Alla base di questa serie abbiamo posto una domanda fondamentale: cos’è l’evangelizzazione?
Come affermato nella lezione precedente, se le persone sentono la melodia del Vangelo risuonare nelle nostre vite, sarà più facile che si interessino alle parole che useremo per spiegare loro la Buona Notizia.
A volte dobbiamo avere la pazienza di attendere che colgano la melodia prima di metterli davanti a tutte le sfumature bibliche che conosciamo.
Nell’estate del 1974 lavoravo a Philadelphia, e ricordo che una sera, a fine lavoro, iniziai a parlare a una cameriera del ristorante. Ero così ansioso di spiegarle la seconda venuta di Gesù Cristo ma lei mi fermò, dicendo: “Alistair, non andare oltre. Non ho ancora capito bene nemmeno la Sua prima venuta”. E io che ero pronto a guidarla lungo l’intero programma biblico! A volte è necessario prendere tempo per capire dove si trovano esattamente le persone.
Vicini di isola
Non ho mai avuto molta dimestichezza con i diagrammi di Venn (a scuola mi piaceva solo disegnare cerchi) ma proviamo a immaginarne uno. Mettiamo i Cristiani in un cerchio e il mondo in un altro. Questo diagramma rappresenta tristemente il caso di molti di noi: abbiamo sviluppato una specie di “mentalità-fortezza”: un atteggiamento introverso, rivolto principalmente alla chiesa e alla crescita personale. Ci ritroviamo a vivere su una specie di isola mentre il mondo se ne sta su un’altra isola, su cui noi abbiamo ben poco impatto.
Succede un po’ come coi nostri figli in inverno, per fare un paragone in cui molte mamme possano riconoscersi. A un certo punto dell’inverno, tipo a gennaio, quando sembra che i bambini siano stati a casa 185 giorni e quando le pareti sembrano avvicinarsi pericolosamente l’una all’altra… sappiamo che è tempo di coprirli e spedirli fuori. Non importa quanti gradi ci siano, loro devono prendere aria fresca, devono incontrare qualcun altro, devono correre verso nuove avventure. Perché noi, semplicemente, abbiamo esaurito tutte le nostre risorse nello sforzo di contenerli.
Quando la chiesa di Gesù Cristo vive in isolamento, accade la stessa cosa. Se contieni i tuoi figli troppo a lungo, loro iniziano a prendersi a botte, iniziano ad annoiarsi degli altri e ad annoiarsi del tuo programma… ad annoiarsi di ogni cosa. E la risposta non consiste nell’offrire nuovi intrattenimenti all’interno del cerchio. No, loro devono andare fuori, devono “sfociare” nell’altro cerchio. Hanno bisogno di aria fresca, di nuovi amici, di nuove avventure, adempiendo così lo schema di Gesù in Giovanni 17: “Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno”.
Riconoscere l’opportunità
Ora, dal momento che viviamo e suoniamo davanti alle persone la “musica” delle nostre vite, verrà un tempo (si spera) in cui avremo l’opportunità di presentare loro chiaramente la Buona Notizia. E voglio ribadire che non mi riferisco all’opportunità di dire alle persone tutto qul che sappiamo, tantomeno di dire loro cosa dovrebbero fare, bensì all’opportunità di presentare chiaramente e verbalmente la verità di Gesù Cristo. Quando quel tempo arriva, è importante prima di tutto che siamo abbastanza vigili da riconoscerlo.
Ecco dunque qualcosa che abbiamo bisogno di chiedere all’inizio di ogni nuovo giorno: “Dio, sto per camminare sul sentiero della vita oggi. Che sia un giorno in cui tu apri una strada per me: che io possa percorrerla ed essere capace di presentare in modo chiaro e conciso la Buona Notizia. Signore Gesù, all’inizio di questo giorno, ti chiedo la grazia di vedere un’opportunità. E ti chiedo la grazia di essere capace di coglierla”.
Prima dobbiamo vederla, poi afferrarla. Perché a volte non la vediamo, mentre a volte la vediamo ma non la cogliamo.
A questo punto penso sia molto importante affrontare una falsa antitesi che si solleva spesso e che suona più o meno così: “Vedi, io non parlo del Vangelo; io il Vangelo lo vivo. Questa lezione è per le altre persone, quelle che parlano… non io. Io sono uno che vive la realtà del Vangelo”.
Vita e parole
Porre questi due aspetti in antitesi significa commettere un passo falso. È un po’ come chiedere a un pilota, mentre rulla sulla pista, quale sia l’ala più importante, se la destra o la sinistra. La risposta ovviamente è che non può esserci un’ala più importante dell’altra: per volare sono essenziali entrambe. Analogamente riconosciamo che, quando giunge il momento di presentare chiaramente il Vangelo, vita e parole si intrecciano. Perché attraverso la nostra vita possiamo spianare la strada alle parole, ma la nostra vita può anche distruggere la credibilità delle nostre parole.
Permettendo alla gente di ascoltare la melodia e il ritmo della nostra vita, rendiamo possibile aggiungervi il testo, ovvero le parole.
Naturalmente, presentare il Vangelo a un amico non è come presentarlo a qualcuno che potremmo avere appena conosciuto, e che magari non rivedremo mai più. Ciascuno di noi ha dei contatti a lungo termine, è ovvio. Per esempio, i nostri vicini di casa e i nostri colleghi… persone che incontriamo spesso e che tutto sommato sanno qualcosa di noi. Possiamo aspettarci, nell’ambito di questi contatti a lungo termine, che si presentino inevitabilmente delle occasioni di parlare per conto di Cristo.
Ci sono però anche altri tipi di contatti: quelli che incontriamo occasionalmente o perfino quelli che incontriamo una sola volta in tutta la nostra vita. Dovremmo testimoniare a qualcuno che forse non incontreremo mai più?
Vivere e condividere Cristo: incontri occasionali
Solo per il fatto che viviamo e che ci muoviamo, incontriamo ogni giorno persone che non incontreremo mai più. Può essere un’opportunità. Possiamo testimoniare nella sala d’attesa del medico, un luogo in cui si sta un po’ di tempo (solitamente sufficiente per una chiara e concisa presentazione del Vangelo). Possiamo testimoniare nell’area partenze di un aeroporto, dove si sta abbastanza a lungo da poter presentare anche un intero libro. Possiamo testimoniare sul treno regionale o mentre aspettiamo le pizze. In queste situazioni, entriamo in contatto con persone che forse non vedremo mai più. Che fare con loro?
Dobbiamo riconoscere che al mattino, quando preghiamo che Dio possa presentarci delle opportunità di parlare di Lui, ci aspettiamo per lo più delle occasioni per parlare con i nostri contatti a lungo termine. È indubbiamente un sentiero più agevole. Tuttavia, Dio potrebbe scegliere di portare sul nostro sentiero qualcuno che non conosciamo. In un preciso momento, la conversazione potrebbe prendere una certa piega e noi potremmo riconoscere un’opportunità di condividere la Buona Notizia.
La testimonianza inizia in ginocchio
Abbiamo bisogno di ricordare a noi stessi che la testimonianza efficace inizia quando siamo in ginocchio, non quando siamo in piedi. Ciò che riusciremo a condividere riguardo a Gesù questa settimana sarà direttamente collegato al fatto che siamo stati in ginocchio (quanto meno metaforicamente, se non letteralmente) e che ci siamo alzati in piedi, nonché al fatto che Dio opera in risposta alla preghiera. Coloro che sono genuinamente interessati al ministero di conquistare anime (per usare un’espressione un po’antica) lo dichiareranno prima davanti a Dio nel territorio silenzioso dei loro cuori e delle loro case. E posso assicurarvi che coloro che saranno in grado di cogliere l’opportunità con i contatti a breve termine saranno coloro che sono stati con Dio, chiedendo di incontrare questi contatti e chiedendo la saggezza e la grazia di parlare loro nel modo giusto.
L’autore di questo vecchio cantico ci fornisce un’ottima preghiera da inserire almeno un paio di volte a settimana nel nostro programma mattutino:
Signore, metti un’anima sul mio cuore,
e amala Tu tramite me;
fa’ che con umiltà io compia la mia parte
per condurla a Te [1].
Ora, vedi, se inizi ogni giorno con uno spirito pronto a vivere, se sei zelante nel campo della fede, prudente riguardo a tutto ciò che sai e che non sai e tuttavia entusiasta all’idea che Dio possa usarti, posso garantirti che vivrai avventure tali che non hai mai vissuto prima.
Perché disturbarli?
Dio, nella sua bontà, mi ha introdotto alle meraviglie del condividere la mia fede quando avevo sedici anni e mezzo. Avevo seguito una serie di studi biblici organizzati dal Campus Crusade for Christ presso l’università di Aberystwyth. Ci avevano chiesto di scrivere la nostra testimonianza in un centinaio di parole, ci avevano martellati continuamente e “addestrati” a esporre chiaramente i nostri concetti, per poi spedirci sulle spiagge di Aberystwyth a incontrare gente. Ringrazio Dio che qualcuno mi abbia spinto in quella direzione, altrimenti sarei con molte probabilità rimasto nella posizione di molti: una “mentalità-fortezza” che non desidera interferenze; la mentalità di chi è assolutamente certo che a nessun altro piaccia essere importunato da certi discorsi. Dopotutto, quelle persone si stanno solo crogiuolando nella sala d’attesa del medico, perché disturbarli? Non hanno bisogno che io peggiori la situazione con le mie notizie. E quelle altre persone che stanno spingendo il loro carrello, magari con le lacrime agli occhi… di certo non sono io a dover parlare con loro. Io sto seguendo un corso biblico per scoprire alcune cose, ma non intendo certo buttarmici dentro sul serio! Lasciamo questo genere di cose in mano a un piccolo gruppo di evangelisti.
Beh, possiamo pensarla così, ma la causa del Vangelo verrà sminuita e la nostra capacità di goderci l’avventura sarà inferiore a ciò che dovrebbe essere. Altrimenti, possiamo confidare che Dio crei l’opportunità, e possiamo fidarci che ci renda poi capaci di coglierla. Questo mi piace! Mi risparmia dal dover correre in giro nel tentativo di far succedere delle cose.
Falsi miti sull’evangelizzazione
Ci sono diversi falsi miti sull’evangelizzazione che ancora aleggiano, ostacolando la nostra testimonianza. Cercheremo di sfatarne alcuni.
Mito numero uno: per essere coinvolti nel ministero, ci vuole un certo tipo di persona (e quella persona non sono io).
Chi parla in questo modo di solito cerca di sollevarsi da una responsabilità. Consideriamo la varietà di persone chiamate da Gesù a unirsi alla sua “banda” di discepoli. Non vi è dubbio che Natanaele fosse un tipo diverso da Pietro; Andrea e Pietro potevano anche essere fratelli ma erano molto, molto diversi. Se continuiamo a esaminare il gruppo, potrebbe venirci in mente Matteo, l’esattore delle tasse, e potremmo osservare la timidezza di alcuni e l’atteggiamento di altri… tipo Filippo. Adorabile Filippo! Sempre lì a fare domande venti minuti dopo che Gesù aveva dato le risposte. “Chi ha visto me, ha visto il Padre”, dice Gesù. E Filippo: “Mmh, beh, mostraci il Padre e siamo a posto”. Perciò Gesù probabilmente dice qualcosa tipo: “Aspetta, aspetta. Te li dico di nuovo, Filippo. Chi ha visto me ha visto il Padre. Vuoi chiedermelo di nuovo?”[2].
Esiste un’ampia gamma di personalità! Dio nella sua saggezza ci risponde quando chiediamo, con timore: “Signore, pensi di usarmi nell’evangelizzazione? Io non sono il tipo di persona che usi tu”. Apriamo le nostre Bibbie e scopriamo che lui usa tutti i tipi di persone. Tra l’altro, la maggior parte delle persone di cui lui si è servito ha iniziato dicendo a Dio che si stava sbagliando. “Non sono la persona giusta”[3], aveva detto Mosé. E Geremia: “Sono solo un ragazzo. C’è sicuramente qualcun altro da scegliere”[4]. Le persone che Dio usa sono spesso persone “improbabili”.
Ora, è giusto dire che se sei un estroverso, probabilmente sarai un po’ più audace nei contatti a breve termine e questo è un dato di fatto, basato sulle caratteristiche della personalità umana. Potresti riuscire ad attaccare bottone più facilmente di altri. Tuttavia, c’è un certo rischio anche a buttarsi a capofitto: potremmo arrivare così in fondo da non riuscire a uscire in tempo per salvare la situazione. Forse non saremo così bravi o così adeguati da raggiungere ogni tipo di persona. La persona che è più tranquilla, la persona timida, la persona diffidente, la persona pensierosa, la persona brillante, la persona intellettuale… potrà essere raggiunta più facilmente da un certo tipo di persona (non troppo estroversa, magari). Forse mi servirà un introverso per raggiungere alcuni, perché si identificheranno nella stessa disposizione di cuore e di mente. Perciò adesso, nessuno di noi dica: “Ci vuole un certo tipo di persona, e io non sono quella persona”. Analogamente, nessuno dica: “Ci vuole un certo tipo di persona, e sono io quella persona”. Nei propositi di Dio, noi siamo tutti quella persona.
Mito numero due: per evangelizzare devi essere una chiave biblica vivente.
“Oh, io non potrei mai iniziare a condividere la mia fede. Perché io… sai… non ho ancora capito né imparato tutto”. Bene, è una scusa per la nostra pigrizia! Che il Signore possa perdonarci, e che noi possiamo impegnarci e prepararci adeguatamente.
Non nascondiamoci dietro al fatto che non conosciamo la risposta a ogni domanda. Se per questo, non conosciamo nemmeno ogni domanda!
A essere onesti, se ci impegniamo a condividere la nostra fede, capiterà spesso di dover dire: “Sai cosa? Con quella domanda mi hai messo in difficoltà. So che una risposta c’è, ma non riesco a dartela adesso”. Le persone saranno molto più rispettose davanti a questo tipo di risposta, più di quanto non lo sarebbero se cercassimo di far credere che ne sappiamo molto di più.
Quel che facciamo non è cercare di introdurre le persone a un’ideologia che siamo arrivati ad abbracciare; piuttosto, noi cerchiamo di introdurli a una persona che siamo arrivati ad amare.
In altre parole, non stiamo introducendo le persone a una filosofia con cui ci siamo confrontati, ma a una persona che con cui siamo cambiati. Non siamo filosofi, né loro hanno bisogno di incontrare dei filosofi sul loro treno regionale. Tutti quelli che si muovono con valigette e zaini pieni zeppi di informazioni e materiali, quelli con la testa così piena di pensieri da far male, quelli che si sentono responsabili della propria famiglia e di tutto ciò che devono affrontare e gestire oggi… non hanno bisogno di qualcuno che si sieda di fianco a loro per spiegargli l’ultima tendenza filosofica. A loro serve, piuttosto, sentir parlare della persona che ha cambiato la tua vita.
Mito numero tre: sono personalmente responsabile di parlare a chiunque.
Se non ci liberiamo di questo falso mito, soffriremo di una versione del Cristianesimo del tutto simile al Ballo di San Vito. Se sei un medico sai di cosa parlo: è una condizione medica piuttosto seria. Ce l’aveva uno dei nostri cani, lo so per certo. Molto triste, lo ammetto, ma è stata comunque un’esperienza incredibile. Quella cosa si muoveva tutto il tempo…. tutto il tempo! Qui, lì, indietro, avanti, su, giù. Dovevamo dargli delle pastiglie per farlo calmare almeno un po’. Continuava a correre in cerchio nel cortile, nel giardino e schiumava dalla bocca. Non ha fatto una bella fine, purtroppo. È stato un peccato e una vergogna per tutti, non da ultimo per il cane stesso.
Ora, se ti alzi una mattina con gravi sintomi del Ballo di San Vito, è probabile che tu diventi un vero rompiscatole per chiunque ti incontri. Se in qualche modo pensi che la sovranità di Dio si estenda ovunque a eccezione della tua vita e del tuo ministero, o che Dio abbia tolto una sezione alla sua sovranità per permetterti di far tutto da solo, rischi di ammalarti di molti disturbi. Primo: soffrirai di una tremenda depressione perché non potrai parlare con tutti. Secondo: proverai un indicibile senso di colpa perché non sei in grado di parlare con tutti (e il senso di colpa alimenta la depressione). Terzo: in ogni luogo in cui andrai e per ogni persona che incontrerai, ti sentirai in dovere di dire o di fare qualcosa. E poi…. lascerai opuscoli ovunque tu non sia riuscito a dire qualcosa. Ora, non ho nulla in contrario agli opuscoli, okay? Dio può onorare anche quell’opera, ma voglio che tu comprenda questo: non sei personalmente responsabile di parlare a ogni creatura dell’universo. Ecco perché val la pena ricordare una citazione di Leith Samuel dell’Above Bar Church in Southampton: un uomo eccezionale, un super evangelista soprattutto fra gli studenti e un grande pastore. Ecco cosa dice:
Cristo va in cerca delle sue pecore perdute. Egli vuole usare le nostre labbra affinché esse possano ascoltare la Sua voce oggi, e le nostre mani affinché essi possano sentire il Suo tocco. È Lui il conquistatore di anime! Le persone non vengono conquistate da noi, bensì da Lui. Questa lezione ha la sua sequenza logica: loro sono conquistate da Lui; egli le può conquistare senza di noi, proprio come può parlare attraverso la Bibbia indipendentemente da qualunque cosa possiamo dire noi. Eppure, Lui ha scelto di operare attraverso di noi e con noi[5].
Ho trovato questa affermazione tremendamente utile. Noi non li conquistiamo per Lui; è Lui che sceglie di conquistarli attraverso di noi. Se non comprendiamo questo, le persone ci vedranno molto più come venditori che come pescatori.
Ora che abbiamo sfatato alcuni falsi miti che aleggiano riguardo all’evangelizzazione, qualcuno potrebbe dire: “Okay, ho capito. Non devo dire di non essere il tipo giusto perché non sono abbastanza bravo, e nemmeno di essere il tipo giusto perché sono piuttosto bravo. Dio si serve di tutti i tipi di persona. Inoltre, non serve essere una chiave biblica vivente, e non sono personalmente responsabile di parlare a chiunque. Detto questo, però, se oggi all’interno di una conversazione vedo aprirsi una porta per la testimonianza….che dico?”.
Nella prossima lezione darò alcune linee guida, le quali non saranno un’assoluta novità ma vanno ribadite perché abbiamo bisogno di fissarle dentro di noi.
Prima, però, ho una domanda preliminare. Una sorta di “linea guida numero zero”. Prima di pensare a cosa dire, vi siete mai chiesti cosa dice il vostro corpo? Non sottovalutate gli aspetti legati al linguaggio del corpo. “Linguaggio del corpo? Non mi aspettavo che tirassi fuori questo aspetto, Alistair”. Invece sì. Contatto visivo, per esempio. Pensateci un attimo: quanto usiamo il contatto visivo e quanto invece ci guardiamo intorno mentre parliamo con qualcuno? Mia madre mi ha insegnato a stringere la mano in modo deciso, e mio padre mi ha detto: “Guardami negli occhi quando mi parli. Se non lo fai, dovrò pensare che ci sia qualcosa che ti imbarazza, o che tu abbia una coscienza colpevole, o che tu non sappia di cosa stai parlando. Perciò, guardami negli occhi”.
Pensate a come usate le mani e a che posizione assumete quando parlate, perché possiamo comunicare una grande quantità di cose in questo modo, e di fatto le comunichiamo più spesso di quanto ce ne rendiamo conto.
[1] Attribuito a Leon Tucker, “Lord, Lay Some Soul upon My Heart”.
[2] Giovanni 14:7-9 (parafrasi).
[3] Esodo 3:11 (parafrasi).
[4] Geremia 1:6 (parafrasi).
[5] Leith Samuel, Witness for Christ (Londra: Pickering and Inglis, 1973), 20–21.