Tre requisiti indispensabili per una buona predicazione

 

È difficile credere che io sia ormai al ventesimo anno come pastore principale e al ventiduesimo anno di ministero pastorale. L’ordinazione, avvenuta nell’estate del 2002, alla “tenera” età di venticinque anni, mi sembra appartenere a un’altra vita, eppure non così lontana. Dio è stato misericordioso nel concedermi comunità sane da servire e persone fedeli con cui servire. Spero che Dio mi dia la grazia di continuare a fare il pastore per altri vent’anni (o più).

Essere pastore oggi significa occuparsi di molte cose diverse: pregare, celebrare matrimoni, celebrare funerali, guidare, visitare, fare discepolato, accompagnare, consigliare, amministrare, gestire conflitti, raccogliere fondi, formare gruppi, servire nei comitati, moderare riunioni… l’elenco potrebbe continuare a lungo. Eppure, resta vero (e grazie a Dio per questo) che il compito principale che un pastore deve svolgere, settimana dopo settimana, è predicare un sermone (o due, o tre). Negli ultimi vent’anni, ho probabilmente fatto una media di 75 predicazioni all’anno, includendo le domeniche mattina, le domeniche sera, gli incontri infrasettimanali e altri eventi. In totale, circa 1.500 sermoni in due decenni. Se voglio essere incoraggiato, posso pensare a quanto (spero) sia migliorato e a quanto ancora ami fare qualcosa che ho già svolto più di mille volte. Se invece voglio scoraggiarmi, posso pensare a quanto desidererei essere ancora più abile ed efficace in un compito che porto avanti ormai da quasi metà della mia vita. (Se devi scegliere uno stato d’animo, fratello pastore, scegli l’incoraggiamento.)

In tutti questi anni e in tutte queste predicazioni, ho riflettuto molto su cosa renda buona una predicazione. Non pretendo certo che tutte le mie prediche siano state buone. Il Signore lo sa (e anche il suo popolo lo sa) che ne ho fatte alcune poco riuscite. Tuttavia posso dire davanti a Dio che mi impegno seriamente nella predicazione e che cerco costantemente di migliorare. Cerco anche di valutare con saggezza i sermoni, domandandomi cosa funzioni, cosa non funzioni e perché. Mi sembra che ci siano almeno tre requisiti indispensabili per una buona predicazione.

 

Requisito 1: Insegnare la Parola di Dio

Il primo requisito indispensabile per una buona predicazione è che il predicatore insegni fedelmente la Parola di Dio. È vero che insegnare e predicare non sono la stessa cosa (più avanti chiarirò la differenza), ma non esiste predicazione che sia buona e che allo stesso tempo non insegni. L’unica abilità richiesta all’anziano (in aggiunta ai requisiti di carattere), e che non è richiesta ai diaconi, è quella di essere “capace di insegnare” (1 Timoteo 3:2). L’unico ministero che la Scrittura afferma in modo inequivocabile essere ancora in atto nella chiesa è quello di pastore-maestro (Efesini 4:11). Anche se traduciamo l’espressione come “i pastori e i maestri,” la costruzione greca indica comunque che si tratta di persone che svolgono entrambe le funzioni: pascere e insegnare.

La predicazione esegetica consiste, come minimo, in una spiegazione fedele di un passo biblico. “Leggevano il libro della legge di Dio, a brani distinti, spiegandone il senso, e facevano comprendere la lettura” (Neemia 8:8). Una buona predicazione deve spiegare la Bibbia alle persone. Chi frequenta il culto la domenica dovrebbe andarsene avendo imparato qualcosa e, se si tratta di un credente di lunga data, dovrebbe andarsene avendo ricevuto un prezioso ricordo di verità che rischiava di dimenticare.

Questo significa che il predicatore stesso deve essere sempre in apprendimento. Non riesco a immaginare come un predicatore possa continuare a predicare buoni sermoni per decenni, se non è continuamente in cammino alla scoperta di nuove realtà riguardo a Dio. Questo richiede che il predicatore, nelle società con un’alfabetizzazione quasi universale, sia un lettore per tutta la vita. Perfino la mente più brillante rischia di cadere in una routine sterile. Certo, col tempo impariamo a conoscere meglio certi aspetti. Non vogliamo reinventarci (e tantomeno reinventare la verità!) anno dopo anno, ma non ci sarà passione fresca senza intuizioni fresche e senza un apprendimento nuovo.

È facile pensare che questo primo punto sia quello con cui abbiamo meno difficoltà, soprattutto in ambienti dove la formazione teologica è molto apprezzata. Tuttavia insegnare la Parola di Dio significa più che trasmettere ciò che troviamo nei commentari. Significa aiutare le persone a vedere le connessioni nella Bibbia, a cogliere la visione d’insieme e a convincersi che tutta la Scrittura è veramente utile. Abbiamo molti predicatori che sanno “ripetere i commentari.” Non sono sicuro che abbiamo altrettanti buoni predicatori dottrinali o predicatori capaci di far comprendere l’insieme partendo dai dettagli. Quando predicatori sinceri non sono anche buoni insegnanti, i sermoni tendono a scadere in omelie devozionali prevedibili. Il sentimento autentico si trasforma in semplice sentimentalismo e il popolo di Dio corre il rischio di abituarsi a essere toccato solo a livello emotivo, senza però rinnovare la mente (Romani 12:2).

Un buon insegnamento può assumere molte forme e stili, ma, in sostanza, credo che consista nel comunicare la verità (sia antica che nuova) in modo interessante, coinvolgente e comprensibile. Nella predicazione, la verità è ciò che conta di più (dire ciò che è vero), ma subito dopo viene la chiarezza. Un uomo può essere un grande intellettuale, conoscere cose che altri non sanno e comprendere misteri che nessuno riesce a capire, ma non è un buon insegnante se non sa aiutare gli altri a essere interessati e a comprendere quei misteri. I buoni predicatori non sono superficiali, ma sanno arrivare alla semplicità che si trova dall’altra parte della complessità.

Prima di concludere questo primo punto, vorrei aggiungere un’esortazione finale. Avete notato in Neemia 8:8 che Esdra e i sacerdoti e leviti non solo leggevano il libro, ma ne spiegavano anche il senso? Allo stesso modo, Paolo dice a Timoteo di dedicarsi “alla lettura, all’esortazione, all’insegnamento” (1 Timoteo 4:13). Una parte vitale del ministero di insegnamento del pastore è non solo predicare la Bibbia al popolo, ma anche leggerla al popolo. Questo significa che il testo della predicazione non dovrebbe essere affidato a un altro membro della chiesa solo per dargli l’occasione di partecipare al culto. Ci sono altri modi per dimostrare che la chiesa è guidata da una pluralità di anziani e modi migliori per includere le persone nel ministero pubblico della comunità. Presumibilmente, il predicatore ha passato tutta la settimana immerso in quel testo. Conosce il significato del passo e sa in che direzione andrà la predicazione. Sa quando alzare o abbassare la voce, quando accelerare o rallentare. Presumibilmente, ha anche praticato la lettura a voce alta nel suo studio, così che, al momento della lettura pubblica delle Scritture, riesca a trasmettere qualcosa della gloria, della serietà e del significato del testo già solo leggendolo. Non è una regola assoluta, ma sono convinto che i pastori non dovrebbero delegare la lettura del testo principale ad altri. Una buona predicazione implica un buon insegnamento, e un buon insegnamento include il fatto che sia il predicatore stesso a leggere con cura e con passione il testo biblico dal quale intende predicare.

 

Requisito 2: Proclamare Cristo crocifisso

All’inizio è bene sottolineare che “proclamare” non è sinonimo di “insegnare”. Quando Paolo si descrive come “predicatore, apostolo e maestro” (2 Timoteo 1:11), non sta semplicemente accumulando ridondanze (anche se certamente i ruoli si sovrappongono). Un predicatore (kēryx) era un araldo, colui che aveva il compito di parlare a nome del re e annunciare il suo decreto. La buona predicazione conserva questo carattere ufficiale, gioioso e proclamatorio.

La nostra predicazione non deve mai attenuare la verità né presentare scuse per Dio e per le sue vie. I predicatori possono non essere sempre sicuri di sé stessi, ma la predicazione deve essere sicura. “Lo Spirito Santo non è uno scettico”, ricordava Lutero a Erasmo. Oppure, come scrive Paolo: “abbiamo rifiutato gli intrighi vergognosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio” (2 Corinzi 4:2). Abbiamo una lieta notizia da condividere con il mondo. Se il vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono (v. 3).

Il predicatore non deve mai dimenticare che è anche evangelista (2 Timoteo 4:5), non in maniera rigida e meccanica, ripetendo la stessa formula alla fine di ogni sermone o tralasciando di insegnare “tutto il disegno di Dio” (Atti 20:27), ma in modo consapevole, portando la persona e l’opera di Cristo in ogni predicazione. Quando Paolo parlava del suo ministero, definiva il suo messaggio come il vangelo (1 Corinzi 1:17), o come “la parola della croce” (v. 18), o ancora come “Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (2:2). L’espressione “Cristo al centro” rischia di essere un termine abusato e applicato in maniera superficiale. Eppure, se compreso correttamente, il concetto è essenziale per una buona predicazione. Poiché tutta la Scrittura parla di Cristo (Luca 24:27), ogni sermone dovrebbe mostrare come quel passo trovi compimento in Cristo, o ci indirizzi verso Cristo, o riveli il nostro bisogno di Cristo, o possa essere realizzato solo dalla potenza di Cristo, o ancora serva a magnificare la gloria di Cristo.

Nella preparazione dei miei sermoni, arrivo spesso a chiedermi: “Sarebbe naturale concludere questo culto con la Cena del Signore?” Se la risposta è “no”, significa che non ho proclamato a sufficienza Cristo e Cristo crocifisso. Certamente, voglio lasciare che il testo biblico (in particolare dell’Antico Testamento) parli per sé stesso. Non intendo attribuire all’autore umano un significato che non aveva in mente. Allo stesso tempo, non posso pensare che l’Autore divino non abbia voluto dire più di quanto il pubblico originario potesse comprendere.

Il punto è questo: una buona predicazione proclama Cristo. Non voglio che nessuno se ne vada dopo un mio sermone — che sia un ebreo devoto, un musulmano gentile, un agnostico vicino di casa, o un conservatore non credente — senza aver sentito che Cristo è il Signore. Allo stesso modo, non voglio che chi è smarrito, affranto o oppresso dal senso di colpa se ne vada senza sapere che Cristo è potente a salvare. La buona predicazione deve sempre mettere in primo piano la buona notizia di Cristo e Cristo crocifisso.

 

Requisito 3: Predicare nella potenza dello Spirito

Quest’ultimo punto è il più difficile da definire e forse per questo è il più trascurato. Paolo descrive il suo parlare e il suo messaggio tra i Corinzi come venuti “in dimostrazione di Spirito e di potenza” (1 Corinzi 2:4). Nel Vangelo di Luca, Gesù inaugura il suo ministero pubblico annunciando (in adempimento di Isaia 61) che lo Spirito del Signore era su di lui per proclamare la buona notizia ai poveri (Luca 4:18). Il ministero degli apostoli dipendeva dallo Spirito Santo (Luca 24:49; Atti 1:8) e la loro predicazione avveniva “per mezzo dello Spirito Santo” (1 Pietro 1:12). I nostri padri nella fede parlavano spesso della potenza dello Spirito Santo nella predicazione o dell’“unzione” divina nella predicazione. Oggi, purtroppo, si sente poco questo linguaggio e questa enfasi.

Cosa significa, però, predicare nella potenza dello Spirito? Al Martin, nel suo prezioso libretto Preaching in the Holy Spirit, menziona quattro segni distintivi: una più viva percezione delle realtà spirituali, una libertà interiore, un cuore dilatato e una maggiore fiducia nella Parola. Non sono in disaccordo, ma li formulerei così: predicare nella potenza dello Spirito si riconosce da franchezza, coraggio e autorità.

Leggendo sermoni del passato, soprattutto del Grande Risveglio, colpisce la franchezza diretta del discorso. Il predicatore non parlava solo “di” cose, parlava “alle” persone. Questa immediatezza, purtroppo, manca spesso oggi, anche nella mia predicazione. È la differenza tra predicare sul vangelo (“Ecco cosa ha fatto Cristo per i peccatori e come funziona la salvezza”) e predicare il vangelo (“Tu sei un peccatore che ha bisogno di un Salvatore; ravvediti e credi”). Quando Paolo dice a Timoteo di “riprendere, rimproverare, esortare con ogni pazienza e dottrina” (2 Timoteo 4:2), sta delineando un modello che unisce insegnamento accurato e parole dirette di conforto e confronto. I puritani eccellevano in questo: scrutavano le coscienze e si sforzavano di rivolgersi a persone reali nelle loro paure, nei loro bisogni e nelle loro sfide.

Predicare nella potenza dello Spirito significa anche avere coraggio. È ciò che accadde in Atti 4 dopo che i credenti ebbero pregato, furono riempiti di Spirito Santo e continuarono ad annunciare la Parola di Dio con franchezza (v. 31). Coraggio non è spavalderia. Non riguarda il tono di voce né il carattere. In Atti vediamo che il coraggio consiste nell’essere chiari anche davanti alla paura. Significa che il predicatore non si tira indietro dal dire cose difficili. Non è in cerca di litigi, ma sa che la verità può risultare scomoda. Come ricordava C.S. Lewis, le parole dure di Gesù sono salutari solo per chi le trova dure. Il predicatore non è un provocatore in cerca di attenzioni, eppure, una predicazione fedele e potente suonerà inevitabilmente sconvolgente ad alcuni. Il predicatore unto dallo Spirito può contestualizzare per rendere comprensibile ciò che è difficile; non deve invece addolcire ciò che è scandaloso.

Infine, predicare nella potenza dello Spirito si manifesta con un senso innegabile di autorità. Non dimentichiamo ciò che più colpiva della predicazione di Gesù: non il suo umorismo, né la sua istruzione, né la sua capacità di raccontare storie, né la sua vulnerabilità. No, “la folla si stupiva del suo insegnamento, perché egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi” (Matteo 7:28).

Non è certo un caso che, dopo la discesa dello Spirito su Gesù in Matteo 3 e la sua guida nel deserto in Matteo 4, egli predichi con così straordinaria unzione in Matteo 5–7.

Tra tutte le caratteristiche del ministero di Gesù, quella dell’autorità è forse la più urtante per il mondo di oggi e, sempre più spesso, anche per la chiesa. Molti non vogliono che il predicatore parli con autorità. Certo, c’è chi confonde predicazione autorevole con invettive dure e manipolatorie, ma il fatto che il concetto possa essere abusato non significa che possiamo farne a meno. Leggete qualsiasi grande predicazione del passato — predicazione che ha salvato anime, acceso risvegli, fatto tremare re e regine, fatto esultare i peccatori di gioia — e vi accorgerete che vibra di un’autorità inconfondibile. È forse il tratto della vera predicazione che gli ascoltatori di oggi sono più inclini a criticare e dunque probabilmente quello che più manca a gran parte della predicazione contemporanea.

 

Conclusione

Molto altro si potrebbe dire su cosa renda buona una predicazione, senza parlare poi dell’arte e della tecnica nel comporre un sermone. Questo scritto non intende essere un manuale di omiletica. Ma credo che questi tre requisiti — insegnare la Parola di Dio, proclamare Cristo crocifisso, predicare nella potenza dello Spirito — siano indispensabili per una predicazione fedele, oggi come in ogni epoca. Nessun predicatore sarà ugualmente dotato in tutti e tre gli ambiti; per quanto mi riguarda, il primo requisito emerge più spontaneamente nella mia predicazione rispetto agli altri due. Eppure, tutti e tre sono necessari, se non vogliamo che la nostra predicazione sia squilibrata.

Senza insegnare la Parola di Dio, il popolo potrà anche commuoversi ed essere spinto all’azione, ma non imparerà a leggere e a confidare nella Bibbia.

Senza proclamare Cristo crocifisso, i credenti potranno anche diventare buoni studenti e sviluppare buoni comportamenti, ma non sapranno qual è il cuore della Bibbia né chi ne è il protagonista.

Senza predicare nella potenza dello Spirito, il popolo potrà anche comprendere come maneggiare la Bibbia e come ricevere la salvezza o annunciarla ad altri, ma non vedrà i propri peccati più profondi messi in luce, né ascolterà un giudizio chiaro sulle idolatrie della propria cultura.

La buona predicazione deve essere trinitaria nel contenuto e nel carattere. Ho cercato di riflettere questo accento nei tre punti: la Parola del Padre, il Vangelo del Figlio e la potenza dello Spirito Santo. La predicazione non è una cosa sola, ma molte cose insieme: istruisce e proclama, consola e corregge. È questa la predicazione che Dio ha sempre usato ed è ancora questa la predicazione di cui abbiamo bisogno oggi.

 

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Tematiche: Bibbia, Predica la Parola, Predicazione

Kevin DeYoung

Kevin DeYoung

Kevin è pastore della Christ Covenant Church a Matthews, Carolina del Nord (Stati Uniti). È professore di teologia sistematica al Reformed Theological Seminary ed è il presidente del Comitato di The Gospel Coalition. Lui e sua moglie Trisha hanno sei bambini.

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