Riscopriamo la Chiesa!

 

Potrebbero esserci molte ragioni per cui le persone non vanno in chiesa. In effetti, diversi hanno smesso di partecipare ai culti durante l’attuale pandemia; secondo certe stime, circa un terzo dei frequentatori abituali. Forse qualcuno di noi fa parte di questo numero, ma lo scopo di questo libro è aiutarci a riscoprire la chiesa o, forse, a comprendere finalmente perché il Signore vuole che consideriamo cruciale riunirci con la chiesa locale e dedicarci a essa.

Per dirla in poche parole, un cristiano senza una chiesa è per certo nei guai.

È passato il tempo in cui potevamo dare per scontato che qualunque credente consacrato a Gesù Cristo capisse l’importanza del Suo corpo; coloro che si identificano come cristiani sono ben più numerosi delle persone che frequentano settimanalmente un incontro. Inoltre, il peso del servizio e la maggior parte delle donazioni nelle nostre chiese dipendono da una piccola minoranza. Non è stato dunque il COVID-19 a convincere i credenti del loro scarso bisogno di riunirsi; milioni di persone avevano già preso questa decisione prima che si pensasse a iscrizioni online per i culti, distanziamento sociale e mascherine.

Tuttavia, la pandemia ha accelerato la crescente tendenza a separare la fede personale dalla religione organizzata. I lockdown ci hanno tutti colti di sorpresa, vista la loro natura improvvisa e la loro durata indefinita; è difficile riprendere il ritmo dopo che è stato spezzato per mesi. Questo problema non riguarda solo la chiesa: immaginiamo di tornare in palestra dopo aver avuto per tanto tempo paura di varcarne la soglia.

Sarebbe già abbastanza difficile tornare a incontrarci se il nostro unico problema fosse una malattia mortale che ci tiene lontani più a lungo di quanto molti immaginassero; eppure la paura di contrarre il Covid-19 potrebbe essere solo la minima delle ragioni per cui molti cristiani hanno preso le distanze dalla chiesa. Dibattiti su mascherine, vaccini e molto altro hanno diviso i membri, intrappolati nelle case e incollati a quei post di Facebook che lanciano ammonimenti catastrofici e presentano teorie di cospirazione. I credenti andavano molto più d’accordo prima dell’avvento dei social network; una volta privati dell’esperienza unificante del culto settimanale sotto lo stesso tetto, i loro legami d’affetto si sono sgretolati.

Non è tutto: la politica sembra dividere ancor di più. Come è possibile adorare Dio affianco a persone che sembrano avere priorità così diverse dalle nostre? Di certo potremmo avere le stesse convinzioni sulla trinità, sul battesimo e persino sull’escatologia, ma a che serve se alla fine sentiamo di avere molte più cose in comune con chi parteggia per il nostro medesimo partito politico, gente che potrebbe addirittura non essere credente?

Lo stesso vale per tutte le tensioni legate alla questione razziale. Potremmo chiederci perché i nostri vicini non credenti vedano chiaramente quale sia la soluzione a tutti i problemi mentre la coppia dietro cui eravamo soliti sederci ogni settimana in chiesa promuove una visione così ignorante e persino pericolosa tramite i suoi post pubblici. Basterebbe per spingere molti a sentirsi insicuri o a disagio nel tornare nella stessa chiesa.

Non parliamo poi dei pastori! Conoscono bene le nostre lamentele: perché non ci hanno cercato per assicurarsi che stessimo bene mentre ci trovavamo reclusi in casa? Cosa avranno mai fatto per tutto il tempo durante la pandemia? I sermoni online erano fiacchi quelle poche volte che ci si degnava di collegarsi, distratti come si era da bambini esagitati dalla lunga reclusione. A ogni modo, i nostri pastori non hanno niente a che vedere con quei leader coraggiosi che hanno affrontato di petto la questione con interviste e articoli. Inoltre, con la pandemia è diventato più facile ascoltare le prediche di altri insegnanti, senza sentirsi in colpa perché si salta il proprio culto; nessuno infatti ci faceva caso, dato che comunque non ci potevamo vedere di persona.

Tutti noi abbiamo svariate ragioni per non tornare in chiesa: in effetti, molte assemblee non si aspettano affatto di rincontrarsi, decise a lanciare l’idea della chiesa virtuale e a ingaggiare predicatori online. Così non c’è alcun bisogno di alzarsi presto la domenica, di vestirsi bene, di cercare parcheggio, di sopportare i pianti dei figli altrui, di mostrarsi amichevoli verso quella persona le cui idee politiche ci disgustano, di nascondere uno sbadiglio durante un lungo sermone, di assaggiare il pane e il vino.

 

Un futuro per la chiesa?

La chiesa ha dunque un futuro? In avvenire ci aspetta una chiesa virtuale? Sì e no. Ecco perché abbiamo deciso di scrivere questo libro: lo scopo è sottolineare la necessità di riscoprire la chiesa. Non lo facciamo ingenuamente, non riuscendo a immaginare perché mai qualcuno dovrebbe lottare con l’idea di frequentare una chiesa. Infatti, chiunque ami il corpo di Cristo deve imparare a perdonare e sopportare i suoi fratelli; Dio non ci chiama a far parte della sua chiesa perché è un ambiente confortevole dove poter trovare qualche incoraggiamento spirituale. La verità è che essa non è che una famiglia spirituale di disadattati e reietti; siamo accolti in una casa che raramente corrisponderà a quanto desideriamo, eppure sarà proprio ciò di cui abbiamo bisogno.
Cerchiamo di ricordare come fosse la chiesa prima della pandemia: mentre osservavamo la congregazione cantare, pregare e ascoltare la Parola, forse abbiamo pensato che tutti fossero contenti di trovarsi riuniti lì. Forse ascoltavano in silenzio mentre il pastore predicava o esclamavano “Amen!” quando volevano manifestare accordo con quanto udito; può essere che alzassero le mani durante l’adorazione o affondassero il viso in un innario. Ci stringevano le mani calorosamente, ci salutavano amichevolmente o forse ci dicevano: “Dio ti benedica!”, prima di tornarcene a casa.
Eppure non tutto è come sembra, persino in una chiesa piena di sorrisi. La pandemia ha deteriorato le nostre relazioni e ha portato alla superficie il dolore e la paura nascosta dietro a quelle facce felici.

Dietro ogni sorriso, scopriremo una storia: una famiglia che ha litigato per tutto il tragitto da casa, fino al momento in cui ha varcato la soglia della chiesa, una vedova in lutto per la perdita di qualcuno che ormai tutti gli altri hanno dimenticato, un’anima solitaria che dubita della bontà di Dio in mezzo al dolore e alla sofferenza che hanno caratterizzato la sua vita. Potreste persino trovare un pastore che si chiede come poter spingere la chiesa a seguire Gesù dopo una settimana in cui lui stesso ha fallito così spesso nell’intento.

Settimana dopo settimana non possiamo star certi di come ognuno si senta o di cosa ciascuno pensi dietro la sua maschera; non siamo nemmeno sicuri del motivo per cui tutti si presentano. Ecco perché non sappiamo chi finirà per tornare. Qualcuno potrebbe aver esaminato approfonditamente le posizioni dottrinali di diverse chiese prima di scegliere quella che più gli si addiceva; un altro forse aveva semplicemente bisogno di trovare amici in una nuova città. Una persona forse è passata di chiesa in chiesa senza mai trovare il posto giusto; c’è anche chi non riesce neanche lontanamente a immaginare di lasciare la chiesa dove è cresciuto, che ha fatto da sfondo a tutti i momenti cruciali della vita della sua famiglia, dalle nascite, ai matrimoni, alle morti. È impossibile conoscere la realtà soltanto sulla base dell’apparenza, persino nella nostra stessa chiesa.

Dunque perché dovremmo riscoprire la chiesa? Cosa mai potrebbe motivarci ad alzarci dal letto e uscire di casa la domenica mattina o a lasciare la comodità del divano, dopo una dura giornata di lavoro, per frequentare lo studio infrasettimanale? Perché dovremmo continuare a tornare proprio in quella chiesa specifica, con tutte le opzioni che ci sono a disposizione? Dopo tutto, che importanza ha di fatto il cristianesimo? Il mondo non ha affatto pianto per l’assenza della chiesa durante la pandemia. In effetti, cos’è una chiesa? Un club di auto-aiuto per chi è mentalmente ed emotivamente debole? È un gruppo di mobilitazione politica per menti ottuse e chiuse? Un’organizzazione al servizio della comunità adatta a chi ama certe canzoni vecchio stile?

Anche prima della minaccia del contagio, il concetto di chiesa appariva sempre più strano agli occhi di una società in cui i vicini raramente si incontrano per discutere di questioni personali, imparare in silenzio e cantare entusiasticamente, specialmente se l’oggetto dello studio è tratto da un tomo antico in cui si parla di strane pratiche come per esempio il sacrificio degli animali, un libro che i cristiani considerano la loro autorità assoluta.

Cosa succede esattamente quando andiamo in chiesa? Non vogliamo considerare solo il sermone, il canto e il culto in generale (anche se parleremo di questi aspetti e molti altri in questo piccolo libro). Andiamo al di là dei sorrisi, delle canzoni, della lettura delle Scritture: esaminiamo gli scopi di Dio. Infatti, il valore della nostra chiesa va ben oltre quanto normalmente non salti all’occhio; essa è la pupilla di Dio, il corpo per cui Gesù ha donato se stesso. È fondamentale!
Ecco perché Dio usa la più intima delle relazioni umane, quella tra marito e moglie, come immagine della chiesa. Insegnando agli Efesini quale fosse il piano di Dio per il matrimonio, l’apostolo Paolo scrive:

 

Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per santificarla, avendola purificata col lavacro dell’acqua per mezzo della parola, per far comparire la chiesa davanti a sé gloriosa, senza macchia o ruga o alcunché di simile, ma perché sia santa ed irreprensibile. (Ef. 5:25-27)

 

In questo brano, partendo da una realtà visibile che ben conosciamo, Paolo ci aiuta a comprendere qualcosa della nostra chiesa che non riusciamo a vedere materialmente con i nostri occhi. I mariti amano le loro mogli dandosi per loro. Allo stesso modo Gesù Cristo, l’Unigenito da Dio, concepito per mezzo dello Spirito Santo, nato dalla vergine Maria, crocifisso per ordine di Roma, risorto dai morti il terzo giorno, ha donato se stesso alla chiesa. Mediante il suo sacrificio sulla croce, ha perdonato tutti coloro che si ravvedono dal peccato e confidano in lui; possiamo essere santi perché Gesù ha dato il suo corpo per noi. Proprio come noi nutriamo e curiamo il nostro corpo, così Cristo nutre e cura la sua chiesa (Ef. 5:29).

Dobbiamo ricordarci questo profondo mistero quando l’anziana signora vicino a noi indossa troppo profumo, quando il ragazzo davanti a noi batte le mani fuori tempo e quando l’amico seduto a due passi da noi si dimentica il nostro compleanno. È ancor più difficile concepire questo mistero quando siamo a casa da soli, perché sono persino quei membri più difficili del corpo che ci rammentano che nessuno può avvicinarsi a Dio se non per pura grazia. Nessuno può acquistarsi l’accesso al suo banchetto; possiamo solo essere invitati.

Tuttavia, che ci crediamo o meno, non finisce qui. L’apostolo Paolo dice alla chiesa di Corinto: “Or voi siete il corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per parte sua” (1 Cor. 12:27). La nostra chiesa è davvero il corpo di Cristo: ne fanno parte tanto il banchiere che è stato nominato diacono, quanto l’alcolista in riabilitazione che non emana un gran buon odore, tanto quella giovane donna graziosa che ci saluta con un sorriso quanto quella ragazza che non è mai stata invitata ad un appuntamento. Se ci siamo ravveduti dal nostro peccato e abbiamo creduto alla buona notizia della morte e della risurrezione di Gesù, apparteniamo a Cristo e l’uno all’altro. Paolo scrive ai Romani: “Infatti, come in uno stesso corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno la medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un medesimo corpo in Cristo, e ciascuno siamo membra l’uno dell’altro” (Rom. 12:4-5).

 

E’ nella chiesa che Cristo è presente in modo unico

In Cristo, la nostra chiesa è perfetta, senza macchia e rughe. Ciò vale anche quando ci troviamo nel mezzo di una pandemia o di una crisi politica. Sappiamo già – o ben presto scopriremo – che nella pratica è formata da persone che ancora peccano contro Dio e l’uno contro l’altro, sebbene lo Spirito le stia santificando: ci pestano i piedi, dimenticano di presentarsi quando tocca a loro fare da babysitter, possono dirci parole offensive, dimostrano di fare favoritismi ingiusti. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

Eppure, nel riscoprire la chiesa, dovremo ricordarci ciò che non possiamo vedere: torniamo in chiesa perché apparteniamo a Dio, perché Cristo ha donato il suo corpo. Mediante il suo sacrificio, Cristo si è costituito un corpo di credenti da ogni tribù, lingua, popolo e nazione (Ap. 5:9). In questo corpo nessuno è più importante di un altro, perché ciascuno ne fa parte solo per grazia mediante la sola fede. Non c’è alcun trattamento di favore per il ricco o per le celebrità (Gc. 2:1-7). Poiché dobbiamo tutto a Cristo, condividiamo tutto gli uni con gli altri: “E se un membro soffre, tutte le membra soffrono; mentre se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono insieme” (1 Cor. 12:26).

Apparteniamo a Dio e gli uni agli altri: siamo tante membra di uno stesso corpo. Ci sono molte ragioni per cui potremmo trascurare la chiesa, ma c’è un motivo per cui dobbiamo riscoprirla: tramite quelle persone che forse non ci piacciono particolarmente, il Signore desidera dimostrarci il suo amore. È l’unico tipo di amore che ci astrae da noi stessi e ci porta in una comunione che trascende le forze distruttive di questo mondo malato. È la sola maniera in cui possiamo trovare insieme guarigione.

Inoltre, è nella chiesa che Cristo è presente in modo unico. Potremmo anche arrivare a dire che le nostre chiese sono per così dire il punto di contatto tra il cielo e la terra, il luogo in cui le nostre preghiere cominciano a essere esaudite: “Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà sulla terra, come nel cielo”.

 

 

Tratto dal libro: RISCOPRIRE LA CHIESA, (Ed Coram Deo)

 

 

 

Traduzione a cura di Cristina Baccella

 

 

Tematiche: Chiesa, Comunione, Cristianesimo, I nostri libri

Collin Hansen

Collin Hansen (Master of Divinity presso la Trinity Evangelical Divinity School) è vice presidente ed editor per Gospel Coalition. Gestisce il podcast Gospelbound ed è co-autore di Gospelbound: vivere con speranza risoluta in un’età ansiosa. È anche anziano della Redeemer Community Church a Birmingham, Alabama e fa parte del comitato consultivo della Beeson Divinity School. Potete trovarlo su Twitter come @collinhansen.

Jonathan Leeman

Jonathan Leeman 

 È uno degli anziani della Capitol Hill Baptist Church a Washington, D.C., direttore editoriale di 9Marks e autore di numerosi libri, tra cui “Essere un membro di Chiesa (Coram Deo, 2020) e “La disciplina di Chiesa(Coram Deo, 2020).

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