è stato meno appariscente. Un bambino prega e crede in Cristo durante la scuola domenicale; un uomo si fa avanti al termine di un culto domenicale. Un fratello mi ha raccontato che se ne era stato seduto in chiesa ogni domenica per quasi tre anni prima di esclamare finalmente: “Aspetta un attimo! Ho bisogno di essere salvato! Ho bisogno di crederci!”.

Nel suo romanzo “Quell’orribile forza”, C. S. Lewis, nel suo stile inimitabile, descrive perfettamente l’ordinarietà e il peso della conversione di una donna:

“Ciò che l’attendeva in quel punto era serio fino al livello del dolore e oltre. Non c’erano né forma né suono. La muffa sotto i cespugli, il muschio sul vialetto e il bordino di mattoni in apparenza non erano mutati, ma in realtà lo erano. Un confine era stato attraversato e lei era entrata in un mondo o in una Persona, o era giunta alla presenza di una Persona. Davanti a lei senza veli e senza protezione c’era qualcosa che attendeva paziente e inesorabile […]

In quell’altitudine, profondità e vastità l’idea meschina del proprio «Io», come l’aveva fino ad allora chiamato, cadde e svanì, senza un battito d’ala, nella lontananza senza fine, come un uccello in uno spazio privo d’aria. La parola «Io» si riferiva a un essere la cui esistenza non aveva mai neppure sospettato, un essere che non esisteva ancora pienamente ma che era atteso. Era una persona (non quella che lei aveva pensato) ma anche una cosa – una cosa creata, creata per piacere a un Altro e in Lui a tutti gli altri – una cosa che veniva creata in quello stesso momento senza sua scelta, in una forma mai neppure sognata. E la creazione avvenne in una sorta di splendore o di pena, o di splendore e di pena insieme, per cui Jane non capì se fosse nelle mani che plasmavano o nella massa modellata […]

La cosa più grande che le era mai capitata, a quanto pareva, aveva trovato il proprio spazio in una frazione di secondo, troppo breve perché la si potesse definire tempo. La sua mano si richiuse su nient’altro che un ricordo, e appena si fu richiusa, senza un istante di pausa, da ogni angolo del suo essere sorsero ululanti e bisbetiche le voci di quelli che non conoscono la gioia.

«Sta’ attenta. Tirati indietro. Tieni la testa a posto. Non lasciarti coinvolgere» dicevano. E poi, in maniera più sottile, da un altro quartiere: «Hai avuto un’esperienza religiosa. Molto interessante. Non capita a tutti. Adesso capirai molto meglio i poeti del diciassettesimo secolo!»

[…] Ma le sue difese erano state sconfitte, e questi contrattacchi furono vani”. [2]

I demoni gli si contrappongono, a volte contraddicendola direttamente, altre volte cercando di modificare il significato della sua esperienza, ma nessuno – né angeli né demoni – può separare Jane dall’amore di Dio. Così, nella quiete di un giardino inglese, come pure mediante preghiere ferventi dinnanzi a un altare o in solitudine leggendo la Bibbia seduti in poltrona, l’eternità si dischiude.

I mille modi in cui Dio porta alla vita i morti sono bellissimi: alcuni si rendono conto all’improvviso di nuove realtà, altri si accorgono dei loro bisogni solo con il tempo. Alcuni ascoltano il messaggio per la prima volta e rispondono con fede; altri invece lo ascoltano per tutta la vita, ma non hanno “orecchi per udire” fino a un ben preciso giorno. Tutto ciò è arte. Scorgiamo Dio nella varietà delle esperienze e della quotidianità umana, nell’ordinarietà e nella spettacolarità; Dio continua a compiere l’opera di risurrezione ancora e ancora… e anche la più ordinaria delle conversioni è straordinaria. Gli angeli celebrarono con uguale gioia la conversione di mia figlia nella sua cameretta e la conversione di Paolo 2000 anni fa. Ogni conversione è un miracolo e la grande visione gloriosa di Cristo ci trasforma in sue immagini gloriose (2 Corinzi 3:18).

 

Bella nella sua fonte

La conversione è bella nella sua fonte. Poiché il Creatore è glorioso, tutto ciò che fa è glorioso e, considerata questa verità fondamentale, non è giusto dire che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. C’è una bellezza oggettiva nel Dio trino, che i mortali lo vedano o meno. Davide chiede di abitare nella casa del Signore per contemplare la bellezza del Signore (si veda Salmo 27:4), ma anche se il Signore non risponde a simili preghiere, la sua bellezza non ne è per questo diminuita.

Dall’altro lato, la bellezza di Dio – più spesso chiamata gloria – è riflessa, addirittura magnificata, quanto più lo contempliamo. Così una delle bellezze insite nella salvezza è la possibilità di contemplare la bellezza di Dio nei sermoni, nei canti e nei cuori colmi di ringraziamento (Colossesi 3:16). Dopo che Pietro assistette alle sofferenze e alla risurrezione di Cristo, poté definirsi “partecipe della gloria che deve essere manifestata” (1 Pietro 5:1). Rispondendo alla chiamata del vangelo, in qualche modo otteniamo questa bellezza e la magnifichiamo. “A questo egli vi ha pure chiamati per mezzo del nostro vangelo”, scrive Paolo in 2 Tessalonicesi 2:14, “affinché otteniate la gloria del Signore nostro Gesù Cristo”.

La conversione è bella perché Dio è bello. Lo è nella grandezza e nella maestà della sua gloria, nella somma dei suoi attributi e delle sue qualità. Il modo in cui le Scritture parlano della bellezza di Dio è bello. Dalla santità manifestata nei racconti del Pentateuco alle esclamazioni dei salmisti, dalla risposta epica di Dio a Giobbe alla meraviglia dei profeti, dalla testimonianza dei vangeli all’esultanza estatica e le dossologie divine delle epistole fino ad arrivare all’incredibile apocalisse di Giovanni, la Bibbia è bella perché piena della bellezza intrinseca e travolgente di Dio.

E questo Dio meraviglioso, imperscrutabile e santo ci conosce, ci ama, ci sceglie, ci chiama e ci salva. “Perché il Dio che disse: «Splenda la luce fra le tenebre», è quello che risplendé nei nostri cuori per far brillare la luce della conoscenza della gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo” (2 Corinzi 4:6). Poiché tutta la bellezza della conversione (e continueremo a scoprirne nuovi aspetti per tutta l’eternità) trova la sua fonte e al contempo è messa in ombra dalla bellezza di Dio stesso, la cui gloria si estende senza limiti in ogni tempo, così che possiamo vederla, conoscere Gesù ed essere trasformati per sempre.

[1] Bruce Marshall, The World, The Flesh and Father Smith, Boston, Houghton Mifflin, 1945, p. 108.
[2] C. S. Lewis, Quell’orribile forza, Milano, Adelphi Edizioni, 1999, p. 420-421.

 

 

(Traduzione a cura di Cristina Baccella)

 

Tematiche: Conversione, Crescita spirituale, Evangelizzazione, Ministero, Teologia

Jared C. Wilson

Jared C. Wilson è Direttore del Content Strategy per il Midwestern Seminary, managing editor di For The Church, e autore di più di dieci libri tra cui Gospel Wakefulness, The Pastor’s Justification, and The Prodigal Church.

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