Se Dio è sovrano, perché dovremmo condividere la nostra fede? 

 

 

 

“Dio non ci insegna la realtà della sua sovranità
perché noi trovassimo una scusa per trascurare i suoi ordini”
J. I. Packer

La sovranità di Dio in materia di salvezza è, per molti, un tema controverso; ma le Scritture sono chiare nel dire che l’identità di coloro che sono salvati dipende dalla scelta di Dio. Per molti questo è considerato offensivo e ingiusto. La Bibbia si riferisce a coloro che sono stati scelti come “eletti”. La sua sovranità nell’elezione è visibile lungo tutte le Scritture. Tra tutti coloro che erano vivi nel mondo antico di allora, Dio scelse Abramo, attraverso il quale avrebbe stabilito una nazione che lo lodasse e lo glorificasse. Tra tutte le nazioni, Dio scelse Israele come suo popolo. Ecco la logica:

«Non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, perché anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo; ma perché l’Eterno vi ama, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, l’Eterno vi ha tratti fuori con mano potente e vi ha redenti dalla casa di schiavitù, dalla mano del Faraone, re d’Egitto. Riconosci dunque che l’Eterno, il tuo Dio, è Dio: l’Iddio fedele, che mantiene il suo patto e la sua benignità fino alla millesima generazione verso quelli che lo amano e osservano i suoi comandamenti» (Deut. 7:7-9).

Notate che l’enfasi sulla base con cui Dio sceglie non ha nulla a che fare con la persona in particolare, ma è piuttosto concentrata sul suo amore sovrano, esercitato nel suo piano e nel suo proposito.

Quando guardiamo al Nuovo Testamento, troviamo lo stesso linguaggio applicato a coloro che sono giunti alla fede in Cristo. Nella sua lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo scrive:

«Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo, in lui ci ha eletti, prima della creazione del mondo, perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui nell’amore, avendoci predestinati a essere adottati, per mezzo di Gesù Cristo, come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà: a lode della gloria della sua grazia, che egli ci ha concesso nell’Amato suo.» (Efesini 1:3-6)

L’origine della nostra salvezza, e di ogni benedizione che viene con essa, è nella scelta di Dio. Questo non è completamente “nostro”, perché Paolo dice “prima della fondazione del mondo”. Qualora ci fossero dubbi riguardo a queste parole, aggiunge: “avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati” e che tutto questo è “secondo il disegno benevolo della sua volontà”. La nostra salvezza ha origine in Dio. R. C. Sproul osserva che “la redenzione del suo popolo, la salvezza della sua chiesa, la mia vita eterna: tutto questo non è un post-scriptum all’attività divina. Tutt’altro, dalla fondazione del mondo Dio aveva, nella sua sovranità, un piano per salvare una porzione significativa della razza umana, e muove cielo e terra per realizzarlo”.

In particolare, perché questo accada è necessaria la missione di Gesù: venire in questo mondo e pagare la pena del peccato per i prescelti. Per questo ci viene ricordato che queste benedizioni sono “in Cristo”, che Dio ci ha scelti “in Lui”, che siamo predestinati all’adozione “per mezzo di Gesù Cristo” e che tutto avviene “nel suo amore”.

Paolo non finisce qui. Enfatizza ancora una volta la sovrana grazia di Dio nella nostra salvezza, aggiungendo: «In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo» (Efesini 1:11-12). Di nuovo, l’enfasi è sul suo proposito e sulla sua volontà.

Allo stesso modo, Giovanni si focalizza su questo nel prologo del suo Vangelo. Dopo aver osservato di come in molti non avessero accolto Gesù, dice: «ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma sono nati da Dio» (Giovanni 1:12-13). Giovanni fa notare che questi sono coloro che “ricevono” e “credono”, ma che il fattore ultimo e determinante non è la loro volontà, bensì quella di Dio. Qui vediamo l’equilibrio tra la responsabilità umana e la sovranità di Dio; ma non c’è dubbio che la componente preminente sia la volontà di Dio.

Nella notevole conversazione con un Nicodemo indagatore, Gesù dichiara: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio» (Giovanni 3:3). È interessante notare che l’espressione molto familiare dell’“essere rinato” è la traduzione delle parole greche “nato dall’alto”. Leon Morris descrive il contrasto tra la nascita umana e quella nuova in Cristo così: la nuova nascita è sempre un miracolo; è esclusa ogni iniziativa umana. “Gli uomini nascono da Dio: non può essere altrimenti, non c’è altro modo”. Così si può sentire l’iniziativa divina in queste parole di Gesù: «Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me e colui che viene a me non lo caccerò fuori» (Gv. 6:37) e «Nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira» (Gv. 6:44). Come entrambi i contesti rivelano, questo non respinge la risposta umana di fede, ma pone l’accento sull’origine divina della salvezza.

Paolo ricorda ai suoi lettori che la fede stessa è un dono da parte di Dio. Riprendendo la lettera agli Efesini, dice: «Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi: è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti» (Efesini 2:8-9). Anche la fede che salva è un dono di Dio ai peccatori. Il puritano Samuel Bolton scrisse:

Ciò non lascia spazio alla lode umana. Se ci fosse qualcosa che l’uomo avesse portato, che non gli fosse stato concesso da Dio, anche se fosse minima, sovvertirebbe la natura della grazia e trasformerebbe in opere ciò che è in realtà è grazia. 

Se ci fosse anche solo un minimo di merito umano, o di sforzo nella salvezza, ci sarebbe sempre “spazio per il vanto”. Ma la salvezza non è un semplice cambio di attitudine o di mentalità: è una completa trasformazione che parte dal cuore.

Quando si tratta della decisione del credente, le Scritture insegnano che, sì, l’uomo sceglie, ma solo in seguito alla scelta divina. Le persone scelgono, ma Dio sceglie per primo. Nelle parole di Gesù: «Non siete voi che avete scelto me, ma io che ho scelto voi; e io vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga» (Gv. 15:16).

Dopo aver chiaramente articolato la dottrina dell’elezione ai Romani, Paolo anticipa l’obiezione sul primato della scelta di Dio:

«Tu allora mi dirai: “Perché dunque rimprovera egli ancora? Poiché chi può resistere alla sua volontà?” Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò: “Perché mi hai fatta così?” Il vasaio non è forse padrone dell’argilla per trarre dalla stessa pasta un vaso per uso nobile e un altro per uso ignobile?» (Rom. 9:19-21)

Poi scrive: «Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole» (Romani 9:18). Vedete che cosa sta dicendo Paolo sulla salvezza? “Dio è Dio, io no”.

 

Allora qual è il problema?

L’argomentazione dice che, se Dio ha stabilito il numero delle persone che saranno salvate, allora perché condividere il Vangelo? Una visione estremista di questo concetto arriverebbe persino a dire che non dovremmo mandare missionari per raggiungere chi ancora è senza Cristo. Se sono eletti, Dio li salverà senza il tuo aiuto, e grazie mille. Non c’è bisogno di missionari, predicatori, evangelisti, secondo questa visione. Ma si tratta di una descrizione errata, infelice e imprecisa.

Se il nostro obiettivo è la salvezza degli eletti, i mezzi per portarli a quel fine sono la predicazione del Vangelo di Gesù Cristo, il quale ha vissuto una vita perfetta, è morto ed è risuscitato per i peccati.

Dobbiamo ribadire l’enfasi biblica sulla responsabilità umana. Quando qualcuno parla della sovranità di Dio, così come abbiamo già visto, è importante ricordare l’enfasi biblica sulla responsabilità. Essere un “sovranista” non significa abbracciare un atteggiamento “vivi e lascia che Dio faccia” verso la vita, ma piuttosto vivere la propria vita nella fede e nell’obbedienza.

Nonostante Paolo fosse completamente sicuro in Cristo e convinto della sua promessa che l’avrebbe portato nella sua casa celeste, era anche convinto della sua responsabilità di seguirlo in fede. Dopo aver rassicurato i Filippesi della loro sicurezza in Cristo, continua ricordando loro: «Adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo» (Filippesi 2:12-13).

Sta dicendo che la salvezza è un meraviglioso regalo, che va valorizzato e impiegato per il bene. Siamo chiamati ad arrenderci al Signore e a camminare nelle sue vie attraverso il potere che egli ci fornisce. Paolo descrive la sua stessa attitudine rappresentandola come il corridore che corre verso la meta: “afferrato”, “protendendomi verso quelle che stanno davanti” e “corro verso la meta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Filippesi 3:12-14). La Bibbia insegna la sovranità di Dio e la responsabilità umana. J. I. Packer riporta le parole di Charles Spurgeon sull’argomento:

  1. H. Spurgeon fu chiesto una volta se potesse far conciliare queste due verità tra loro. “Non ci proverei”, rispose, “non riconcilio mai gli amici”. Gli amici? Sì, amici. Questo è il concetto che dobbiamo cogliere. Nella Bibbia, la sovranità di Dio e la responsabilità umana non sono nemici. Non sono vicini inquieti. Sono amici, che lavorano insieme.

Quindi, la risposta alla domanda “Perché dobbiamo condividere la nostra fede?” è la stessa che alla domanda “Perché pregare?”: Dio non ha solo stabilito la fine, ma anche il mezzo per arrivarci. Non ha stabilito solo chi sarà salvato, ma come saranno salvati. Se la fine, o l’obiettivo, è la salvezza degli eletti, il mezzo stabilito per portarli a quel fine è la predicazione del Vangelo di Gesù Cristo, che ha vissuto una vita perfetta ed è morto e risuscitato per i peccati.

Paolo lo descrive in questo modo:

«Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com’è scritto: “Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!”» (Romani 10:13-15)

Questa è la dinamica divina che il Signore ha disegnato perché avvenga la salvezza degli eletti. Egli ha affidato il prezioso Vangelo della salvezza a persone imperfette ma redenti. Questo è davvero un meraviglioso privilegio e una responsabilità per i cristiani. Come vedremo tra un attimo, la sovranità di Dio nella salvezza deve motivarci e farci valorizzare questo compito.

 

Poiché Dio è sovrano, condividi la tua fede con fervore

Poiché sappiamo che ci sono coloro che risponderanno al Vangelo, dovremmo essere ancora più zelanti nel proclamarlo. Penso che anche tu riconosca che Paolo fosse un “sovranista”, che credeva nell’assoluta sovranità di Dio in ogni cosa, inclusa la salvezza. Credere a queste verità non lo portò a fuggire dalla predicazione del Vangelo perché Dio avrebbe salvato i suoi eletti. No: l’uomo che ha articolato in maniera così chiara questa verità era senza dubbio tra i più appassionati ed efficaci missionari nella storia della Chiesa. Perché? Perché sapeva che gli eletti di Dio erano là fuori, da qualche parte, e che avrebbero risposto alla chiamata del Vangelo. Ci è noto attraverso il racconto delle sue imprese evangelistiche in tutto il mondo mediterraneo.

Luca, il cronista del ministero di Paolo nel libro degli Atti, fornisce una nota importante dopo la straordinaria risposta dell’intera città di Antiochia di Pisidia al Vangelo. Ci dice che «e tutti quelli che erano ordinati a vita eterna, credettero» (Atti 13:48). L’analisi del loro successo non si focalizza sull’impegno umano. Luca non scrive: “Paolo è stato davvero grande oggi”. La proclamazione del Vangelo divenne efficace quando fu unita al potere trasformativo dello Spirito Santo nei cuori degli eletti, che erano tra gli ascoltatori.

Il più grande evangelista della storia era un sovranista che credeva che il Signore potesse usare la proclamazione del Vangelo per portare le persone alla fede in Gesù. Questo include Giovanni Calvino, che fu tra i fondatori di chiese più prolifici della storia. John Starke ribadisce questo concetto:

Nel 1555 Calvino e i suoi sostenitori di Ginevra avevano fondato cinque chiese in Francia. Quattro anni dopo avevano fondato 100 chiese in Francia. Nel 1562, la Ginevra di Calvino, con l’aiuto di alcune delle loro città gemellate, aveva fondato più di 2.000 chiese in Francia. Calvino fu il principale fondatore di chiese in Europa. Ha aperto la strada in ogni fase del processo: ha formato, valutato, inviato, consigliato, corrisposto e pregato per i missionari e i fondatori di chiese che ha inviato.6

Lo stesso Calvino contraddiceva le caricature che suggeriscono che coloro che credono nell’elezione dovrebbero semplicemente sedersi in disparte e lasciare che Dio salvi chi salverà. No: sapeva che Dio avrebbe usato la fedele dispersione del seme del Vangelo per realizzare un grande raccolto.

 

Traduzione a cura di Daniela Deriu

Lettura consigliata dal catalogo Coram Deo: Dio è davvero sovrano?

 

Tematiche: Sovranità di Dio

Timothy Z. Witmer

Timothy Z. Witmer

È professore ordinario di Teologia Pratica al Seminario teologico di Westminster a Filadelfia. Egli è anche pastore della Chiesa St. Stephen Reformed Church a New Holland, Pennsylvania. In precedenza, ha prestato servizio presso la Crossroads Community Church nell’Upper Darby, Pennsylvania, dove è stato recentemente nominato pastore emerito.

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