Dio non è interessato soltanto a cosa facciamo, ma è estremamente interessato al perché lo facciamo. Dal momento che Dio guarda al cuore, è importante esaminare regolarmente le nostre motivazioni. Riguardo all’evangelizzazione, ci sono molti falsi miti che devono essere rigettati in quanto non biblici.

Se vogliamo essere efficaci nell’evangelizzazione, è molto importante che le nostre motivazioni siano in accordo con il modello e i principi della Scrittura. È qualcosa di molto semplice, eppure è bene ricordarci reciprocamente questa verità.

Le false motivazioni

Siamo consapevoli che nell’ambito dell’evangelizzazione ci sono diverse motivazioni dalle quali spesso ci facciamo spingere: motivazioni pretestuose e, dunque, da rigettare. Non è sufficientemente buono rispondere a quegli input che ci spronano all’azione, se essi non sono affatto biblici.

Permettetemi di passare rapidamente in rassegna questi punti.

1) Desiderio di accettazione da parte del gruppo

In altre parole, ci troviamo in mezzo a un gruppo di persone, tutte coinvolte nell’evangelizzazione: giacché lo fanno tutti, sentiamo di dover essere coinvolti anche noi. Non sappiamo né come né perché, ma sentiamo la pressione del gruppo.

2) Conformismo dovuto a vincoli esterni

Si collega direttamente alla motivazione precedente e significa essere spinti da qualcosa che è al di fuori di noi. Con ciò non sto negando la doverosa obbedienza ai precetti biblici, che possiamo avvertire come “esterni” a noi; sto parlando di quando aderiamo a un certo tipo di evangelizzazione senza alcuna spinta interiore. Siamo tentati di muoverci solo perché una qualche struttura esterna ci spinge a farlo.

3) Desiderio di giudicare gli altri

Potremmo avere dentro di noi un desiderio distorto di pronunciare giudizi sugli altri. Potremmo difenderci ed esclamare: “No, io non giudico!”. Bene, spero davvero che non sia il nostro caso, ma so che ciò è vero per alcuni. Potremmo essere motivati dal desiderio di andare in giro a rimproverare le persone, a dir loro quanto sono cattive e quanto tutto vada male. La personalità di chi tende a comportarsi in questo modo è fatta in modo tale che essi non trovano difficile giudicare, e vi è una certa forma o un certo stile di evangelizzazione che sembra alimentare questo bisogno dentro di loro. È un desiderio perverso che non ha nulla di biblico.

4) Desiderio di controllo

Ecco un’altra motivazione pretestuosa: il desiderio di controllare le persone. Quando brandiamo la spada dello Spirito, quando ci muoviamo tra le persone portando con noi informazioni che abbiamo compreso chiaramente, ecco che ci troviamo in una posizione di potere. E a volte può accadere che alcune persone vogliano essere coinvolte in queste attività proprio per il senso di controllo che ne deriva.

5) La “quota minima obbligatoria”

Ricordo che la prima volta che andai negli Stati Uniti avevo un amico che frequentava un certo istituto teologico; per diverse ragioni, non mi piaceva affatto l’idea di quel posto. Primo, non era un ambiente etnicamente misto, e non riuscivo a concepirlo. Secondo, non si potevano tenere i capelli lunghi, e a me non stava bene. Terzo, ogni settimana dovevi uscire e soddisfare la tua “quota minima” di evangelizzazione, a qualunque costo. Ogni fine settimana dovevi rendere conto di quanti “scalpi” eri riuscito ad appendere alla tua cintura, altrimenti ti arrivava una “tirata d’orecchie” e venivi rispedito fuori a completare la tua missione. Un po’ come lavorare nel settore delle vendite, in effetti. Questa è senza dubbio una motivazione pretestuosa e anti biblica.

Le motivazioni genuine

Se vogliamo citare due motivazioni autentiche e fondamentali per l’evangelizzazione, eccole: primo, dovremmo essere spinti dall’amore per Dio e dal desiderio di vederlo glorificato; secondo, dovremmo essere mossi dall’amore per il prossimo e da un sincero interesse per il suo bene.

Il libro Evangelism and the Sovereignty of God (L’evangelizzazione e la sovranità di Dio) di J. I. Packer contiene entrambe queste motivazioni. Our Guilty Silence (Il nostro colpevole silenzio) di John Stott presenta una variazione sullo stesso tema.

Non sono idee nuove ma si tratta, a mio avviso, di un corretto riassunto biblico delle ragioni che dovrebbero abitare il cuore di chiunque sia coinvolto nel compito dell’evangelizzazione. 

1) Amore per Dio e interesse per la sua gloria

Il nostro amore per Gesù, lo abbiamo detto e stradetto, si rivela nell’obbedienza. In Giovanni 14:15, Gesù dice: “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti”. E quando Giovanni scrive la sua prima epistola, dice: “Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi” (1 Gv. 5:3). Perciò la questione dell’avvincente influenza di Dio nelle nostre vite e dell’interesse per la sua gloria ci conduce sul terreno dell’obbedienza.

Quando leggiamo attentamente le nostre Bibbie, scopriamo che Dio ci ha chiesto e ordinato di essere coinvolti nell’evangelizzazione.

Essendo una delle attività che il Padre e il Figlio hanno comandato, non abbiamo il diritto di decidere arbitrariamente che l’evangelizzazione sia una specie di optional riservato a un gruppo di pochi. Tuttavia, come chiese, tendiamo ad arrivare a conclusioni del genere: l’evangelizzazione è compito del pastore (lasciamo che lui predichi, e noi invitiamo le persone ad ascoltare) o di un ristretto numero di persone ‘formate’. Nella realtà, invece, quando leggiamo le nostre Bibbie con attenzione, scopriamo che Dio ha ordinato e comandato a ciascuno di noi di essere coinvolto nell’evangelizzazione. E di fatto, il suo proposito per il mondo è direttamente collegato alla nostra volontà di essere obbedienti a questo comandamento.

Ora, quando si nomina l’obbedienza, alcune persone si sentono un po’ a disagio perché provengono da un contesto in cui il concetto di obbedienza implica quello di rilutttanza. In verità, l’obbedienza a Gesù Cristo non dovrebbe implicare uno spirito di riluttanza ma piuttosto uno spirito di gioioso privilegio. Se ti prenderai il tempo (anche adesso) di andare a leggere Atti 5:41, scoprirai che nel contesto degli apostoli accadeva di frequente che venissero picchiati per la propria testimonianza del nome di Gesù Cristo. Erano stati frustati, gli era stato ordinato di non parlare più, e ci viene detto che essi “se ne andarono via dal sinedrio, rallegrandosi di essere stati ritenuti degni di essere oltraggiati per il nome di Gesù”.  Per questo, quando pensiamo all’amore per Dio e all’interesse per la sua gloria, giungiamo al terreno dell’obbedienza.

Quando osserviamo da vicino il Grande Mandato, così come fu dato (Matteo 29:19), dobbiamo appropriarci della promessa della sua presenza e accettare il compito. Gesù disse: “Ed ecco, Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente”. Ci rallegriamo in questo, siamo felici che sia vero! Ed è una verità affermata direttamente nel contesto di una chiesa obbediente al compito di evangelizzare.

Compito generale, compito individuale

Adesso occorre realizzare che, se l’evangelizzazione è compito della chiesa in generale, allora è anche compito individuale di ciascuno. Ne consegue abbastanza chiaramente, penso, che se la chiesa è chiamata generalmente alla responsabilità dell’evangelizzazione, allora io e voi siamo chiamati individualmente a essere coinvolti in questo compito. Mi seguite? È lo stesso ragionamento che usiamo in relazione al battesimo. Gesù disse “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli…”. Chi battezzava? Battezzava coloro che avevano risposto al suo appello con ravvedimento e fede. Perciò, se ho riposto con ravvedimento e fede, ne consegue che devo essere battezzato. Se c’è un ordine generale che riguarda la chiesa, allora è una responsabilità individuale che i membri della chiesa vi rispondano.

Proclamazione della Nuova Creazione

Adesso, avendo posto i fondamenti (sui quali non penso ci siano grandi sorprese), abbiamo bisogno di procedere e riconoscere che ogni volta che condividiamo il Vangelo con qualcuno, stiamo dichiarando le meravigliose opere di Dio. Il salmista si riferisce così alle opere di Dio nel Salmo 96:2-3:

“Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunciate di giorno in giorno la sua salvezza!
Proclamate la sua gloria fra le nazioni e i suoi prodigi fra tutti i popoli!”

Quando tu e io siamo coinvolti nel compito dell’evangelizzazione (che sia davanti a un caffè, davanti a un collega che ci ha fatto uan domanda o in qualsiasi altra situazione) ciò che stiamo facendo è proclamare le straordinarie opere di Dio. E le opere di Dio nella creazione impallidiscono davanti alle sue opere nella Nuova Creazione: possiamo non comprenderla appieno né esserne del tutto consapevoli quando esprimiamo la nostra fede, ma ogni volta che dichiariamo che Gesù è il Salvatore, diamo gloria a Dio. Poiché Egli ha detto dal cielo: “Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto”. Quando dichiariamo le opere meravigliose compiute da Dio in Cristo, allora Dio è glorificato come effetto del nostro annuncio dei suoi prodigi.

Un viscerale interesse per la gloria di Dio

Leggendo Atti 17 noterete che c’è un profondo interesse per la gloria di Dio e che questo interesse alimenta lo zelo di Paolo nell’evangelizzazione. È l’interesse per la gloria di Dio a guidarlo mentre osserva tutti gli idoli di Atene, portandolo a dire: Sapete, non dovrebbe essere così, perché questi idoli non fanno che cadere. Non dovrebbero essere quei tizi a depistarvi. Dovreste piuttosto giungere a conoscere quel Dio che adesso vi è sconosciuto (parafrasi di Atti 17:22,23). Il suo cuore è guidato dallo zelo, e lo zelo è il risultato del suo interesse per la gloria di Dio.

Adesso, fermiamoci qui un minuto e cerchiamo di essere onesti. Pensate alla vostra testimonianza davanti alle persone. Quanto del vostro desiderio di dire agli altri di Gesù deriva da quel che ha suggerito il pastore, o dal fatto che vi sentite un po’ in colpa, o dal fatto che le persone sembrano così demoralizzate? Quanto deriva, invece, dal fatto che sapete che Dio ha voluto dare gloria al suo nome, e che voi, volendo fare il possibile per glorificare Dio e servire al suo proposito, desiderate essere coinvolti nell’evangelizzazione?

Vogliamo che altri siano aggiunti al maestoso coro di lode che starà dinnanzi a Dio nel giorno della resurrezione e che darà gloria al suo nome: il coro dei redenti dal sangue dell’Agnello.

Ora, miei cari, credo che si verifichi un evento reale e cruciale quando inizia a bruciarci sotto la pelle l’autentico desiderio di evangelizzare: un desiderio che non è legato alle fiamme dell’inferno che ci solleticano le caviglie, né è legato alla condizione degli uomini (sebbene sia lecito addolorarsene).

C’è molto di più! Poiché abbiamo capito che Dio ha il proposito di ottenere un popolo per sé e di portare gloria al suo nome, ogni mattina ci svegliamo dicendo: “Celebrate con me il Signore, esaltiamo il suo nome tutti insieme” (Salmo 34:3) ma ci ritroviamo anche a dire: “Celebrino il Signore per la sua bontà e per i suoi prodigi in favore degli uomini!” (Salmo 107:8).

Un viscerale interesse per la gloria di Dio è l’esempio della chiesa apostolica.

Un preludio alla lode

Proprio accanto al concetto appena discusso, ho annotato quest’altro: l’evangelizzazione biblica non mette mai un punto dopo una conversazione, ma considera la conversazione come un preludio alla lode.

“E questo concetto da dove lo hai tirato fuori?”, chiederà qualcuno. Beh, proprio dalle parole di Gesù quando si rivolge alla donna al pozzo (mentre è personalmente coinvolto nell’evangelizzazione, se vogliamo puntualizzare). Lo leggiamo in Giovanni 4:23, quando Gesù chiarisce le idee di questa donna (la quale sta cercando di deviare la conversazione sulle discrepanze tra il culto dei Samaritani e quello dei Giudei) e le dice: “Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori”.

Ecco la questione: il Padre cerca tali adoratori! Dio non ha bisogno di noi. Non c’è lacuna in Dio che noi dobbiamo colmare. Dio è totalmente auto esistente. Eppure, Dio ha inteso dar gloria al suo nome, e sta cercando adoratori. Perciò, quando ci occupiamo dell’evengelizzazione, allineiamo le nostre volontà a quella di Dio, il quale sta cercando altri che aggiungano le proprie voci al suo canto.

Pertanto, l’evangelista dovrebbe guardare oltre il beneficio che riceve il convertito che viene salvato, e scorgere la gloria che riceve il Dio che lo ama.

Vi avverto: questo suonerà strano alle orecchie di molti, e c’è voluto molto tempo prima che il mio approccio all’evangelizzazione prendesse questa svolta.

Non intendo denigrare l’approccio né lo stile di nessuno. Tuttavia, io credo fermamente che partire da qui, da Dio e dalla sua gloria, significhi partire laddove parte la Bibbia stessa, piuttosto che iniziare dall’uomo e dalla sua colpa, o dall’uomo e dal suo bisogno, o da quello e quell’altro.

Adorare testimoniando, testimoniare adorando

E infine, ultimo punto: l’adorazione si esprime nella testimonianza, e la testimonianza si esprime nell’adorazione. C’è un intero sermone qui. La chiesa che adora è una chiesa che testimonia. Quando uomini e donne che non hanno conoscenza di Dio in Cristo vengono e adorano con noi nel Giorno del Signore, la nostra adorazione è in se stessa una testimonianza. Stiamo testimonaindo tramite la nostra adorazione. Stiamo magnificando le meravigliose opere di Dio. Stiamo rendendo onore e gloria al suo Figlio, il Signore Gesù Cristo. E i non convertiti stanno ascoltando questi canti. Essi possono in qualche misura aggiungere le loro vacillanti lingue al coro, ma i loro cuori gli confermano che non ne fanno parte: essi non stanno esprimendo la realtà della loro esperienza. E così, nella provvidenza di Dio, come risultato del suo agire nelle loro vite, molti di essi giungono a una sicura conoscenza di Gesù Cristo, avendo ricevuto la testimonianza tramite l’esperienza dell’adorazione. E la loro personale testimonianza si esprimerà, ancora una volta, nell’adorazione.

Penso che uno dei nostri problemi risieda nella terminologia usata nelle nostre chiese. Siamo così ossessionati dal definire cosa stiamo facendo! Stiamo svolgendo un ‘culto’? Stiamo ‘adorando’? Stiamo ‘testimoniando’? Che stiamo facendo?

Il fatto è che il tema unificante è la gloria di Dio. E quando Dio è glorificato, allora la nostra adorazione è in accordo con i suoi propositi. Allora sì che avremo posto l’incentivo supremo per la nostra evangelizzazione moderna.

 

2) L’amore per l’uomo e l’interesse per il suo bene

Le Scritture dicono che dovremmo impegnarci “a fare il bene davanti a tutti gli uomini” (Romani 12:17). Ora vi chiedo: quale bene si potrebbe fare a qualcuno, che sia maggiore del metterlo davanti alla consocenza di Gesù? Quando pensiamo ad evangelizzare e a compiere il bene verso i nostri vicini e amici, realizziamo che in definitiva il bene supremo è raccomandarli al Signore Gesù Cristo come Salvatore.

Ed è la nostra consapevolezza della condizione dell’uomo a richiedere che il nostro amore entri in azione.

Adesso, andiamo per un istante a Luca 10:29 e fissiamo bene questo concetto nelle nostre menti. Alcuni di noi lo conosceranno a memoria, ma altri avranno bisogno di andare a vedere di che si tratta. La storia comincia al versetto 25 ed è la parabola del buon Samaritano.

Gesù qui sta rispondendo alla domanda: “Che devo fare per ereditare la vita eterna?”. L’uomo, che fino a questo punto aveva dato risposte abbastanza valide, cercando di giustificarsi davanti all’affermazione di Gesù (“Ama il tuo prossimo come te stesso”) gli chiede: “Chi è il mio prossimo?”. Al che Gesù gli risponde con una storia: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e s’imbatté nei briganti, che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”. E poi va avanti raccontando di alcune figure religsiose che scendevano per quella strada: “un Levita, quando giunse in quel luogo e lo vide, passò oltre dal lato opposto”. Anche un sacerdote lo aveva visto ed era passato oltre. “Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui” (enfasi aggiunta).

Ora, essere coinvolti nell’evangelizzazione richiede che giungiamo là dove si trovano le persone; richiede che scendiamo e ci sporchiamo se sono sporche; richiede che ci insanguiniamo se sono sanguinanti. Non ci viene richiesto di arrivare in sella a un bianco destriero e impartire dall’alto indicazioni al povero bisognoso, né di sbraitare i possibili rimedi alla sua condizione. No, dice Gesù. L’uomo o la donna che comprende la condizione dell’uomo è (in virtù di quest comprensione) pronta a entrare in azione.

Ora, ciò non significa fornire una risposta ‘dovuta’, per così dire. Piuttosto, dovrebbe essere una risposta spontanea al bisogno del prossimo. Ecco perché leggiamo in 2 Corinzi 5: “infatti l’amore di Cristo ci costringe”. Si tratta di una reazione sponanea. Se un bambino cadesse sulla strada proprio davanti a noi, ci fionderemmo ad afferrarlo; analogamente, se vediamo le persone che amiamo, i nostri ‘prossimi’ e i nostri amici persi senza Cristo, la Parola di Dio dice che lo Spirito che dimora in noi provoca una risposta spontanea nei nostri cuori. E questa risposta ci spinge ad andare dove sono loro, a incontrarli nel loro bisogno, a fasciare le loro ferite, a versarvi olio e vino.

Chiediamoci: quanti dialoghi troviamo nella storia del buon Samaritano? Quanti diascorsi leggiamo? Nessuno! La sola conversazione che ha luogo è quella tra il buon Samaritano e l’albergatore. Tutto il resto è amore in azione nei confronti dell’uomo nella sua condizione.

Perciò, prima che ci impantaniamo pensando che l’evangelizzazione non possa aver luogo senza fiumi di parole, senza parate enciclopediche riguardo alla nostra conoscenza del Vangelo, ricordiamo le parole di un vecchio inno:

Non soltanto nelle parole pronunciate,
Non soltanto nelle opere dichiarate;
Ma nei gesti e nei modi più inconsapevoli,
Cristo si manifesta[i].

In Scozia, dicono così: il Vangelo è “meglio sentirlo che dirlo”[ii]. Personalmente, preferisco vedere il Vangelo piuttosto che ascoltarlo.

Scendere in soccorso del bisogno del nostro prossimo è la spontanea risposta di un cuore ripieno di Spirito e ubbidiente alla Parola di Dio.

Preghiamo, proprio in questo momento. Chiudiamo gli occhi, abbassiamo il capo e chiediamo a Dio di penetrarci con il suo sguardo ed esaminare le nostre motivazioni, perché un giorno saremo giudicati in base a esse. Ecco perché è sempre pericoloso giudicarci l’un l’altro: noi deduciamo certe cose dalle azioni altrui, ma non conosciamo davvero le motivazioni nei cuori di ciascuno.

Dio invece sa. Proprio adesso, lui sa le tue motivazioni.

Se capiamo di essere guidati da motivazioni quali la paura, le imposizioni esterne e legalistiche, il desiderio di essere ben visti dal gruppo che frequentiamo, allora chiediamo a Dio di liberarci per mezzo del suo amore, così da essere capaci di dire insieme a Paolo che è l’amore di Cristo che ci costringe. Chiediamo a Dio di rimuovere dai nostri cuori lo spirito del sacerdote e del Levita e di darci quello del Samaritano.

Rinnoviamo il nostro impegno, chiedendoci: Cos’è l’evangelizzazione?

Purifichiamo e rinnoviamo le nostre motivazioni, per essere utili al Signore nel nostro camminare e nel nostro parlare.

Signore, fammi come te. Signore, facci come te. Tu che sei servo, fai di noi dei servi.


[i] Christ in You, di Daniel Sidney Warner (1842–1895).

[ii] Gospel is “better felt that telt”, ovvero  “sentire” nel cuore e sulla propria pelle il Vangelo è più importante che esprimerlo a parole, e ciò rende efficace la testimonianza.

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