La Parola di Dio e la gloria dell’uomo

 

“L’erba si secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio dura per sempre” (Isaia 40:8). 

In questo brano ben conosciuto viene fatto un confronto molto chiaro, ciò avviene nel versetto che lo precede.

E’ un confronto tra ciò che è temporaneo e ciò che invece è durevole. L’erba e il suo fiore, che rappresentano la gloria umana, appassiscono, ma la parola di Dio dura per sempre. E’ possibile contrastare due cose simili, ma questa è una distinzione puramente superficiale. L’affermazione categorica che leggiamo in Isaia 40:8 non contrasta due cose simili, ma cose ben diverse, implicando così la grande differenza fra il divino e l’umano. Questa distinzione tra l’uomo e Dio che troviamo nell’Antico Testamento e il contrasto tra la Parola divina e la gloria umana sono fondamentali in tutta la rivelazione biblica e di conseguenza essenziali per il Cristianesimo autentico, sia a livello individuale sia a quello corporativo. Queste verità sono come delle larghe pennellate di un artista sulla sua tela in quanto definiscono tutto ciò che seguirà nel Nuovo Testamento.

Lo scopo di questo articolo è di rendere chiaro quanto queste verità siano oggigiorno minacciate e come, nell’interesse dell’intero tessuto del Cristianesimo, devono a tutti i costi essere preservate. 

Se la Chiesa vuole avere qualcosa di valido da dire ad un mondo perduto, la distinzione tra l’uomo e Dio ed il contrasto tra la gloria dell’uomo e la Parola di Dio devono essere mantenuti affinché l’uomo possa ricevere la consolazione della salvezza.

 

La distinzione

Benché la distinzione di cui parlo sia molto profonda, essa non separa completamente il divino dall’umano. Una tale polarizzazione è caratteristica dell’Islam, ma non del Cristianesimo la cui vera essenza sta nella condiscendenza di Dio verso l’uomo. La distinzione che questo versetto fa non contraddice quindi le tante verità che troviamo nell’Antico e nel Nuovo Testamento riguardo a questa condiscendenza di Dio verso l’uomo. Consideriamo prima l’Antico Testamento. Nei primi capitoli di Genesi leggiamo che l’uomo, maschio e femmina, fu fatto ad immagine di Dio e conforme alla Sua somiglianza, indicando quindi una certa somiglianza tra loro. Di conseguenza gli esseri umani possono considerarsi i vicegerenti di Dio e loro sono chiamati ad esserli. Questa “somiglianza” tra Dio e l’uomo non è semplicemente una dotazione superficiale, ma, fra le altre cose, include la capacità di pensare, parlare ed innovare e non solo di sentire, concedere e copiare. Per lo più questa somiglianza non fu annullata dalla Caduta e dal peccato, anche se fu danneggiata al di là ogni possibilità di restauro umano. Il fatto che non sia stata completamente obliterata non significa però che ci sia una mancanza di distinzione tra Dio e l’uomo.

Lo stesso vale per il Nuovo Testamento, nonostante il suo racconto della rivelazione di Dio all’uomo. La nascita del Figlio di Dio stabilisce un collegamento più forte ed infrangibile tra il divino e l’umano di quanto non era possibile attraverso le apparizioni di Dio all’uomo nei tempi dell’Antico Testamento. L’incarnazione supera la teofania, ciò nonostante, l’unità della persona del Dio-Uomo, la distinzione tra le sue due nature, rimane.
Lo stesso vale per il credente e per la Chiesa cristiana. L’unione del credente con Cristo è una realtà gloriosa, ma ciò non deifica l’uomo; essa è capace di trasformare ciò che è umano, ma non lo annulla.

Nonostante la presenza della natura divina al momento della rigenerazione, sono soltanto gli attributi comunicabili di Dio che vengono seminati nell’uomo. Il loro sviluppo, tramite il processo della santificazione, e la loro perfezione, attraverso la piena conformità all’immagine di Cristo nel cielo, non significheranno mai la perdita dell’identità dell’uomo o dell’umanità del singolo credente. Lo stesso concetto vale per la Chiesa, il corpo di Cristo: essa crescerà e maturerà in Cristo il suo unico capo, ma non Lo potrà mai rimpiazzare. Dio e l’uomo saranno sempre distinti, anche in paradiso. 

Non vi è niente nella Bibbia né nella fede cristiana che annulli questa distinzione tra il divino e l’umano: negarla significa contraddire il Cristianesimo. Oggi certa gente cerca esplicitamente di obliterare questa distinzione. Il movimento Inter-fede, che si è allargato oltre le denominazioni cristiane, include religioni pre-cristiani come il Buddismo e l’Induismo, le quali sono caratterizzate dalla ricerca del “nirvana” tramite la meditazione trascendentale e la reincarnazione. Ma l’incarnazione divina e l’assorbimento nell’Infinito si oppongono l’una all’altro. La mentalità della New Age è radicata in questo contesto e non si riesce a distinguerla dal paganesimo. Dio (o gli dèi) è ovunque e Madre Natura è divina, sia che la dea della terra (Gaia) venga invocata o meno.

L’unione con l’ambiente rappresenta la partecipazione in un cerchio che include tutte le realtà: quella terrestre, quella celestiale ed anche quella infernale. Tutte le religioni possono essere incluse in questo schema ed è forse la religione Celtica che provvede la matrice per tutte. Queste nozioni contemporanee della “spiritualità” della New Age si concentrano sull’elemento del divino che si troverebbe in tutti e in tutto senza distinzione. L’enfasi del divino nell’uomo e nelle bestie significa elevarli al di sopra di Dio. Parlare ad un albero o abbaiare come un cane diventa un’esperienza “spirituale” uguagliata alla lettura della Bibbia.

E’ d’importanza assoluta che la Chiesa, la quale deve essere il fondamento e la colonna della verità, rifiuti queste ideologie e tutte le pratiche che sono associate a questa visione generale pagana e panteistica. Ma la Chiesa lo fa? H.J. Pollitt racconta la gravosa apostasia nel suo libro “The Inter-Faith Movement” (Il Movimento Inter-religioso) pubblicato dalla Banner of Truth. Il mancato rifiuto di queste dottrine rappresenta non solo una minaccia alla singolarità del Cristianesimo come la finale auto-rivelazione di Dio, ma anche all’esclusiva identificazione dell’unico, vero e vivente Dio come Javé trino e di Gesù Cristo come l’unico Salvatore dell’umanità. 

 

Il contrasto

Ora procediamo a concentrare la nostra attenzione sul contrasto che viene fatto in questi versetti biblici, il quale è espresso in termini di ciò che appassisce e ciò che invece dura. Di che cosa sta parlando qui precisamente? Si riferisce alla “gloria dell’uomo” e alla “Parola di Dio”. Che cos’è la gloria dell’uomo? Se l’uomo è come l’erba allora il suo fiore (versetto 6) è la sua gloria, la sua bontà, la sua bellezza. Ora quello che vogliamo capire qui è se Isaia si riferiva a qualcosa di esclusivamente morale o no. Parlava della devozione a Dio, alla bontà verso l’uomo, oppure di qualcosa di molto più generale e comune a tutti? Noi sosteniamo che stia parlando dell’ultima alternativa in quanto l’Apostolo Pietro usa la parola “gloria” quando cita questo testo nella sua Prima Lettera, la quale fu indirizzata sia ai Gentili sia agli Ebrei.

Da questo punto di vista possiamo capire meglio il senso inclusivo della parola “tutta” quando Isaia dice “tutta la gloria…”. Quindi la gloria umana rappresenta tutto ciò che è esclusivamente umano ed è in contrasto con la gloria del Signore a cui si riferisce il versetto 4. 

Cosa vuol dire “gloria”? Se esaminiamo gli usi del termine nell’Antico e nel Nuovo Testamento possiamo arrivare ad una definizione più chiara. La gloria è “qualcuno che viene rivelato attraverso qualcosa”. La gloria di Javé ci comunica qualcosa del Signore così come ciò che viene descritto come la gloria dell’uomo rivela qualcosa dell’uomo. Ma che cosa? La gloria dell’uomo è ciò che rivela la sua dignità come creatura di Dio, pur come creatura caduta. Anche se questa gloria non è trascurabile, non ha un gran valore nel tempo. Ciò che un uomo possiede a livello intellettuale, le sue capacità, ciò che riesce a guadagnare in termini di potere o ricchezze, ciò che riesce a fare in termini artistici, scientifici, musicali, industriali o letterari sono cose che appassiscono. Quando uno scienziato ha una teoria brillante essa viene giustamente valutata da altri e presto sembra essere dimenticata per far posto ad un’altra. Una nuova scuola di scrittura, di pittura, di composizione musicale o di pensiero rimpiazza quella precedente per poi soccombere anch’essa ai suoi successori. Sic transit gloria mundi (lat. “Così passa la gloria del mondo”) è la storia delle conquiste umane e l’epitaffio su ogni sforzo umano. E’ tale a causa della sua vulnerabilità al “soffio del Signore” (versetto 7), il quale rappresenta il suo vento di giudizio che secca la vitalità umana così come il fiore e fa sì che tutto appassisca. Al di sopra di tutto vi è la Parola di Dio, l’unica cosa durevole. 

Questo contrasto tra i pensieri e le opere degli esseri umani e la Parola di Dio è sostenuto dappertutto nella Bibbia e nella dottrina cristiana. Sminuirlo o sottonominarlo è distruttivo per il Cristianesimo autentico. Per più di un secolo, certe persone nella società (ma anche nella Chiesa) si sono sforzate di cercare d’attenuare questo contrasto oppure, peggio ancora, di rovesciare le sue polarità. L’idea corrente sulla gloria dell’uomo e la Parola di Dio è l’opposto di ciò che questo versetto afferma.

Il consenso generale sostiene invece che la Parola di Dio appassisca, ma che la tradizione ecclesiastica e la cultura accademica siano durevoli; il contrasto biblico è stato capovolto!I liberali ed i radicali nella chiesa professano di accettare la dottrina della distinzione tra il divino e l’umano, mettendo però la Bibbia nella categoria di ciò che è umano e affermando esplicitamente che essa è un Libro come tutti gli altri e che deve essere trattato come tale.

In verità loro considerano la Bibbia come qualsiasi altra composizione antica, ad esempio Tucidide o Plinio o Virgilio. Le varie teorie sulla Bibbia sono considerate più importanti delle sue affermazioni. Gli autori dei libri che la compongono, l’autenticità storica degli avvenimenti che documenta e l’integrità dei suoi insegnamenti sono messi da parte con disinvoltura. E’ vista come un libro che appassisce e diminuisce d’importanza, mentre le teorie degli uomini che scrivono circa il suo contenuto ricevono la precedenza e sono considerate “le solide e certe conclusioni” degli studiosi contemporanei. Di conseguenza è stata accettata “l’Ipotesi Documentario” sulla composizione del Pentateuco mentre l’idea di Mosè come autore viene scartata; l’idea che lo stesso Isaia possa aver scritto tutti i 66 capitoli è stata considerata impossibile e l’attendibilità di Luca come storico è stata messa in discussione.

Ma anche queste teorie non sono più sostenute! Anch’esse sono appassite. Isaia aveva ragione: “il fiore appassisce”. Certo, queste teorie non sono mai state ripudiate esplicitamente; chiederlo, sarebbe troppo. Non sarebbe stato cortese domandare a studiosi e teologi di ammettere che avevano sbagliato dopo che avevano preso in giro quegli studenti che credevano nella Bibbia, ma come l’ignorante peccatore, anche il professore di teologia non rigenerato non conoscerà mai la verità senza un vero pentimento. Entrambi continuano a riporre la loro fiducia in una teoria dopo l’altra invece d’ammettere che hanno sbagliato e glorificare l’Iddio della verità. 

Un esempio impressionante è come la “Ricerca del Gesù Storico”, d’inizio del secolo, non ha portato ad un riconoscimento dell’autenticità storica dei quattro Vangeli, ma alla “Nuova Ricerca del Gesù Storico”.
La Bibbia comunque rimane salda, non è mai stata scossa da tutto questo come invece sono state molte chiese e molti pastori. Di conseguenza non esultano nel “perdono dell’iniquità” (v. 2) e non possono salire “sopra un alto monte…alzare forte la voce e dire…Ecco il vostro Dio!” (v. 9). Questo ci porta ad un ultimo aspetto del contrasto che deve essere fatto: quello tra le parole “seccare” ed “appassire” da una parte e la parola “durare” dall’altra.

La precisa distinzione che viene fatta non si trova solo nelle idee della temporaneità e della permanenza, e di conseguenza la sopravvivenza della Chiesa, non è l’unico frutto che la Parola di Dio produce. Sì, è vero che la Parola di Dio dura e quindi anche la Chiesa ed il credente rimangono saldi, ma la parola “durare” vuol dire “alzarsi” e così si riferisce ad un qualcosa di attivo e non di passivo; si riferisce ad un risveglio e non alla sola sopravvivenza.

Mentre il fiore appassisce e cade, la Parola di Dio, il Vangelo si alza e svolge la sua gloriosa opera in questo mondo morente, mettendo la Chiesa “sopra un alto monte” per proclamare le buone notizie del Signore Gesù Cristo, le quali non tornano a vuoto al loro Autore perché sono le Sue vie ed i Suoi pensieri e non quelli dell’uomo. 

 

 

Tematiche: Chiesa, Crescita spirituale, Mascolinità, Ministero, Teologia, Vita Cristiana

Hywel R. Jones

Discepolo di Martyn Lloyd-Jones, è stato pastore e direttore del London Theological Seminary e professore di teologia pratica presso Westminter Theological Seminary, Escondido, California.

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