Un vero cristiano lotta con il peccato?

 

 

 

I cristiani sono ancora “venduti al peccato” dopo la loro conversione? Non c’è dubbio che Romani 7:13-25 possa essere difficile da seguire e il suo significato difficile da districare. Forse questo è uno dei brani che Pietro aveva in mente quando scrisse relativamente alle lettere di Paolo: “In esse vi sono alcune cose difficili a capire” (2 Pietro 3:16). La difficoltà di questo testo è attestata dalla varietà delle interpretazioni. Il principale punto di dibattito è se Paolo stia scrivendo di sé prima della sua conversione o dopo essere diventato cristiano.

 

Tuttavia, la chiave di questo dibattito è il versetto 14: “Io sono carnale, venduto al peccato”. Se Paolo è “carnale”, sembrerebbe che stia descrivendo sé stesso separato da Cristo, prima della conversione. In Cristo, come ha appena articolato in Romani 6:18, i cristiani sono una nuova creazione in Cristo Gesù che, “liberati dal peccato, sono diventati schiavi della giustizia”. Se i cristiani sono stati liberati dal peccato, come può Paolo parlare da cristiano quando dice di essere carnale e venduto al peccato? Sembra quindi che Paolo stia parlando del suo stato spirituale prima della conversione. Nonostante ciò che potrebbe sembrare dal versetto 14, un’analisi più approfondita di Romani 7 rivela diversi motivi per interpretare questo brano come riferito a Paolo non prima, ma dopo la sua conversione.

 

Una descrizione della vita cristiana

Nel suo articolo “Romani 7 e la vita cristiana normale”, Kim Riddlebarger evidenzia cinque ragioni per credere che Paolo stia parlando di sé stesso post-conversione in Romani 7:13-25:

 

  1. L’uso del tempo presente da parte di Paolo in Romani 7:13-25 è in netto contrasto con l’uso del passato in Romani 7:1-6. Considera la differenza tra il versetto 4: “Anche voi siete morti alla legge per mezzo del corpo di Cristo”, e il versetto 15: “Non capisco quello che faccio. Infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio”. Perché Paolo avrebbe cambiato tempo verbale per parlare al presente? La ragione più semplice e ovvia è perché sta parlando del presente. Paolo non sta parlando di sé stesso prima di incontrare Cristo, ma di sé stesso in quel preciso momento, come cristiano.

 

  1. Riddlebarger sottolinea un brano parallelo che ci aiuta a comprendere ciò che Paolo sta insegnando in Romani 7. In Galati 5, è chiaro che Paolo sta scrivendo riguardo ai cristiani post-conversione. In questo capitolo, dice qualcosa di simile a ciò che scrive alla chiesa di Roma: “Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quello che vorreste.” (Gal. 5:17). Questo ci insegna chiaramente che anche i cristiani lottano contro la carne, cioè contro la nostra natura e i nostri desideri peccaminosi. Pertanto, quando Paolo dice di essere “carnale”, non significa che non sia convertito, ma semplicemente che, come tutti i cristiani, sta lottando contro il peccato.

 

  1. Paolo scrive che trova “piacere nella legge di Dio, nell’uomo interiore” (Rom. 7:22). Questo tipo di piacere non è possibile per i non convertiti che Paolo descrive come empi, deboli, nemici di Dio (Rom. 5:1-10). In realtà, Paolo ribadisce che la legge è una maledizione per l’incredulo: “Infatti, mentre eravamo nella carne, le passioni peccaminose, risvegliate dalla legge, agivano nelle nostre membra allo scopo di portare frutto per la morte; ma ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, per servire nel nuovo regime dello Spirito e non in quello vecchio della lettera.” (Rom. 7:5-6). Il piacere nella legge può avvenire solo dopo che una persona è stata liberata dal peso di doverla seguire per guadagnarsi la salvezza. Il compiacersi nella legge scaturisce da un cuore pieno di gratitudine. Solo un cuore che è stato liberato dalla grazia di Dio può gioire e obbedirgli per amore e riconoscenza.

 

  1. Sebbene Paolo si descriva nel versetto 14 come “venduto al peccato”, non sta parlando come una persona non convertita schiava del peccato, ma come un cristiano che lotta contro il peccato. Questo è chiaramente visibile pochi versetti dopo: “Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l’uomo interiore, ma vedo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra” (Rom. 7:22-23).

 

  1. Prima della sua conversione, Paolo credeva di seguire perfettamente la legge di Dio. Come descrive alla chiesa di Filippi, afferma che prima di diventare cristiano, si sentiva “quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile” (Filip. 3:6). La lotta contro il peccato che Paolo descrive in Romani 7 non somiglia per niente a ciò che era prima della conversione.

 

È chiaro da questi argomenti che in Romani 7, Paolo sta dando una vivida descrizione della vita cristiana. Tutti i cristiani sanno per esperienza di cosa stia parlando Paolo. Sta descrivendo la lotta per obbedire a Dio, resistere alla tentazione e abbandonare il peccato.

 

La guerra tra il peccato e il desiderio di obbedire a Dio

Al centro della discussione di Paolo sulla vita cristiana c’è la questione del rapporto del credente con la legge. Se “non siamo sotto la legge ma sotto la grazia” (Rom. 6:14), quale ruolo continua a svolgere la legge di Dio nella vita di un cristiano? In Romani 7:1-6, Paolo affronta questa domanda con l’analogia di un matrimonio in cui il marito muore. Il punto che vuole sottolineare è che “come la morte rompe il legame tra marito e moglie, così la morte—la morte con Cristo del credente—rompe il legame che lo legava alla legge, e ora è libero di unirsi a Cristo”. Il cristiano era sposato con la legge, ma ora, per fede, è sposato a Cristo.

 

Questo ci porta a domandarci ancora di più quale sia il ruolo o l’uso della legge nella vita cristiana. Se siamo morti alla legge e sposati a Cristo, allora dovremmo respingere completamente la legge? La legge è forse qualcosa di negativo? Quando Paolo chiede in Romani 7:7: ” Che cosa diremo dunque? La legge è peccato?”. La sua risposta è: “Assolutamente no!” La legge non è cattiva, e non è peccato.

 

Lungi dall’essere peccato, la legge c’insegna cosa sia il peccato. Essa rivela gli standard di Dio. Di per sé, la legge è buona. Gli uomini sono peccatori e malvagi, ma “la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono” (Rom. 7:12). Quindi, la legge di Dio è buona, ma quando incontra i peccatori, tende a stimolare il peccato.

 

Sebbene i cristiani dovrebbero gioire nella legge di Dio e trovare piacere nell’osservarla, spesso accade il contrario. Questa è l’esperienza di cui Paolo parla quando scrive: “Senza la legge il peccato è morto. Un tempo io vivevo senza legge; ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita e io morii” (Rom. 7:8-9). Hai mai sentito la tentazione di fare qualcosa semplicemente perché ti è stato detto di non farlo? Vedi, è esattamente ciò che Paolo descrive in questi versetti. Nel versetto 13, Paolo chiarisce ciò che sta dicendo sulla legge: La legge è buona; non è la legge di per sè a far peccare Paolo. Piuttosto, è la nostra natura peccaminosa che reagisce contro la legge a portarci a compiere azioni peccaminose.

 

Questa è la realtà della vita cristiana! Siamo morti al peccato e vivi in Cristo. Non siamo sotto la legge, ma sotto la grazia, tuttavia la nostra natura peccaminosa non è stata eliminata. Il nostro vecchio io peccaminoso si aggrappa con tutte le sue forze ogni volta che cerchiamo di diventare meno malvagi e più santi. Come Paolo evidenzia in questo passo, la vita cristiana è una lotta contro il peccato e il desiderio di obbedire a Dio.

 

Questa battaglia non è mai facile e, a volte, è davvero complicata e dolorosa. Come dice Paolo: “Poiché ciò che faccio io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio” (Rom. 7:15). Sebbene Dio ci dichiari giusti sulla base della giustizia di Gesù nel momento della nostra conversione, non ci rende giusti istantaneamente. La santificazione è un processo continuo e che dura tutta la vita, in cui Dio rimuove il peccato dai nostri cuori e ci rende progressivamente più santi. Questo processo è una lotta per noi (Rom. 7:21-23).

 

La buona notizia del Vangelo è che c’è speranza! Siccome siamo giustificati per fede, Dio ci santifica per fede. Non dipende in ultima analisi dal nostro sforzo e dalla nostra volontà. Sebbene non siamo passivi nella battaglia contro il peccato, la nostra vittoria certa avviene solo attraverso il potere di Dio, e avviene nel suo perfetto tempismo. Gesù Cristo ci ha liberati e continua a liberarci dal nostro io peccaminoso affinché possiamo essere rinnovati e trasformati a sua immagine.

 

 

Lettura consigliata dal catalogo Coram Deo: Mansueto e Umile – il cuore di Gesù verso i peccatori e gli afflitti

 

Foto di Prateek Katyal su Unsplash

Tematiche: Peccato, Vita Cristiana

Andrew Menkis

Andrew Menkis

Ha conseguito una laurea in Filosofia e Studi Classici presso l’Università del Maryland e un master in Teologia Storica presso il Westminster Seminary in California. È professore biblico al liceo e la sua passione è insegnare le cose profonde di Dio in modi comprensibili e accessibili a tutti i seguaci di Cristo.

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