Quando sei nel dubbio, non demordere

Potrebbe essere difficile oggi essere felici nella vita e nel ministero, e più di quanto non lo sia stato in passato.
Sin da quando eravamo piccoli, abbiamo vissuto in un ambiente in cui echeggiavano, a vari livelli, le voci dell’autorealizzazione:

Puoi fare qualunque cosa la tua mente decida.
Persegui i tuoi sogni.

 

Trova la tua passione – e falla diventare proficua.

Le voci parlano in ogni settore della società: nelle conversazioni casuali, nei libri e negli articoli, dal piccolo e grande schermo e purtroppo anche in alcuni ambiti della chiesa. La vita lavorativa, e persino le iniziative ministeriali, tendono a palesare il nostro cuore per individuare la nostra passione e poi concentrarla sul mondo.

Queste voci non sono nuove alla generazione dei Millennials, ma probabilmente oggi il loro volume ha raggiunto livelli ragguardevoli attraverso la bocca dei genitori e degli insegnanti odierni.
Queste aspettative tranquille e pervasive a tutto tondo, ci destinano ad essere scontenti dell’opera e del ministero che già abbiamo, perché ci portano a sognare idealisticamente il ruolo che vorremmo.

 


Chiamati ad incontrare i bisogni

Comunque, la vera natura dell’evangelo cristiano ci vorrebbe orientati sulla vita lavorativa e sul ministero in termini completamente diversi.
Invece d’identificare le nostre passioni, spesso nate nell’isolamento e poi trovarne la realizzazione nel mondo, impariamo invece a trovare la nostra soddisfazione vocazionale incontrando i bisogni della vita reale degli altri. Il ministero non è auto-realizzarsi, ma sacrificarsi servendo gli altri.

La gioia del ministero nasce aiutando gli altri lì dove hanno bisogno, non convincendoli a comprare ciò che noi troviamo personalmente più soddisfacente da vendere.


Il che significa che un ministero, qualunque esso sia – che sia in casa o al mercato o a scuola o in chiesa – non si conquista, ma si riceve. Non viene da noi, ma da Dio. Non produciamo le circostanze in cui sono necessari i nostri sforzi, ma nella Sua provvidenza, è Dio a fornirci le circostanze. La nostra chiamata è vedere i bisogni e soddisfarli e trovare soddisfazione nel compiere quella chiamata dataci da Dio.

Le teorie sottese alla società moderna ci hanno resi quella che probabilmente è la generazione più capricciosa della storia del mondo. In mezzo a questa confusione, l’invito enigmatico dell’apostolo Paolo ai Colossesi del primo secolo ha una rilevanza sorprendente.
Egli disse ad Archippo: “Bada al ministero che hai ricevuto nel Signore, per adempierlo” (Colossesi 4:17).

 

Il ministero incontra i bisogni reali

È stato sprecato molto inchiostro per speculare a quale “ministero” Paolo si stesse riferendo qui, ma la cosa più certa che possiamo dire è che non lo sappiamo. “Possiamo soltanto concludere che Archippo avesse ricevuto un compito particolare relativo al suo ministero, ma quale era: la predicazione? L’insegnamento ai nuovi convertiti? Semplicemente non possiamo saperlo” (Doug Moo, Colossians, p. 352).

Vi è sicuramente una bellezza in tutto ciò. In questa epistola ispirata, Dio ha voluto che questo incarico diretto non fosse rivolto solo ad Archippo, ma anche a tutti noi che abbiamo avuto la tentazione di abbandonare un qualche compito prima del tempo prestabilito.
È importante osservare che, qualunque fosse il ministero, era stato “ricevuto” – “bada al ministero che hai ricevuto nel Signore, per adempierlo”.

Attraverso la provvidenza e la conferma del suo popolo (che fosse Paolo stesso o semplicemente la chiesa dei Colossesi), alimentando l’aspirazione nel cuore di Archippo, era stato il Cristo risorto a dare questo ministero. Esso infatti non aveva avuto origine da Archippo, ma al suo esterno, nei bisogni degli altri e nella grazia di Dio.

 

Il ministero incontra degli ostacoli veri

Qualunque impegno implichi “l’adempiere il ministero” fu proprio per questo che Archippo si trovò a fronteggiare degli ostacoli. Ancora una volta, non sappiamo quali fossero queste barriere – e forse è meglio che non lo sappiamo nemmeno in modo da poter trarre da noi stessi le conclusioni. Quando Cristo ci dona un ministero particolare da adempiere, certo non ci promette enfaticamente che sarà tutto facile. Infatti, spesso ci viene assicurato l’opposto.
Si potrebbe persino dire che una fra le conferme della genuinità di una chiamata specifica sia proprio l’emergere di veri ostacoli. Qualsiasi ministero ricevuto veramente dalle mani forate di Cristo avrà i suoi alti e bassi!

Ogni opera cristiana che valga la pena di essere portata avanti in un mondo caduto e malato, in cui il diavolo va attorno come un leone ruggente, incontrerà sicuramente delle difficoltà. Così qualsiasi cosa che valga veramente la pena di essere fatta si troverà inevitabilmente a fronteggiare frustrazioni e contrasti.

 

Bada di adempiere la tua chiamata

Con una resistenza del genere, Paolo però non incoraggia Archippo a trovare pascoli più verdi o ad appagare il suo ego ministeriale con qualcosa di più facile e più “vivificante”. Certo, può esserci un periodo di transizione, quando si completa una particolare espressione ministeriale, quando una nuova chiamata specifica viene rivelata appieno, ma non è questa la situazione di Archippo.

Per adesso, egli ha bisogno di essere incoraggiato a non cercare altro, ma a tener duro quando la situazione peggiora.

La vittoria non si ottiene ritirandosi, ma tenendo duro nonostante le difficoltà. Potrebbe darsi che gli ostacoli e le barriere crescenti indichino piuttosto che la vittoria è alle porte.

È un compito di cui tutti abbiamo bisogno in qualunque ministero abbiamo ricevuto. Qualunque sia il ruolo, piccolo o grande che sia, che abbiamo ricevuto da Cristo risorto per incontrare i bisogni reali per l’avanzamento del Suo regno, incontrerà inevitabilmente degli ostacoli e arriverà il momento in cui avremo bisogno di sentirci ripetere il chiaro incoraggiamento apostolico a non demordere!

Teniamo duro nel tempo affidandoci a Cristo piuttosto che sfuggire quando il gioco si fa duro.
Questo non significa che non avremo transizioni, che non avremo pause, non cambieremo mai carriera o non avremo delle correzioni nel mentre, o non ci troveremo mai in una nuova fase della vita. Significa invece che, ponderando la transizione, chiediamo a noi stessi e a quelli che meglio ci conoscono:
Ho compiuto veramente la mia opera?

Ho adempiuto la chiamata specifica che mi ha rivolto Cristo in questo contesto?

Forse non tutto il lavoro del team o dell’organizzazione è stato realizzato, ma Dio mi sta facendo capire che la mia parte – il ministero che ho ricevuto da Lui – è stata veramente conseguita?

Quando hai dubbi potresti dire: Non demordere. Cambia l’andamento nella nostra società capricciosa, e rimani fermo nel tempo, con la forza che Dio ti darà (1 Pietro 4:11).

 

Dopo tutto, il ministero non consiste nel realizzare sé stessi, ma sacrificarsi, consiste nel provare gioia quando sarai usato per i bisogni reali degli altri.

 

 

(Traduzione a cura di Susanna Giovannini)

Tematiche: Crescita spirituale, Depressione, Disciplina, L'amore di Dio, Ministero, Teologia, Vita Cristiana

David Mathis

David Mathis è il redattore esecutivo di desiringGod.org, pastore della Cities Church di Minneapolis/Saint Paul, e professore associato al Bethlehem College & Seminary. È marito, padre di quattro figli, e autore di Habits of Grace: Enjoying Jesus through the Spiritual Disciplines.

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