Come comunicare la Buona Notizia del Vangelo a chi ci circonda? Avendo Gesù come nostro grande esempio, offriamo sei linee guide utili per condividere la nostra fede con gli altri. Mentre parliamo con i colleghi o gli amici, abbiamo bisogno di un approccio flessibile e adattivo per connetterci a loro e condividere la speranza che abbiamo in Cristo.
Linea guida numero uno: siate naturali.
Siamo fatti tutti in modo diverso, ma Dio non è colto di sorpresa dalla nostra personalità: l’ha progettata lui! Per alcuni di noi, diventare “spumeggianti” sarebbe alquanto innaturale. Per altri, sarebbe innaturale comportarsi pacatamente. Pertanto, dobbiamo stare attenti a non spingere gli altri verso delle modalità familiari e facili per noi, ma innaturali per loro.
Analogamente, quando cerchiamo di spostare la conversazione dalle questioni ordinarie alle materie spirituali.. non dovrebbe mai esserci un cambio drammatico nel nostro tono di voce o nella nostra terminologia. In altre parole, non dovrebbe scattare una sorta di sigla che segni l’inizio di un programma speciale, con musica e parole speciali. Non dobbiamo cambiare improvvisamente “font” e lasciare spaesato il nostro “lettore” (azzardo questa metafora, anche se continuo ad avere poca dimestichezza con i font del computer e gli altri suoi misteriosi processi).
Permettetemi di fare una caricatura più vivace. Il nostro interlocutore, che sia un contatto a breve o lungo termine, ha forse dedotto che siamo Cristiani, che abbiamo un qualche interesse nella Bibbia, in Gesù o qualcosa di simile, e ci dà l’opportunità di parlare un po’ della nostra testimonianza. Il tizio che sta con noi alla fermata del bus, o il collega seduto al lato opposto della scrivania, ci pone una semplice domanda: “Bene, cosa ti ha portato a questo? Intendo, come sei giunto a questa convinzione?”. E noi rispondiamo: “Beh, ho scoperto che nella mia vita usavo delle cisterne rotte e… sai, l’acqua usciva fuori”. Perciò il poteretto dice: “Wow, questo è… beh, è interessante. Che cambiamento ha avuto la tua vita quindi?”. Lui tenta un’altra strada, sperando in qualcosa di meglio, e noi ci ritroviamo a dirgli: “Beh, vedi, ero morto nelle mie trasgressioni e nei miei peccati[1]. Ero misero. Avevo bisogno di giustificazione, santificazione, glorificazione, propiziazione. Ma ora, ho l’assoluta certezza di essere redento! Sono stato dichiarato giusto. Sono stato innalzato nei luoghi celesti”. Bene, ora guarda attentamente con la coda dell’occhio e vedrai il tuo amico allontanarsi verso l’orizzonte, assolutamente certo che qualunque cosa ti sia successa, non vuole che accada anche a lui.
La conversazione stava andando davvero bene, parlavate del più e del meno… “Ehi, hai visto cosa è successo ai signori Rossi?”. Ma in un batter d’occhio vi siete spostati alla dimensione spirituale e avete dato i numeri: voce diversa, vocabolario diverso. Questa è una caricatura, ma accade più spesso di quanto vorremmo ammettere. Certo, a voi potrebbe non accadere mai. Accade sempre a qualcun altro ma, credetemi, succede. Ho perso il conto di quante volte mi sono imbarazzato di me stesso mentre mi scoprivo a esordire improvvisamente con un gergo evangelico conservatore.
Quando ci riesce di condividere la nostra fede, abbiamo bisogno di essere naturali. E non è detto che proferire le parole della Bibbia sia sinonimo di comunicare la verità della Bibbia.
Linea guida numero due: sappiate ascoltare.
Restate in ascolto. Dio ci ha forniti di due orecchie e una bocca in modo che potessimo ascoltare di più e parlare di meno. Se impariamo ad ascoltare, diventeremo anche più abili nel parlare. Potrebbe non risultare difficile per alcuni di noi, ma potrebbe rivelarsi impresa ardua per molti altri. Abbiamo bisogno di ascoltare, altrimenti, potremmo ritrovarci a dare risposte a domande che non ci hanno posto. È quando ascoltiamo che tiriamo fuori ciò che preoccupa davvero i nostri amici. È quando ascoltiamo che scopriamo ciò che gli interessa, quali convinzioni hanno, quali credenze condividono, secondo quali standard vivono, da che tipo di background provengono, cosa reputano importante per la crescita dei propri figli. Per quanto semplice e ovvio possa sembrare, una delle ragioni per cui lo zelo di molti vacilla non è semplicemente la scarsa naturalezza nel condividere la propria fede, bensì la scarsa disponibilità ad ascoltare.
Linea guida numero tre: siate vulnerabili.
Siate vulnerabili. La nostra disponibilità ad aprire la porta della nostra vita alle persona sblocca la possibilità che esse possano a loro volta aprire la porta della loro vita. Siate abbastanza vulnerabili da uscire dal vostro “gruppetto” cristiano. Se in pausa pranzo state sempre coi credenti, se vi ritrovate a giocare a calcetto al venerdì sera sempre con quelli della chiesa, come potete aspettarvi che si presenti l’occasione di condividere la vostra fede? Certo, è più comodo così. È buono e spesso necessario seguire i fratelli e non vorrei mai affermare il contrario. Tuttavia, il nostro stile di vita non può snodarsi interamente nel contesto del Cristianesimo.
La vulnerabilità crea delle opportunità con interlocutori inaspettati. Io penso che in Giovanni 4 scorgiamo la vulnerabilità perfino nell’esperienza di Gesù, quando vediamo la sua disponibilità a sedersi presso il pozzo di Sicar e a mandare i suoi seguaci in città a cercare cibo. Sono sicuro che uno di loro gli abbia detto: “Vuoi che resti con te, Gesù? Vuoi qualcuno con cui parlare?”. Sarebbe stato piacevole, certo, sebbene Gesù fosse probabilmente stanco di rispondere a tutte le loro domande. “No, vi spiace andare tutti a prendere del cibo? Io me ne starò un po’ qui da solo, andrà benissimo”. E proprio perché era da solo, esposto e vulnerabile, emerse l’opportunità di conversare con una donna. Una donna che era venuta ad attingere l’acqua in un orario “particolare” (perché aveva un tipo di vita “particolare”).
Gesù si rese vulnerabile e si rese disponibile. Avete mai pensato a quanti amici non credenti vorrebbero farvi una certa domanda, ma non riescono ad avvicinarvi perché state sempre con lo stesso gruppo, attorno allo stesso tavolo? Se nel refettorio di un’università o alla mensa aziendale mangiate sempre con lo stesso gruppetto di credenti, probabilmente qualcuno vi additerà dicendo: “Ecco la gang dei santi!”. Ora, è forse sbagliato riunirsi e stare insieme ai fratelli? No, ma vi chiedo: quand’è che il sale è utile alle patate? Quando è nel suo barattolo o quando è sulle patate? Quando è sulle patate, ovviamente. A meno che le patate siano troppo salate, nel qual caso sarebbe sciocco aggiungerne ancora (a proposito, stiamo a usare le analogie cristiane).
Vedete, se pensate di testimoniare ai vostri colleghi salendo al settimo piano dell’edificio portandovi dietro la versione più imponente delle Bibbie e urlando nel vuoto alcuni versetti, okay. Può darsi che Dio abbia pensato di dare questo incarico proprio a voi. Tuttavia, è altamente improbabile che lui voglia che adottiate questo schema fisso nella vostra esperienza evangelistica. È più probabile che lui voglia che vi rendiate disponibili, e vulnerabili.
Linea guida numero quattro: siate audaci.
Siate audaci. Il coraggio fa parte della condivisione del Vangelo. Senza audacia e coraggio non potreste nemmeno vendere un aspirapolvere. Paolo dovette ricordare al giovane Timoteo le risorse che aveva a disposizione (lo si trova in 2 Timoteo 1:7–8) e che gli avrebbero permesso di superare la sua naturale timidezza. Chi di noi non si spaventa almeno un po’ davanti a tutta questa faccenda del testimoniare agli altri? Io sono spaventato. Sono sempre spaventato quando parlo in pubblico. Sono spaventato specialmente se devo parlare all’aria aperta, e ho paura di cominciare. Devo scuotermi. Devo essere audace. Ho bisogno di parlare a me stesso. A un certo punto sembra che la paura se ne vada, poi sembra che stia tornando di nuovo, e questa specie di tira e molla va avanti per un po’ nella mia testa. Mi dico: “Dai, Begg, di’ qualcosa! Non essere codardo. La porta è spalancata”.
Anche Paolo, quando scrive ai Filippesi riguardo alla sua incarcerazione a Roma, dice loro: “la maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, hanno avuto più ardire nell’annunciare senza paura la parola di Dio” (Filippesi 1:14). Il che presuppone il fatto che c’era stato un tempo in cui essi non si erano sentiti così coraggiosi e audaci. Ciò è vero anche per noi.
Lascia che vi dica una cosa di cui sono convinto. Il più “duro” dei vostri amici non credenti ha più paura di voi di quanto voi possiate averne di lui. La reazione sprezzante (che possiamo aspettarci quando testimoniamo di Cristo) spesso non è che una barriera dietro cui corrono a rifugiarsi.
Se ci pensiamo, i duri sono veri duri solo quando hanno la folla attorno, e in quel caso sono capaci di schiacciarci e calunniarci. Tuttavia, se mentre andiamo alla partita di rugby ci siediamo di fianco a uno di loro e cominciamo a parlare di Gesù, lo vedremo dimenarsi come un ragazzino messo all’angolo (pur pesando novanta chili).
A volte occorre essere abbastanza audaci da iniziare la conversazione. Le persone spesso mi dicono: “Mi spaventa iniziare la conversazione, perché non so dove si andrà a parare”. Esiste forse una conversazione in cui sapete fin dal principio dove andrete a finire? In caso di difficoltà, potete sempre fermarvi; potete sempre dire: “Uhm, potremmo continuare questa conversazione più tardi? Devo andare a comprarmi un cane”…. o un’altra scusa simile. Scherzi a parte, il punto è che non dobbiamo pensare che se iniziamo, poi dovremo esaurire il contenuto del commentario biblico. Abbiamo solo bisogno di essere abbastanza audaci da cominciare.
È un po’ come saltare dal trampolini. Certo, se siete abbastanza coraggiosi da saltare senza pensarci due volte (come le mie figlie) non capirete l’analogia. La tragedia è che io non ci riesco, ed è terribilmente imbarazzante avere un padre che percorre svariate volte la lunghezza intera del trampolino senza mai riuscire a saltare. Voglio dire, c’è un limite: a un certo punto o ti lanci, oppure affronti l’onta di scendere le scale per la quattordicesima volta.
Gesù era audace? Certo che sì, e in che modo? Era abbastanza audace da parlare a una donna in un’epoca in cui non era normale parlare alle donne. Era abbastanza audace da parlare a una donna che non veniva dal suo stesso contesto religioso, anche se nel contesto religioso di Gesù non si parlava mai a quel tipo di persone. Ed era abbastanza audace da rendersi vulnerabile, lasciando aperta la possibilità che lei gli dicesse: “No, vai via di qui”. Lui iniziò la conversazione chiedendole soltanto: “Posso avere dell’acqua?”[2]. Nulla di eccezionale. Molto diretto. Audace.
Linea guida numero cinque: siate creativi.
Siate creativi. Un approccio “inscatolato” non porterà a nulla se non siamo capaci di prendere il contenuto della scatola, per così dire, e rivestirlo in base alla situazione in cui ci muoviamo. Per condurre una conversazione riguardo a Cristo e per arrivare a una presentazione del Vangelo, dobbiamo restare vigili e cogliere le circostanze man mano che si presentano. Dobbiamo essere creativi nel modo in cui cerchiamo le opportunità per parlare, il che non significa aspettare il minimo sibilo della porta per entrare a gamba tesa con la nostra ultima versione in scatola del Vangelo. Significa, piuttosto, cogliere le opportunità per portare, in modo delicato, onesto, opportuno e integro, il punto di vista cristiano sul nostro mondo.
Se per esempio l’argomento è la guerra, abbiamo quanto meno una possibilità di parlare della natura della vera pace. Se si sta parlando di sport, è quanto meno possibile provare a parlare dell’importanza di avere un obiettivo e un traguardo nella vita. Se qualcuno ci confida di sentirsi stressato, ansioso e sopraffatto, possiamo parlare della sicurezza e della pace duratura in Gesù Cristo.
Sarebbe ben poco creativo usare lo stesso incipit ogni volta.
Per esempio, per quanto Giovanni 4 ci fornisca un modello tratto direttamente dall’esperienza di Gesù, nessuno di noi pensa che Gesù iniziasse tutte le sue conversazioni chiedendo dell’acqua. Se me ne vado in giro a chiedere: “Posso avere dell’acqua?”, è probabile che la gente si chieda semplicemente quale sia il mio problema.
Nel rivolgersi alla donna in quel modo, Gesù stava stabilendo un terreno comune. C’era un pozzo ed era un giorno molto caldo: era naturale chiedersi se ci fosse la possibilità di bere. E da lì all’argomento della vita eterna il passo fu breve. Quindi, siate creativi.
Linea guida numero sei: siate diretti.
Siate diretti. Gesù fu diretto con la donna al pozzo approdando sulla questione morale dei suoi molti uomini. Il suo approccio fu diretto, sensibile e di impatto. Non ogni conversazione produrrà un’opportunità di presentare concisamente e chiaramente il Vangelo, ma dobbiamo esser pronti e riconoscere il momento e per questo è importante avere una metodologia. Ricordate che “non avere nessun metodo” è comunque un metodo. Se il vostro “metodo” prevede di sparare verità a tutto spiano e sperare che almeno una colpisca il segno, non intendo rimproverarvi. Negli anni, tuttavia, il mio personale approccio si è mosso in differenti direzioni. Sono stato cresciuto con le Quattro Leggi Spirituali, lo confesso. Ho imparato a memoria l’intero libro[3]. Poi, però, mi sono separato dagli opuscoli. Li ho esauriti, a dire il vero. E cosa fai quando non hai più opuscoli? Devi scriverteli tu. Perciò sono diventato uno scrittore di versetti sui tovaglioli.
Un metodo adattivo
Negli anni ho provato metodi diversi. Adesso, fondamentalmente, provo a personalizzare in base alla situazione, cercando di essere creativo. Ad ogni modo, ho ben chiare in testa le verità che voglio trasmettere, e cerco di farlo in modo conciso. Uno: la brutta notizia della condizione dell’uomo; due, la buona notizia della soluzione di Dio; tre, la necessità di una risposta personale. In pratica, voglio comunicare questo: “Abbiamo un problema. Esiste una soluzione al problema. Con umiltà, vorrei portarti a conoscere questa soluzione”.
Supponiamo che io stia parlando con qualcuno e che si tocchi l’argomento del Cristianesimo. Potrei dire: “Sai, è un peccato che così tante persone abbiano respinto il Cristianesimo senza mai aver capito davvero di cosa si tratta”. L’interlocutore potrebbe dirmi: “Beh, suppongo che significhi cose diverse per persone diverse. Va bene così, no?”. A questo punto io potrei aggiungere: “Sì, ma la questione è: cosa dice Gesù Cristo del Cristianesimo? Hai mai pensato a cosa Gesù è venuto a dire e cosa è venuto a fare?”. Da lì, cerco di trasmettere le verità fondamentali.
Iniziate semplicemente dal punto in cui si trovano le persone. Parlate della solitudine, della paura, dell’avidità, dell’odio, della ribellione, della disillusione, delle famiglie spezzate, del suicidio fra gli adolscenti, degli abusi sui bambini, della crudeltà (e siete solo alla pagina tre del quotidiano di oggi). Sono fatti della vita di questo secolo, non state dicendo qualcosa di alieno per queste persone.
Questa è la condizione dell’uomo: sarete d’accordo su questo. In effetti, è tutto un caos. Beh, non tutto. C’è una luce in fondo al tunnel. Cosa dice la Bibbia di tutto questo? Quel che vogliamo fare è arrivare a spiegare ciò che la Bibbia ha da dire su Gesù, e cosa Gesù ha da dire su se stesso.
Qual è la diagnosi della Bibbia sulla condizione dell’uomo? A questo punto sarebbe utile avere una Bibbia. Certo, non la versione più grossa che abbiamo, ma quella che ci sta più comodamente in tasca. Ho scoperto che anziché citare i nostri passi preferiti a qualcuno che non sa di cosa stiamo parlando, è più efficace dire: “Guarda qui cosa dice questo tizio. Saulo di Tarso, hai presente? Non è un rapper, ma un tipo che perseguitava i Cristiani in ogni dove e che all’improvviso ha cambiato completamente vita. Guarda cosa dice qui: ‘Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio’”[4]. Potrei dire loro di un editoriale del Times of London di qualche anno fa, che chiedeva: “Che problema ha il mondo di oggi?”. La gente fornì ogni tipo di lunga risposta a questa domanda. Potrei citare ciò che scrisse Chesterton: “Spett.le Redazione. Il problema del mondo di oggi? Io! Cordiali saluti”[5]. A questo punto potrei parlare della natura del peccato, usando l’immagine del bersaglio mancato, della pagina macchiata o del limite oltrepassato. Potremmo dire: “Sai, che lo accettiamo o no, la spiegazione dell Bibbia è questa: la condizione che affrontiamo oggi ha la propria radice in una malattia terminale, ovvero il peccato”.
Qualcuno si sentirà davvero a disagio e si difenderà: “Io però non ho mai fatto del male a nessuno”. Potrebbe tornare utile la frase di John Blanchard: “Di tutte le persone che ho incontrato, nessuno ha mai fatto del male a nessuno. La domanda quindi è: chi diavolo ha fatto del male a tutti?”. La verità è che noi abbiamo fatto qualcosa di male. Noi facciamo del male agli altri.
Per questo, vogliamo comunicare che il peccato è il problema, e che il peccato ha delle conseguenze. Restando su Saulo, possiamo dire: “Guarda cos’altro ha detto: ‘Perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore’”[6].
E se a questo punto cominciamo a sentirci in dovere di doverli convincere di peccato, dobbiamo ricordare che c’è una parte che spetta a noi, e una parte che spetta a Dio. Il convincimento di peccato non spetta a noi, ma a Dio.
Perciò, sarà sufficiente leggere o spiegare il testo, rispondere alle domande sul testo, e poi sperare di avere la possibilità di andare avanti.
La chiave è Dio, non io
Vorrei illustrare adesso una circostanza in cui mi sono trovato, che ci permette di riconoscere ciò che ho affermato più volte: Dio è sovrano nel modo nelle questioni della nostra vita e nelle questioni di coloro con i quali potremmo condividere il Vangelo.
È stato diversi anni fa, credo fosse l’estate del 1974, ed ebbi il privilegio di trascorrere del tempo con questa famiglia di amici a Philadelphia. Al tempo ero alquanto interessata alla loro ragazza e per questo l’avevo inseguitaa attraverso l’Atlantico. Ed eccomi lì, pronto a lavorare come cameriere in un ristorante, a giocare ossessivamente a tennis, a nuotare un sacco e rendere il più possibile convincente la mia proposta verso questa signorina. Quando arrivai lì, dovetti confrontarmi con un certo numero di situazioni, incluso il fatto che la mia futura suocera mi informò che c’era un giovane a cui avrei dovuto testimoniare. E io dissi: “Bene, grazie mille per la dritta”. Poi arhiviai la questione in qualche angolo della mia mente, dicendo a me stesso che prima o poi lo avrei fatto. Non penso di aver avuto una reazione molto convincente, perciò lei considerò la possibilità di industriare qualche situaizone in cui io potessi essere creativo, naturale, disposto ad ascoltare, audace, etc. Vi assicuro che io ero il più riluttante dei profeti che possiate avere mai incontrato.
Bene, imperterrita di fronte allo spirito poco volenteroso del suo futuro genero, arrangiò un incontro tra me e quel giovane, dicendomi che stava frequentando I Tetimoni di Geova. Quindi lei si era ripromessa di invitarlo un pomeriggio, alle due del pomeriggio, perché incontrasse me. E si era anche procurata l’audiocassetta di “The Kingdom of the Cults”, di Walter Martin, un’opera in cui l’autore analizza diversi movimenti religiosi tra cui appunto quello dei Testimoni di Geova. Pensava che sarebbe stato ottimo che lui si sedesse e che lo ascoltasse insieme a me. Perciò il giovane, che all’epoca lavorava facendo rifornimento all’aeroporto di Filadelfia e oggi pilota dei Boeing 737 per USAir, si presentò come da sue istruzioni. Ci sedemmo sul patio, lei attaccò il registratore alla presa a muro e io inspirai a fondo dicendo a me stesso: “Ci siamo. Andiamo, dai. Togliamoci questo pensiero e andiamo avanti con la nostra vita”. Perciòò abbiamo ascoltato in religioso silenzio Walter Martin scavare nel libro di Apocalisse per trarne fuori la dottrina della Trinità. La storia andò avanti circa 45 minuti e alla fine, spegnemmo il registratore. Mi rivolsi al ragazzo: “Bene, che ne pensi?”. Che ci crediate o no, la sua immediata reazione fu: “Penso di aver bisogno di ricevere Gesù Cristo come mio personale Salvatore”.
Abbiamo fatto una semplice preghiera, e Michael B. diede la sua vita a Gesù Cristo: non come risultato di un abile presentazione, non come risultato di un servo volenteroso, ma come risultato delle preghiere di qualcun altro e per la mano di Dio sulla sua vita. Oggi è anziano di una chiesa evangelica libera a Beaver Falls, in Pennsylvania. Un giorno, se volando su e giù per la Costa Orientale vi capitasse di sentire: “Questo è il Capitano Bauthier”, potreste esclamare “Hey, ho sentito parlare di te!” e correre verso la porta della cabina di comando (al che probabilmente vi arresteranno).
Ho scelto questo aneddoto perché abbiamo parlato di metodologia, e vorrei fosse estremamente chiaro il fatto che quando meno ce lo aspettiamo, quando non lo pianifichiamo né vogliamo, quando non siamo pronti, Dio può scegliere di intervenire e sorprenderci, malgrado noi stessi. Non siamo noi la chiave. Egli semplicemente ci dà il privileigo di far parte di ciò che sceglie di fare.
Qualcuno è venuto da me durante un seminario, dicendomi: “Fino a oggi, sebbene io sia un Cristiano e desideri condividere la mai fede, tutto ciò che sono stato in grado di fare è dire: ‘Posso solo raccontarti ciò che è successo a me’. La reazione dei miei amici e vicini era per lo più ‘Oh, è molto interessante’. Ma sembrava di non riuscire in qualche modo a penetrare il muro. Condividevo la mia fede e gli altri rispondevano: ‘Oh, mi interessa sentire la tua storia. È la tua storia, non la mia’. Fine della conversazione”. La domanda di questa persona che mi parlava durante il seminario era, in sostanza: come facciamoa d aprire un varco che permetta agli altri di realizzare che non stiamo raccontando un nostro viaggio esistenziale, ma che stiamo di fatto condividendo la verità del Vangelo di Gesù Cristo?
Nella prossima lezione spero di rispondere a questa domanda. Intanto, vi auguro una fantastica avventura nel campo della condivisione della vostra fede.
[1] Efesini 2:1
[2] Giovanni 4:7 (parafrasi).
[3] Bill Bright, Have You Heard of the Four Spiritual Laws (Campus Crusade for Christ of Canada, 1993).
[4] Romani 3:23
[5] G. K. Chesterton, “What Is Wrong?,” letter to the editor, Daily News (London), August 16, 1905.
[6] Romani 6:23