Predicazione espositiva evangelica (parte2)

 

 

Come predicare sermoni espositivi in chiave evangelistica

La domanda che qualcuno potrebbe porsi è: Come può un sermone essere allo stesso tempo fedelmente evangelistico e fedelmente espositivo? Forse chi pone la domanda riuscirebbe a capire come ciò sia possibile con alcuni brani biblici specifici, ma si può davvero spiegare ogni testo biblico aspettandosi che il Vangelo ne sia il fulcro? Io sono convinto che la risposta sia un deciso sì!

Poco è stato scritto sulla predicazione che sia allo stesso tempo evangelistica ed espositiva, ma è nella natura stessa della buona predicazione biblica essere entrambe le cose. La predicazione espositiva può essere la forma migliore di predicazione evangelistica. Chi ha ascoltato o letto le predicazioni di James Montgomery Boice sui primi capitoli della Genesi o della Lettera ai Romani, oppure quelle di D. Martyn Lloyd-Jones su Efesini 2, non può che essere d’accordo con questa affermazione.

Anche se in questo articolo non si vuole affermare che esposizione biblica ed evangelizzazione siano sinonimi — e nemmeno del tutto inseparabili — è evidente che di solito sono strettamente connesse e che, quando il messaggio integra con cura sia l’esposizione sia il Vangelo, i benefici per chi ascolta sono grandi.

Come possiamo, in concreto, predicare sermoni biblici e allo stesso tempo evangelistici? È ciò di cui parleremo nel resto dell’articolo, ma prima di passare ad aspetti pratici, dobbiamo verificare se abbiamo compreso bene qual è il messaggio della Bibbia.

Chi predica o insegna pubblicamente la Parola di Dio deve capire che tutta la Scrittura è plasmata dal Vangelo. I racconti della Genesi e dell’Esodo, la sapienza dei Salmi, gli avvertimenti e le profezie di Isaia ed Ezechiele, le parabole di Gesù e le lettere di Paolo: tutto è modellato dal Vangelo. Contengono e trasmettono i grandi temi di chi è Dio, perché ci ha creati, come abbiamo fallito, che cosa Dio ha fatto in Cristo e il ravvedimento e la fede a cui siamo chiamati in risposta.
Nella predicazione, non dobbiamo semplicemente inserire uno schema del Vangelo in un messaggio moralistico tratto dall’Antico Testamento; dobbiamo piuttosto comprendere come la Legge di Dio ci conduca al Vangelo di Dio e questo dobbiamo farlo in ogni brano che insegniamo.

Quando comprendiamo la Bibbia in questo modo, i sermoni espositivi diventano in modo naturale canali per il Vangelo. Assicurarci di avere questa visione è il primo passo pratico per unire esposizione ed evangelizzazione.

Partendo da questa comprensione, ci sono vari modi in cui il nostro ministero di predicazione espositiva può essere più fedelmente evangelistico.

 

Attenzione all’ascoltatore

La riunione principale della comunità cristiana nel Giorno del Signore è rivolta principalmente ai credenti, non ai non credenti. Perciò dobbiamo pianificare il culto — compresa la predicazione — con lo scopo primario di glorificare Dio edificando la Sua Chiesa. L’evangelizzazione può certamente far parte di questo, ma non è mai il punto centrale. I sermoni espositivi sono predicati per nutrire il gregge affidato alle nostre cure.

Tuttavia, quando predichiamo bene in modo espositivo, inevitabilmente predichiamo anche in modo evangelistico. Per questo il ministero di grandi predicatori espositivi è stato spesso benedetto anche sul piano evangelistico. Dio onora la predicazione della Sua Parola. I nostri incontri domenicali non sono raduni in stile crociata evangelistica per attrarre e trattenere un pubblico; sono il raduno di un popolo da pascere e nutrire. Eppure, mentre predichiamo fedelmente la Parola di Dio, ci saranno ipocriti che nasceranno di nuovo e non credenti che, vedendo il cambiamento in familiari e amici, verranno anche loro, per grazia di Dio.

È quindi giusto tenere conto della presenza di non credenti nei nostri culti. Possiamo essere accoglienti e comprensibili senza impostare tutto sul livello di un visitatore occasionale. Quando ci raduniamo come chiesa, siamo una famiglia che ha bisogno di nutrimento spirituale. Parte di questo nutrimento sarà, in modo naturale, pregare e predicare anche per coloro che non conoscono ancora Cristo, usando un linguaggio chiaro.

Di tanto in tanto possiamo spiegare perché facciamo certe cose nel culto. Dobbiamo predicare da una traduzione comprensibile. Possiamo persino spiegare che cosa siano i numeri di capitolo e versetto o altre nozioni che noi diamo per scontate, ma che un nuovo ascoltatore potrebbe ignorare. Nessun credente sarà danneggiato se la verità viene spiegata con semplicità; e nessun non credente sarà penalizzato se la Scrittura viene predicata con potenza anche su punti che non capisce subito. Quando tutta la chiesa è edificata, anche loro lo saranno.

 

Titolo

Perfino i titoli delle predicazioni possono essere incisivi e stimolare le persone a riflettere sulla propria vita e a considerare di venire ad ascoltare il messaggio. Suscitare interesse non significa necessariamente compromettere il contenuto. Per esempio, una serie di studi sull’Esodo potrebbe intitolarsi Un nuovo inizio. Oppure, per una serie su 1 Giovanni intitolata Domande fondamentali, si potrebbero dare titoli come:

“Cosa devo fare con il peccato?” (1 Giovanni 1:1–2:2)
“Come posso sapere di avere la vita eterna?” (1 Giovanni 2:3–27)
“Che cos’è il vero amore?” (1 Giovanni 2:28–3:24)
“Come posso affrontare il giudizio?” (1 Giovanni 4)
“Che cos’è la fede?” (1 Giovanni 5)

Questi titoli restano fedeli al contenuto dei testi che verranno esposti, ma allo stesso tempo ne evidenziano la rilevanza anche per chi non è ancora credente. Sono titoli che, in modo naturale, possono interessare sia non credenti che credenti. Il fatto che un tuo amico non credente non sia attratto da una serie pubblicizzata come sulla Prima Lettera di Giovanni non significa che non possa essere interessato ad ascoltare riflessioni sui temi affrontati in quella lettera. L’obiettivo di titoli come questi è proprio quello: mettere in luce il contenuto del testo e suggerire come possa toccare aspetti concreti della loro vita.

Anche gli eventi della nostra vita possono creare un contesto favorevole all’ascolto della Parola di Dio e i titoli possono riflettere questo interesse. Occasioni di particolare attenzione culturale verso il cristianesimo — dovute a crisi (come l’11 settembre 2001), eventi insoliti (come il passaggio al nuovo millennio), o ricorrenze regolari (come la Festa del Ringraziamento, il Natale, il Capodanno o la Pasqua) — possono essere utilizzate in modo efficace per presentare il Vangelo. Con un po’ di riflessione, si possono ideare titoli pertinenti, e perfino provocatori, per inviti e annunci.

 

Introduzioni

Anche le introduzioni alle predicazioni possono rivelare l’intento evangelistico che ci guida nell’esposizione della Parola. Possiamo iniziare i nostri messaggi con aspettativa, senza però dare per scontato che chi ascolta sia già interessato. È vero, i membri più fedeli della comunità dovrebbero esserlo, ma non sempre lo sono: alcuni possono essere distratti, altri induriti, altri ancora poco informati, o semplicemente stanchi. Tutti questi, però, saranno aiutati se prima viene spiegato perché vale la pena ascoltare, prima ancora di invitarli a farlo. Ricordare a noi stessi il motivo per cui il nucleo dottrinale del nostro testo è importante, è un esercizio prezioso per l’introduzione.

Se le introduzioni sono utili per i credenti, lo sono ancor di più per chi non lo è. Un’introduzione che metta in evidenza la rilevanza del tema, che chiarisca punti difficili, o che ammetta apertamente le complessità di un argomento popolare, aiuterà l’ascoltatore a prestare più attenzione.

 

Esposizione dottrinale

Una buona esposizione evangelistica deve spiegare chiaramente il Vangelo. È vero che tutta la Bibbia, in ogni sua parte, è plasmata dal messaggio del Vangelo, ma è comunque utile ritagliare nella predicazione uno spazio in cui la buona notizia venga espressa in modo semplice e diretto. L’apostolo Paolo lo fa in 1 Corinzi 15, e noi possiamo seguire il suo esempio. Ecco, per esempio, una formulazione semplice:

Questo santo Creatore ci ha fatti per sé. Noi abbiamo peccato e ci siamo separati da Lui, ma un giorno dovremo rendergli conto della nostra vita. Possiamo ignorarlo per un tempo, ma non potremo evitarlo per sempre. In quel giorno, Egli giudicherà giustamente i nostri peccati. La misericordia che abbiamo sperimentato fino ad allora avrà fine e la Sua giustizia avrà inizio. La nostra unica speranza è in ciò che Dio ha compiuto in Cristo: Egli si è fatto uomo, ha vissuto una vita perfetta e ha preso su di Sé tutti i peccati di coloro che si sarebbero pentiti e avrebbero riposto in Lui la loro fiducia. Con la Sua morte sulla croce, ha portato la condanna che spettava a noi. Cristo, l’innocente, è stato trattato come colpevole al nostro posto: il nostro sostituto. Ora ci invita a riconoscere, nella Sua resurrezione, la conferma che il sacrificio è stato accettato, che la giustizia di Dio verso chi è in Cristo è stata soddisfatta e a pentirci dei nostri peccati e confidare in Lui per ricevere perdono e nuova vita.

Una sintesi chiara come questa, magari ampliando uno o più punti in base al testo trattato, può arricchire tutto il resto dell’esposizione. Come le sfumature di un tramonto, tali parole possono illuminare quanto detto in precedenza, facendoci rivedere il tutto alla luce calda e intensa dell’amore di Dio che si dona e salva in Cristo. Quando lo facciamo, eleviamo la buona notizia.

Quando annunciamo il Vangelo, dobbiamo evitare di presentarlo come una semplice opzione per migliorare la vita dei peccatori. Perché, in fondo, cosa considererebbe migliore una persona che vive secondo la propria natura? Domande come: “Hai paura della morte?”, “Vuoi essere felice?”, o “Vuoi conoscere il senso della tua vita?” possono essere utili e Dio può certamente usarle per toccare un cuore. Tuttavia possono anche ricevere un semplice “no” come risposta. Se queste domande diventano il punto di partenza, rischiamo di far sembrare il Vangelo troppo facoltativo.

Parlando in prima persona, quando mi trovo a predicare, come diceva Baxter,“come un morente a dei morenti”, non mi interessa sapere se i miei ascoltatori temono la morte, desiderano la felicità o cercano un senso per la vita. So che moriranno e si presenteranno davanti a Dio per rendere conto della loro esistenza. So che non riusciranno a giustificarsi da soli e so che Dio li condannerà giustamente a un’eternità senza di Lui.

Come uno che condivide la stessa fragilità e peccaminosità, la mia compassione mi spinge a dire loro la verità, senza dipendere dal loro interesse momentaneo o dalla mia abilità di trovare l’aggancio più accattivante. La realtà è che sono responsabili davanti a Dio: Egli è il loro Creatore, e sarà il loro Giudice.

Per questo trovo preziosi versetti come Marco 8:38, dove Gesù dice: “Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli”. O come Atti 17:31: Dio “ha fissato un giorno nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo che egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti risuscitandolo dai morti”. O ancora Romani 3:19-20: “Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà la conoscenza del peccato”. Ebrei 9:27 aggiunge: “Come è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio”.

Tutti questi versetti ribadiscono l’inevitabilità del giudizio di Dio, a prescindere dal nostro interesse personale per Lui in un determinato momento. Questo richiamo — non un appello da pubblicitario — dev’essere la base dell’appello evangelistico nelle nostre predicazioni. I nostri sermoni sul Vangelo non devono suonare come la proposta di un venditore, ma come la convocazione solenne di un Giudice.

 

Illustrazione

Le buone illustrazioni evangelistiche, pur essendo utili, non sempre contengono in sé l’intero messaggio del Vangelo. La letteratura esistenzialista, ad esempio, coglie bene il senso di vuoto e di mancanza di significato della vita senza Dio. Romanzi popolari, film, editoriali e situazioni politiche possono mettere in luce ipocrisia, avidità, illusioni infrante, responsabilità e molti altri temi strettamente legati al Vangelo. Usare questo tipo di materiale può aiutare il nostro ascoltatore non credente a considerare ciò che stiamo dicendo, così come i Greci ascoltarono Paolo in Atti 17 mentre citava le loro stesse iscrizioni e poeti. In genere ascoltiamo con maggiore attenzione qualcuno quando percepiamo che capisce il nostro punto di partenza. I nostri amici non credenti non fanno eccezione.

Un tipo particolarmente adatto di illustrazione della verità biblica è la testimonianza personale. Certo, una testimonianza su “ciò che Gesù ha fatto per me” può anche non includere una presentazione chiara del Vangelo; ma può farlo — e lo farà — se questo è il nostro intento.
Inseriamo nei nostri sermoni esempi concreti di come le verità del Vangelo hanno toccato la vita delle persone — sia nel momento della conversione, sia in altre fasi del loro cammino.
La vividezza di un’illustrazione del genere può imprimere un punto chiave nella memoria di qualcuno, spiegando per analogia ciò che il ragionamento, per quanto accurato, non riuscirebbe a trasmettere. Dio è glorificato dalle testimonianze della Sua grazia: usiamole nella predicazione.

 

Applicazione

Le nostre applicazioni possono avere un carattere evangelistico in molti modi. Anche le implicazioni che ricaviamo dal testo biblico possono contribuire a smascherare la superficialità della giustizia di questo mondo e delle soluzioni religiose create dall’uomo. Le esposizioni che mettono in evidenza l’insufficienza di ogni risposta che escluda Cristo possono essere utili per presentare il Vangelo tanto quanto una diagnosi accurata può spingere un paziente ad assumere la medicina prescritta. Come si dice: “una buona diagnosi è metà della cura.

I predicatori cristiani devono prestare particolare attenzione nel dire la verità riguardo al peccato.
I nostri sermoni non devono mai essere calibrati solo su ciò che pensiamo che gli ascoltatori possano sopportare emotivamente e tanto meno su ciò che pensiamo possa essere accettabile per i non credenti presenti. Lo scopo della predicazione non è aumentare l’autostima dell’uditorio, ma condurlo all’eredità della salvezza eterna. Esporre con amore il peccato è parte necessaria della nostra vocazione a dire la verità. Spesso questa denuncia inizialmente sarà impopolare: una persona dominata dalla natura peccaminosa non sarà mai d’accordo di essere messa sotto accusa, finché lo Spirito Santo non compie la Sua opera di convincere e portare al ravvedimento.

Dobbiamo proclamare la verità sul peccato umano con l’umiltà di chi, essendo peccatore, parla ad altri peccatori. Dobbiamo proclamarla con la stessa schiettezza con cui speriamo che un medico ci dica la verità sul nostro stato di salute, soprattutto quando le notizie sono cattive, o addirittura gravi.
Come afferma un antico proverbio greco: “L’opposto di un amico non è un nemico, ma un adulatore. Quando lusinghiamo chi ci ascolta, non aiutiamo nessuno, soprattutto chi ha più bisogno di aiuto.

Esplorare la verità sul peccato, rintracciarne le vie nel cuore umano e svelare la sentenza di Dio su di esso e la sua fine rovinosa è una delle funzioni più importanti della predicazione cristiana.
Dobbiamo impegnarci a esporre fedelmente la Parola, soprattutto nei passaggi in cui essa corregge o mette sotto accusa anche noi stessi. È proprio quando siamo nel torto che abbiamo più bisogno di essere rimessi sulla via giusta. La cortesia è un pessimo sostituto della sincerità. Se questo è vero nei rapporti umani temporanei, quanto più lo è nel nostro rapporto eterno con Dio?

Inoltre, anche nel cuore più corrotto c’è qualcosa che rende testimonianza alla verità della rivelazione di Dio sul nostro peccato. L’immagine di Dio in noi, la nostra coscienza, grida in ogni cuore, anche se spesso in modo soffocato o incoerente. Quando saliamo sul pulpito, non dobbiamo cercare l’approvazione dei non credenti, ma la loro salvezza. Lo Spirito di Dio userà la proclamazione fedele della verità per compiere quest’opera.

Un metodo utile per preparare applicazioni bibliche sia accurate sia evangelistiche è creare una griglia con righe per ogni punto del sermone e colonne. Le colonne mi aiutano a considerare ciò che il testo rivela di unico nella storia della salvezza; l’applicazione per il non credente e per la vita pubblica nella società; il compimento in Cristo; l’applicazione per il singolo credente e per la chiesa locale.

Non sempre c’è tempo di sviluppare tutte queste applicazioni in un unico sermone, ma il solo fatto di rifletterci sopra aiuta a sentire la Scrittura anche con le orecchie di un amico non credente e quindi a pregare per capire quali aspetti sottolineare e portare a casa nel sermone.
È sempre utile, prima di predicare, rivedere in preghiera le note, chiedendo di sapere dove le necessità umane e la provvidenza divina possano essere maggiormente evidenziate.

Nella predicazione espositiva a scopo evangelistico, il Vangelo non dovrebbe emergere solo da collegamenti forzati o marginali (ad esempio, un’associazione puramente simbolica tra il filo scarlatto di Giosuè 2 e 6 e il sangue di Cristo), ma dal tessuto stesso della narrazione (ad esempio, Rahab crede alla Parola di Dio annunciata dagli esploratori, si ravvede e crede, e viene così salvata e accolta nel popolo di Dio).

In questo modo, il non credente vede l’unità della testimonianza della Parola e dell’opera salvifica di Dio nel corso dei secoli, tutta orientata a mostrare il suo bisogno e la provvidenza di Dio in Cristo. Spiegare a fondo un brano e le sue implicazioni in diversi ambiti della vita mette a nudo la povertà di una vita senza Cristo e la ricchezza della vita a cui Dio ci chiama. Dobbiamo applicare il testo anche in senso evangelistico.

 

Invito

Nessuna esposizione della Parola di Dio dovrebbe concludersi senza un invito a rispondere. Più che un semplice invito, dovrebbe esserci un vero e proprio appello: che chi ascolta si sottometta a Dio, confessi i propri peccati e la Sua signoria, si ravveda e confidi in Cristo per la salvezza.

In questo tempo, ogni parola del nostro santo Creatore rivolta a creature peccatrici come noi deve includere gli imperativi: ravvedetevi e credete. Altrimenti, come potremmo rappresentare fedelmente qualsiasi parte della Scrittura, se non riflettessimo i propositi salvifici di Dio?

Parte dell’invito può essere l’offerta di parlare con qualcuno dopo il culto in un luogo o orario stabilito, o incoraggiare a rivolgersi a persone vicine o amici credenti. Possiamo proporre materiale da leggere o studi biblici.

Evitiamo però ogni tipo di appello che possa far credere che, rispondendo a noi, abbiano già risposto salvificamente a Cristo. La confusione e la superficialità che regnano in molte comunità evangeliche oggi dimostrano i danni prodotti da questi errori, pur mossi da buone intenzioni.

Detto questo, dobbiamo comunque chiamare le persone a rispondere al Vangelo con urgenza e sincerità. Fare meno di questo significa venire meno alla chiamata di Dio di proclamare la Sua Parola.

E qui va detto: se nella vita quotidiana non abbiamo un cuore per i perduti, è difficile che i nostri sermoni ardano di passione evangelistica.Dobbiamo essere animati dal Vangelo che ci ha chiamati e che ora siamo chiamati a proclamare.

 

Conclusione

Questi, dunque, sono alcuni elementi che ci aiutano a predicare sermoni espositivi con lo sguardo rivolto all’evangelizzazione.

Dovremmo comprendere la centralità del Vangelo in tutta la Bibbia; considerare la presenza di non credenti, noti o ignoti, tra noi; annunciare in anticipo quando affronteremo temi che possono interessare anche a loro (anche se poi il sermone sarà una semplice esposizione di Ebrei o Malachia); introdurre i sermoni in modo da mostrare la rilevanza della Scrittura per le preoccupazioni comuni; presentare chiaramente il Vangelo, illustrarlo in modo toccante e personale, pregare per applicarlo in profondità, e invitare con chiarezza e urgenza a rispondere.

In tutti questi modi, i nostri sermoni espositivi possono offrire il Vangelo.

Una delle ragioni per cui sono così convinto della potenza dei sermoni espositivi evangelistici è una serie di predicazioni che ascoltai un’estate, ai tempi dell’università, durante un campo cristiano.
James Montgomery Boice predicò in modo espositivo sui primi capitoli della Genesi e poi sui primi capitoli della Lettera ai Romani. Furono alcune delle esposizioni più potenti che avessi mai ascoltato. La Parola veniva spiegata con chiarezza e proprio questa chiarezza rendeva ancora più gloriosa la verità già di per sé gloriosa. La realtà oscura del nostro peccato e la profondità della misericordia di Dio non mi erano mai state così evidenti.

Allo stesso tempo, quei messaggi furono tra le spiegazioni più limpide del Vangelo che avessi mai ricevuto. La croce di Cristo e la necessità del ravvedimento e della fede non avrebbero potuto essere più chiare. In mezzo a quelle dense esposizioni bibliche, c’erano alcuni dei sermoni evangelistici più incisivi che le mie orecchie avessero mai ascoltato. La grazia di Dio risplendeva in tutta la sua magnificenza. A distanza di decenni, ricordo ancora con gioia quell’unione felice tra evangelizzazione ed esposizione.

E, nella buona provvidenza di Dio, molte altre volte sono stato benedetto ascoltando sermoni che erano al tempo stesso evangelistici ed espositivi. Vorrei pensare che, con il Suo aiuto, anche io abbia predicato in questo modo. Se sei arrivato a leggere fin qui, probabilmente anche tu lo hai fatto. Se non possiamo predicare con la potenza dei giganti della fede, possiamo almeno predicare lo stesso messaggio e con lo stesso scopo: che Dio sia glorificato nella salvezza dei peccatori e nell’edificazione della Sua chiesa.

Se sei un predicatore che ancora ha dubbi, la prossima volta che cercherai di predicare evangelisticamente senza farlo in modo espositivo, chiediti come il tuo messaggio potrebbe essere rafforzato, illustrato, infiammato e approfondito predicando a quello stesso uditorio a partire da un brano specifico della Scrittura. Quel testo sarebbe utile per i tuoi ascoltatori per rifletterci, comprenderlo e ricordarlo? Una predicazione espositiva potrebbe potenziare la tua evangelizzazione?

Viceversa, la prossima volta che predichi in modo espositivo, pensa a come sarebbe farlo senza un intento evangelistico. Puoi davvero esplorare i temi della Legge nell’Antico Testamento senza arrivare al Vangelo? Puoi comprendere la gioia di Davide in Dio e nella Sua Parola a prescindere da Cristo? Puoi presentare la speranza di Isaia o la visione di Ezechiele senza capire ciò che Dio avrebbe compiuto in Cristo? Puoi esporre l’insegnamento di Gesù o le lettere di Giovanni senza parlare chiaramente della santità di Dio, del nostro peccato, del sacrificio di Cristo e della necessità del ravvedimento e della fede?

Spesso, evangelizzare bene richiede di esporre accuratamente la Parola di Dio. Esporre accuratamente la Parola di Dio richiederà sempre di evangelizzare. Nessuno dei due aspetti può essere trascurato: entrambi devono essere presenti nella nostra predicazione, se vogliamo proclamare la Parola di Dio al popolo di Dio.

 

Lettura consigliata: Predicazione Espositiva, Ed. Coram Deo.

Tematiche: Predicazione, Vangelo

Mark Dever

Mark Dever 

 

È pastore della Capitol Hill Baptist Church a Washington, D.C. e autore di molti libri, incluso Discepolare (Ed Coram Deo) Nove segni caratteristici di una chiesa sana (Alfa Omega). Puoi saperne di più sul sito www.9marks.org o puoi seguirlo su Twitter.

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