Come abbiamo visto nella lezione precedente, l’amore per il prossimo e l’interesse per il suo bene ci spinge a considerare quale sia il bene supremo per l’uomo: conoscere Cristo.
Tramite l’esempio del buon Samaritano, abbiamo visto l’amore entrare in azione senza troppe parole. Scendere in soccorso del bisogno del nostro prossimo è la spontanea risposta di un cuore ripieno di Spirito e ubbidiente alla Parola di Dio.
Quindi era naturale (e altresì naturalmente soprannaturale) per Andrea parlare a Simone; ed era naturale per Filippo dare la Buona Notizia a Natanaele. Come si potrebbe infatti conoscere una tale buona notizia e tenerla nascosta al proprio fratello? Come si potrebbe conoscere una tale buona notizia e tenerla nascosta al proprio amico?
Se condividiamo ogni giorno la nostra fede ricercando le opportunità, riconoscendo il momento giusto per pronunciare una parola per conto di Cristo e cercando di vivere secondo il suo esempio, crescerà sempre di più la risposta spontanea del cuore e sopraggiungerà un senso di naturalezza. Per usare una metafora da giocatore incallito di baseball: dopo un po’ diventa naturale fare un certo swing della palla; analogamente, testimoniando la presenza di Cristo nella nostra vita, sopraggiunge una certa spontaneità.
Il prerequisito vitale per una testimonianza efficace
Tuttavia, anche se l’approccio all’evangelizzazione può diventare facile e naturale, devo fare una precisazione: per quanto naturale o facile possa diventare la nostra testimonianza, rimarrà comunque costosa in termini di amicizia. Raggiungere le persone là dove si trovano, come il buon Saamritano, ha un prezzo ed è il prezzo di un’onesta amicizia. Perché, per quanto semplice possa apparire, un’amicizia genuina è il prerequisito vitale per una testimonianza efficace.
Ci sono due diversi tipi di testimonianza. C’è quella nei confronti di qualcuno che forse non rivedremo più nel corso della nostra vita, e che ci offre una particolare finestra di opportunità che durerà solo un momento o due. Tuttavia molti di noi (la maggior parte di noi), hanno la grandiosa opportunità (per lo meno nell’evangelizzazione personale) di testimoniare a persone che vedono regolarmente o quotidianamente. E non c’è nulla nella Scrittura che ci autorizzi a svalutare l’amicizia come canale (quasi come un “apriti sesamo!”) per dire agli altri la verità di Gesù.
In 2 Corinzi 5 ci viene descritto l’approccio di Paolo. Prima di tutto, noterete che il giudizio di Dio (“Noi tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo”, 2 Cor. 5:10) portava due elementi nella vita di Paolo: il senso di urgenza e la costanza. Noi compariremo davanti al tribunale di Cristo, la Bibbia ce lo assicura. E vi compariranno anche i nostri amici e i nostri vicini. Pertanto, c’è una grande urgenza, e questa urgenza richiede costanza.
Inoltre, Paolo dice che il motore interiore della sua vita era l’amore. Era l’amore di Cristo a costringerlo. Questo ci obbliga a porci la domanda: amo le persone perché le voglio vedere convertite o le voglio vedere convertite perché le amo?
Ciò che rende tutto possibile
Il Signore Gesù è colui che ha detto ai suoi discepoli: “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo a ogni creatura” (Marco 6:15). Egli non ha mai revocato questo appello. Per questo, mentre riceviamo la sua Parola possiamo ricordarci che insieme a questo ordine egli ci ha dato anche una promessa: sarà sempre con noi. Pertanto, non dobbiamo temere di fare ciò che egli ha comandato.
“Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo” (Giovanni 17:18).
“Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Giovanni 20:21).
Paolo si affida alla potenza di Cristo perché è tramite essa che le vite vengono trasformate; è tramite essa che uomini e donne vengono rinnovati. È il ministerio di Cristo che agisce nelle nostre vite: in virtù della morte di Cristo, divenuto peccato pur non essendo peccato, noi possiamo diventare giustizia di Dio in Lui (2 Corinzi 5:21).
È un compito affidato all’intera chiesa
Vorrei usare una citazione dell’Arcivescovo William Temple perché penso sia utile per noi. Ovviamente, si riferisce al contesto inglese, ma non per questo dovete sentitirvi tagliati fuori:
L’evangelizzazione dell’Inghilterra… è un’opera che non può essere svolta solo dal clero; solo in minima misura può svolgerla il clero. Non potrà esserci un’evangelizzazione ampia del Paese a meno che l’opera venga intrapresa dai laici della Chiesa. Il ministero dell’evangelizzazione è un compito affidato all’intera Chiesa dal suo Signore. È la vera essenza della chiamata cristiana[1].
Ora, questo dobbiamo porlo proprio come fondamento: l’evangelizzazione è la normalità della chiesa e non può mai essere considerata un extra o un optional. E già che ci siamo, metteremo giù un altro fondamento. In Giovanni 17:18 e in 20:21, Gesù non sta semplicemente asserendo un fatto, ma sta stabilendo un modello.
È un compito naturale
Il compito di evangelizzare, che spetta a noi come individui e poi come gruppo, consiste semplicemente nel dire agli altri di Gesù e portarli a lui.
Ciò che scopriamo quando leggiamo attentamente le nostre Bibbie è che il compito di evangelizzare (ovvero dire semplicemente agli altri la Buona Notizia e introdurli così a Cristo) deve essere tanto naturale quanto lo era per Andrea. Noterete in Giovanni 1:40 che Andrea, “fratello di Simon Pietro, era uno dei due che avevano udito Giovanni e avevano seguito Gesù”. Giovanni il Battista aveva indicato Gesù Cristo, e Andrea era uno dei due che aveva scelto di seguire Gesù. Al verso 41 leggiamo che lui “per primo trovò suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» ”(che tradotto vuol dire «Cristo»)”. In altre parole, la prima attività nella quale Andrea è coinvolto una volta divenuto seguace di Gesù Cristo è un’attività evangelistica: egli immediatamente va fuori e trova colui che gli è più prossimo e caro, e gli racconta di Gesù. In più, al verso 42, egli lo conduce a Cristo.
Il concetto è estremamente semplice e diretto. Eppure, la nostra efficacia nell’evangelizzazione è affievolita dal fatto che la consideriamo ancora un’attività speciale e saltuaria, piuttosto che un flusso spontaneo e costante della nostra esperienza cristiana.
Non è un’attività speciale
Certo, è bene riconoscere che vi è spazio per speciali stagioni e opportunità uniche di evangelizzazione, soprattutto nella vita di una chiesa. Ma non è su questo che vogliamo concentrarci ora. Dobbiamo pensare all’evangelizzazione in termini di flusso della nostra vita, e non limitarci a pensare: “Oggi è mercoledì. Stasera c’è l’evevangelizzazione”.
Crescendo nel Regno Unito, da piccolo seguivo un programma TV che trasmettevano il venerdi sera. Si chiamava Crackerjak e iniziava sempre allo stesso modo: “Oggi è venerdì, sono le cinque meno cinque, ed è… Crackerjack!”[2]. Poi appariva l’icona degli applausi e tutti i bambini iniziavano a battere selvaggiamente le mani. Durante il programma potevi vincere matite Crackerjack e ogni sorta di altro fantastico gadget (se eri abbastanza fortunato da riuscire a partecipare). Perciò ogni tanto, quando è venerdì, se mi capita di guardare l’orologio alle cinque meno cinque mi viene spontaneo dire: “Oggi è venerdì, sono le cinque meno cinque, ed è… Crackerjack!”. Mi segui?
Ora, alcune chiese la mettono più o meno così: “Oggi è domenica, sono le sei meno cinque, ed è… evangelizzazione!”. Significa che ce ne andremo un po’ in giro e che il fratello Tal dei Tali evangelizzerà. Noi non evangelizziamo; lui evangelizza. Noi non evangelizziamo; abbiamo un team apposta, che ha seguito una formazione specifica.
Gesù evangelizzava abitando fra di noi
Ora, parte del problema in relazione all’evangelizzazione è questo: noi vediamo la nostra chiamata ad andare nel mondo in due dimensioni, mentre Gesù, di fatto, la vede in una sola dimensione.
Micheal Baughen, scrivendo riguardo all’affermazione di Gesù in Giovanni 17:18 (“Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro…”), dice:
Gesù si è incarnato [corporalmente presente]… Egli si è coinvolto nella nostra vita, ha condiviso le nostre esperienze, ha incontrato agnostici, atei, ipocriti e nemici, così come simpatizzanti, credenti e discepoli. Era estremamente socievole, si prendeva del tempo per stare con le persone, anche a tu per tu. Riusciva a condividere la povertà e con la stessa naturalezza poteva sedersi alla tavola di un ricco: si sentiva ugualmente a suo agio con entrambi. Non era confinato in un’unica forma , in un unico metodo di evangelizzazione. Adattava il suo appproccio alle [sue] circostanze. Era strategico nelle azioni e nel tempismo. E in tutto egli era constantemente conscio della sua missione, conscio del suo essere “mandato”.
E prosegue:
Il “mandato” non è un concetto che può limitarsi alle missioni o agli sforzi evangelistici (sebbene li includa): esso si allarga fino ad abbracciare l’intero proposito delle nostre vite. Noi siamo mandati nel mondo (il che include l’ufficio assicurativo, il club sportivo, la catena di montaggio, la strada) e tutto ciò che facciamo, lo facciamo in qualità di popolo di Dio. Dovunque andiamo, ci andiamo come chi è mandato dal Signore. Non dovrebbe esserci separazione tra gli affari della nostra vita e la nosta vita cristiana; non c’è spazio per vivere una dopppia vita. La nostra appartenenza al Corpo di Cristo deve pervadere la nostra vita interamente. Siamo grati a Dio per i Cristiani che non si vergognano di essere conosciuti come Cristiani e preghiamo per coloro che lo tengono nascosto. Preghiamo che le vite cristiane possano influenzare il loro modo di prendersi cura, la loro integrità e la loro gioia, mostrando la realtà del vivere cristiano nel trambusto della vita quotiodiana[3].
L’evangelizzazione avviene “nel trambusto della vita di ogni giorno”[4]. Dobbiamo riflettere su questa affermazione, e dobbiamo riflettere sul fatto che Gesù ci fornisce non soltanto un fatto ma un modello.
In Giovanni 1:14, per esempio, ci viene detto che “la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi”. Gesù Cristo è venuto. Non ha urlato qualcosa dal Cielo, non ha mandato un messaggio tramite qualche altro mezzo, è venuto lui stesso. Ed è venuto come uno che era pieno “di grazia e di verità”, per far sì che il Dio invisibile diventasse visibile e affinché l’invisibile Dio apparisse nel mondo.
È tutto incredibilmente semplice: Dio decide di raggiungere il suo mondo. Egli manda suo Figlio, il quale non rimane a distanza ma viene, tocca, resta, vive. E nel farlo, è disprezzato dai religiosi del suo tempo.
Nessuna distanza
Gesù toccò la vita della donna al pozzo in Giovanni 4 iniziando semplicemente con una richiesta (“Dammi da bere”). Toccò la vita di Zaccheo, il quale si era arrampicato su un albero sperando di poter avere uno scorcio di Gesù e a fine giornata si era ritrovato la vita capovolta. Toccò quel lebbroso che nessun altro avrebbe mai toccato. Toccò i bambini quando i discepoli pensavano che fosse una buona idea liberarsi di loro. Gesù venne. Restò. Toccò.
Quando disse: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Giovanni 20:21), stava stabilendo un modello: l’evangelizzazione ha luogo quando raggiungiamo le persone là dove sono, quando restiamo con loro, quando tocchiamo le loro ferite.
Cristo ha dato la chiesa, ci ha reso parte di essa; quella chiesa, dice lui, deve essere “santa e irreprensibile” (Ef. 5:27) perché per mezzo della sua chiesa, l’invisibile Dio diventa visibile, e il mondo incontra Gesù.
Qual è il “mondo” che abiti?
Adesso, andiamo al punto e pensiamo in termini del vostro mondo privato e del mio mondo privato. Mettiamo la parola “ufficio” al posto della parola “mondo”, o mettiamoci “squadra sportiva”, “scuola superiore”, “azienda” e così via. In che modo Dio sta pianificando di raggiungere quel mondo? Attraverso di voi! Questa è l’evangelizzazione: non un programma, non un trattamento speciale, ma il flusso spontaneo di una vita che è in contatto con Gesù.
Ora, da una parte questo è estremamente eccitante, perché accessibile a chiunque. D’altra parte, mette estremamente a disagio. Fintanto che possiamo viverla come un programma al quale aderire o meno, infatti, non siamo necessariamente chiamati a partecipare. E invece Gesù dice: Mi spiace, ma non avete quell’opzione.
Arriviamo così a osservare piuttosto chiaramente questa verità: non può esserci un impatto significativo senza un contatto significativo.
Non c’è impatto senza contatto
È già passato un po’ di tempo da quando è uscito il film The Gospel Blimp. Alcuni di voi saranno troppo giovani per averlo visto, ma è una storia interessante. Alcune chiese decidono di evangelizzare il quartiere e una coppia ne è grandemente incoraggiata, visto che trova molto difficile testimoniare ai propri vicini. La chiesa progetta di alzare in volo un dirigibile (sì, un dirigibile!) per far cadere sul quartiere dei volantini che parlano di Gesù. E qui arriva il non plus ultra dell’ironia. È sabato pomeriggio e il caro fratello (che ha speso i suoi soldi affinché il dirigibile si alzasse e sganciasse il materiale) vede il suo vicino di casa (che era in giardino a tagliare il prato) sporgersi oltre la sua siepe e chiedergli: “Che cavolo è tutta quella roba che sta atterrando sul mio giardino?”. A questo punto, lui non riesce comunque a trovare il modo di spiegare la natura del Vangelo!
Molte volte preferiremmo mandare in alto uno di questi dirigibili, far piovere qualcosa dal cielo e firmare un assegno per finanziare il tutto, dispensandoci così dalle nostre responsabilità, anziché oltrepassare la siepe e percorrere il vialetto per avere un impatto tramite un contatto.
“L’evangelizzazione ha luogo
quando raggiungiamo le persone là dove sono,
quando restiamo con loro,
quando tocchiamo le loro ferite”.
È un concetto troppo diretto? Eppure, c’è bisogno di infiltrazione nelle nostre comunità, di identificazione con le nostre comunità, piuttosto che di isolamento dalle nostre comunità. Tristemente, la chiesa come intero e i credenti come individui hanno sperimentato grandi fallimenti in questo ambito: scarso impatto, a motivo di un minimo contatto. Adottiamo la posizione neutrale, abbracciamo la concezione distorta del non essere “del mondo” insolandoci, ritirandoci, diventando una comunità appartata. I Cristiani si distaccano dai loro amici invece di stare accanto a loro. E di conseguenza perdono (sempre che l’abbiano mai avuta) l’abilità di relazionarsi ai loro amici ai loro vicini non credenti.
Ecco quindi la grande sfida e la questione di Giovanni 17. Gesù dice al Padre: “Non prego che tu li tolga dal mondo”. Sarebbe facile. No, io ti prego di lasciarli nel mondo, che abbiano contatti significativi e di impatto. Ma Padre, non voglio siano contaminati dal mondo. Ti prego “che tu li preservi dal maligno”.
Ecco la più grande sfida. Come identificarci con i nostri “mondi” senza diventarne totalmente impregnati?
Noi e il mondo: differenti ma coinvolti
“Perché non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno” (Giovanni 17:14,15)
Siamo chiamati a essere santi come Gesù, ma non asfissianti come i Farisei. Dobbiamo essere come Gesù nello scoprire la libertà, non come i Farisei nell’introdurre il legalismo; dobbiamo essere come Gesù nell’esprimere la realtà, non come i Farisei nell’esprimere un’ottusa routine.
Vi è dunque una dimensione radicalmente diversa nelle nostre vite: noi non siamo del mondo, nella misura in cui siamo diversi da esso; ma siamo nel mondo, nella misura in cui siamo coinvolti in esso.
Chiediamoci: dalla nostra conversione in poi, abbiamo costruito qualche amicizia genuina con dei non credenti? Non è che per caso abbiamo adottato un approccio stile “tana del coniglio”? Sbuchiamo fuori dalle nostre case cristiane per infilarci in ufficio, per poi saltellare nella tana dello svago con i fratelli o nell’altra tana delle conferenze cristiane, fino all’ora di rintanarsi di nuovo nelle nostre case.
Teniamo a mente che non c’è impatto senza contatto. E risulta alquanto ovvio che l’opportunità per alcuni di voi è molto più ampia di quanto possa esserlo per me o per chiunque abbia il ministero cristiano scritto sul curriculum. Perché la gente si aspetta che io faccia “cose religiose”; si aspetta che io provi a sviolinare loro il Cristianesimo. Voi invece potete coglierli di sorpresa! Potete inflitrarvi nel loro sistema! Loro non si aspettano che voi siate radicalmente coinvolti in una vita con Gesù Cristo. Il grande impatto della Chiesa non ha luogo di domenica, ma dal lunedì al sabato. L’impatto ha luogo proprio là dove viviamo radicalmente differenti, ma radicalmente coinvolti. Questo è l’equilibrio a cui fa riferimento Giovanni 17.
Un equilibrio difficile da mantenere
Basta così poco a sbilanciarsi! Se siamo troppo in linea con gli schemi del mondo, se ridiamo a certe battute durante una partita al punto che non si nota più alcuna differenza, allora il nostro messaggio si diluisce. E mentre la differenza tra noi e il mondo diminuisce, il nostro coinvolgimento nel mondo si allarga al punto che il nostro messaggio viene intralciato.
Certo, è altrettanto vero il contrario: quando facciamo della nostra diversità dal mondo una questione troppo ingombrante, diminuisce il nostro convolgimento nel mondo. In questi casi, per usare le parole di Leighton Ford (il cognato di Billy Graham) ci ritroviamo “con un grande messaggio ma nessuno a cui darlo”. Perché non siamo abbastanza coinvolti! Essere troppo coinvolti, però, ci fa ritrovare con una grande audience ma con nulla da dire.
E quindi finisce che non riusciamo a far star su i piatti della nostra bilancia.
Identificazione o assimilazione?
Ecco il dilemma. L’identificazione non deve mai essere confusa con l’assimilazione. Ovvero, noi ci identifichiamo con il mondo nei suoi bisogni e nell’autenticità della nostra umanità, ma non ci lasciamo assimilare dal mondo e dal suo peccato.
Facciamo un esempio. State andando agli allenamenti, siete sul pullman e inziano a intonare certe canzoncine… (sul pullman si riescono a intonare le canzoni più sporche che possiate immaginare). Il gioco è fatto. Siete andati in chiesa domenica, siete andati allo studio biblico giovedì, e al sabato eccovi su quel pullman! Parte la canzone, e voi che fate? Cantate le canzoncine sporche per dimostrare che siete come loro? No, non lo fate. Questo vorrebbe dire assimilazione, non identificazione. Vorrebbe anche dire confondere i vostri amici cristiani.
Qualcuno mi ha raccontato di un ragazzo che giocava in un team che era un tantino più forte della solita squadretta universitaria. Era un cristiano, giocava a baseball e viveva in una stanza in affitto a quasi 5000 km da casa. Una sera, uno seduto alla sua sinistra sulla panchina comincia a imprecare e a dirgli: “Marco, sei uno religioso, vero? Che problema hai? Perché non ti unisci a noi dopo la partita quando facciamo questo e quello?”. Prima che Marco abbia l’opportunità di rispondere, il ragazzo alla sua destra si sporge in avanti e fa all’altro: “No, Marco non è religioso. Marco ha una relazione personale con Gesù. Non è così, Marco?”. E quel commento non veniva da un cristiano! Uno aveva ricevuto il messaggio, l’altro no. Marco non si era fatto impregnare dal mondo. Era coinvolto, ma non al 100%… forse al 30%. Non si era fatto trascinare, ma non era nemmeno così diverso da rimanere isolato.
Ecco la grande sfida: trovare l’equilibrio.
È la stessa sfida che affrontiamo quando cresciamo i nostri figli e decidiamo a cosa possono partecipare, a cosa non possono partecipare, a cosa devono partecipare, a cosa non dovrebbero partecipare, etc.
Santa mondanità
Canon Vidler disse che i figli di Dio hanno bisogno di una “santa mondanità”[5]. Che grande espressione! “Santa mondanità” significa che i Cristiani devono sapersi destreggiare bene nel mondo quando è lecito farlo. Non sono degli outsiders, non sono un pugno di strambi fifoni. Sono individui normali: uomini, donne, ragazze e ragazzi. Sono nel mondo e si vede chiaramente. Sanno in che epoca si trovano, sanno che giorno è, sanno che ore sono. Non se ne vanno in giro con la testa fra le nuvole. Sebbene si identifichino con il mondo, essi sono santi. In altre parole, sono sovrannaturali, ma lo sono in modo naturale.
Parole, parole, parole
In ultima analisi, la prova della credibilità del Vangelo agli occhi dei nostri amici sarà nella qualità delle nostre vite, non nella quantità delle nostre parole. Se non c’è qualità nelle nostre vite, le parole non servono a nulla.
“Oh”, dirà qualcuno, “allora stai dicendo che le parole non importano?!”. Non sto dicendo questo, anzi, è molto importante essere capaci di aprire le nostre Bibbie e verbalizzare il Vangelo. È essenziale che questo avvenga e Romani 10:9 ce lo conferma: “Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato”.
Tuttavia, alcuni di noi sono come Speedy Gonzales con le parole (rapidissimi a spararle!) ma restano immobili quando si tira in ballo la qualità delle loro vite.
Citerò Joe Aldrich, il quale dice che i nostri amici “coglieranno il ritmo del Vangelo prima ancora di capirne le parole”. Si coglie prima il ritmo, capite? Floyd McClung dice che “alle persone non importa quante cose sappiamo finché non sanno quanto ci teniamo a loro”[6]. Non gliene importa nulla se avete fatto un corso di evangelizzazione di quarantasette settimane e siete usciti col massimo dei voti. Non abbiamo alcun diritto di sfoggiare ciò che abbiamo imparato finché Dio non crea nei nostri cuori una sincera preoccupazione per loro e una cura genuina nei loro confronti. Non siamo tiratori scelti che sparano pallottole spirituali distanza.
A modo vostro
Sebbene il nostro ministerio sia spirituale, dobbiamo essere naturali. Vi piace? A me piace. Conoscete il linguaggio dei vostri amici? Sapete parlarlo? Più ascolto la gente condividere la propria fede, più mi si rizzano i capelli in testa: un linguaggio pieno di cliché, una fraseologia celeste…. angelica nei toni ma priva di impatto. Non possiamo aspettarci che i nostri compagni e colleghi imparino la nostra lingua per poter incontrare il nostro Gesù. Noi dobbiamo imparare il loro linguaggio (occhio, non il loro linguaggio sporco); noi dobbiamo avere un modo di parlare che colpisca, così da introdurli al nostro Cristo.
Perciò sì, è una responsabilità spirituale, ma è anche naturale!
Siate naturali. Non siate monotoni. Siate naturali. Non siate taglienti. Perché è proprio qui che risiede la vostra integrità. Non andatevene in giro cercando di fare a modo mio o a modo di quell’altro. Voi potete farlo a modo vostro! Dio vi ha donato gli strumenti e vi ha dato la grazia di essere capaci di parlare, vivere e diventare un ponte su cui Cristo potrà camminare fino alle orecchie dei vostri amici e vicini.
Approccio stereofonico
Il nostro approccio, quindi, dovrebbe consistere in un’evangelizzazione stereofonica: la Parola scritta, ovvero la Bibbia, insieme alla Parola vissuta, ovvero le nostre vite. E probabilmente la nostra Parola vissuta dovrebbe suonare a un volume un po’ più forte all’inizio, in modo che qualcuno, ascoltando la melodia e apprezzando il ritmo, cominci a interessarsi al testo e alle parole (ovvero la Parola scritta).
Abbiamo bisogno di andare vicino alle persone, tanto vicino che urlare non sarà assolutamente necessario. Siamo abbastanza audaci per farlo? Siamo abbastanza coraggiosi da avvicinarci tanto? Se la risposta è sì, allora le possibilità sono grandiose. Se la risposta è no, allora al massimo rimarrà il vuoto riverbero di alcune urla negli atri e nei corrodoi dei luoghi che frequentiamo.
Preghiamo insieme che Dio porti alla nostra mente volti e luoghi in cui possiamo avere un impatto. Permettiamogli di smascherare lo spirito di isolamento che potrebbe averci spostato dai luoghi in cui potremmo essere efficaci, e di mostrarci invece in cosa ci siamo assimilati al punto da rendere il nostro messaggio desueto.
Impegniamoci a livello individuale e comunitario, per essere differenti in modo radicale, ma coinvolti in modo vitale.
[1] Citazione attribuita a William Temple in Towards the Conversion of England: A Plan Dedicated to the Memory of Archbishop William Temple (Londra: Press and Publications Board of the Church Assembly, 1945), 36, 40.
[2] Esclamare “Crackerjack!” è come dire “Super! Formidabile!”.
[3] Michael Baughen, Breaking the Prayer Barrier: Getting Through to God (Wheaton, IL: Harold Shaw, 1992), 138–39.
[4] Michael Baughen, Breaking the Prayer Barrier: Getting Through to God (Wheaton, IL: Harold Shaw, 1992), 138–39
[5] Alec R. Vidler, “Holy Worldliness,” in Essays in Liberality (London: SCM, 1957), pp. 95–112
[6] Floyd McClung, in Joseph C. Aldrich, Life-Style Evangelism: Crossing Traditional Boundaries to Reach the Unbelieving World (Portland, OR: Multnomah, 1981), p. 35.