Ci saranno ostacoli in ogni ogni impresa significativa, inclusa la nostra impresa di convidere Cristo con amici e familiari. Malgrado le difficoltà, tuttavia, la Scrittura ci assicura che, sebbene Dio si serva di noi come strumenti per raggiungere gli altri, è lo Spirito Santo che toglie il velo dagli occhi per vedere la verità di Dio.
Abbiamo tentato di fare del nostro meglio per guardare nel suo insieme il processo di avviare e sviluppare una conversazione con qualcuno che è interessato al Vangelo.
A questo punto del nostro studio potremmo dire: “Fin qui tutto bene”.
Tuttavia, quando testimoniamo alle persone in questo modo, non è raro (anzi, è piuttosto comune) essere messi davanti a certe domande.
Quando qualcuno interrompe e pone una domanda, può essere opportuno, se possibile, dire con gentilezza: “Sai, è una domanda importante. Forse possiamo tornarci dopo. Finisco un attimo quello che sto dicendo”. Perché riconosciamo che ciò che stiamo dicendo ha bisogno di coesione e di uno sviluppo logico.
Quando una persona solleva una domanda solo per deviare da se stesso le implicazioni di ciò che stiamo dicendo (in altre parole, quando introduce una falsa pista) allora, alla fine della nostra esposizione, queste false piste non riappariranno. Gli elementi che le persone avevano semplicemente inserito per impedire che il Vangelo venisse presentato in modo coerente, tendono a non ripresentarsi. Le domande genuine, invece, quelle che le turbano davvero e che sono per loro motivo di profonda preoccupazione, riemergeranno. È dunque molto importante che riconosciamo questa realtà e che siamo preparati a dare una risposta a chi pone questo tipo di domande. Le domande sincere devono essere affrontate con un ascolto comprensivo nonché fornendo risposte convincenti. Per questo è importante che svolgiamo bene i nostri compiti.
Prima di cercare di ribaltare effettivamente la situazione affrontando la prima domanda, voglio dedicare un po’ di tempo al modo in cui affrontiamo le difficoltà e le preoccupazioni che le persone ci esprimono.
Consigli per affrontare domande difficili
1. Non commettete
Non capisco ancora del tutto il calcio, ma una delle cose con cui sono riuscito a stupire la mia famiglia britannica è che sono arrivato al punto di riuscire a capire un fuorigioco ancora prima che l’arbitro lo segnali. E questo mi dà una sensazione di grande “potere” sulla situazione. Dico: “Fuorigioco!” Capite? E poi, puntualmente, è davvero fuorigioco.
Nel basket, invece, tra difesa a zona e difesa illegale, non ci capisco molto… sto cercando di capirlo, ma proprio non ci riesco. Però il fuorigioco l’ho capito: quando qualcuno parte prima del tempo oppure induce l’altro ad andare in fuorigioco.
Ora, nel cercare di affrontare le domande difficili, è importante che un osservatore non “fischi un fuorigioco” mentre parliamo, ovvero non dobbiamo lanciarci su qualcuno fornendo la risposta prima ancora che abbia finito di porre la domanda. Se vogliamo essere sensibili nel trattare le domande difficili delle persone, dobbiamo avere la pazienza e la cortesia di lasciarle completare la domanda. Se iniziamo a intervenire subito e ci facciamo “fischiare il fuorigioco”, sia per entusiasmo sia per qualunque altra ragione, possiamo invadere il loro spazio al punto da farli tirare indietro. Essi pensano: “Questa persona sta solo ripetendo un manuale o un libro. Non mi sta davvero ascoltando”. Quindi, prima di tutto, non commettete fuorigioco.
2. Non sommergete le persone di dettagli.
È più che possibile soffocare chi fa una domanda con una grande quantità di informazioni, travolgendolo con tutto ciò che siamo riusciti a imparare. Noi pensiamo che quel che abbiamo imparato sia buono e importante, e siamo entusiasti, ma stiamo solo aspettando la prima occasione per piombare addosso alla gente con il nostro carico di informazioni. Non fatelo.
Stavo facendo una consulenza a un gruppo di persone nel mio ufficio alcune settimane fa. Faccio una domanda a una signora, tipo: ‘Quando è partita vostra madre dal Missouri?’. La signora, una donna molto poetica, inizia a rispondere: ‘Sulle rive del fiume scintillante, incastonata tra le montagne da un lato e i pini dall’altro…’
Suo marito, vedendo il mio sguardo, le mette una mano sul braccio e dice: “Tesoro, prima il signore ti ha chiesto: ‘Da quanto tempo tua madre non sta bene?’” e hai impiegato mezz’ora per rispondere. Ora ti ha chiesto: ‘Quando ha lasciato il Missouri?’ e gli stai recitando una poesia. Arriva al punto, per favore”.
Lui voleva andare a cena, e aveva intuito che forse anche io avrei avuto piacere di tornare a casa prima o poi. A onor del vero, per la signora tutti quei dettagli erano importanti. Molto importanti. Tuttavia, non erano pertinenti alla domanda essenziale. E quando qualcuno ci pone una domanda specifica, non iniziamo a sommergerlo con la grande quantità di informazioni che siamo riusciti a raccogliere chissà da dove.
3. Non parlate alle persone con aria di superiorità.
Dobbiamo rispondere alle domande delle persone con spirito di preghiera e umiltà, ma non in modo condiscendente. Ti capita mai di accorgerti di avere quel tono di voce? È un po’ come quello di un insegnante insensibile (con tutto il rispetto per gli insegnanti). Quel tono condiscendente, non appena si insinua, porta le persone ad allontanarsi istintivamente.
4. Non servite risposte preconfezionate o stereotipate.
Negli anni ’60, Melanie cantava: ‘Metti una moneta e io canto una canzoncina’. E alcuni di noi, nel modo in cui rispondono alle domande difficili, aspettano solo che cada la moneta e per far partire la risposta. Non importa se si tratta di uomini o donne, giovani o anziani, studenti o lavoratori: la risposta non tiene conto di nulla di tutto questo. E immediatamente i loro interlocutori pensano: “Questa è una risposta preconfezionata. Avrei potuto ottenerla da una segreteria telefonica. Questa persona non sta capendo davvero la difficoltà che ho appena espresso. Sta semplicemente ripetendo qualcosa che aveva già preparato prima”.
Ricordate che le sètte sono maestre in questo. Non è forse fastidioso quando vengono alle nostre porte? Perché danno l’impressione di essere stati programmati. Non riuscite a liberarvene, non riuscite a rispondere, non riuscite a farci nulla. A me non impressionano affatto. L’unica cosa impressionante è la loro disponibilità a percorrere il vialetto fino alla porta di casa.
E sono venuti nel mio vialetto il giorno di Natale. Sono venuti anche da voi? Non credono che Gesù Cristo sia il Figlio incarnato di Dio, ma hanno scelto il giorno di Natale per una grande campagna evangelistica.
Ma questa è un’altra storia.
5. Non puntate la luce in faccia alle persone.
Se vi è mai capitato di essere fermati dalla polizia di sera, sapete cosa vuol dire avere quella luce abbagliante negli occhi. A me non piace affatto. Quando rispondiamo a una domanda difficile, non abbiamo il diritto di fare lo stesso con le persone. Abbiamo la responsabilità di illuminare il loro cammino, non di puntargli la luce in faccia. Piuttosto che farle indietreggiare, dobbiamo far brillare la luce della Scrittura in modo da invitarle ad andare avanti.
6. Trattate le domande con serietà, come se il destino eterno di chi le pone dipendesse dalla vostra risposta.
Quando qualcuno fa una domanda sincera che richiede una risposta sensibile, concisa e comprensibile, dovremmo affrontarla con grande serietà, considerando che potremmo essere l’unica persona ad avere l’opportunità di rispondere, in quel momento, a quell’individuo. Perciò, non possiamo essere superficiali, né menefreghisti..
7. Ricordate che le nostre risposte corrette non salvano le persone.
Solo Gesù salva le persone. Alla luce di questo, dobbiamo riconoscere che lo spirito di preghiera e l’umiltà contano più del conoscere tutte le risposte. Voglio dirlo di nuovo: lo spirito di preghiera e l’umiltà contano più del conoscere tutte le risposte.
Alcuni di noi, vedete, sono completamente paralizzati nel condividere la propria fede perché hanno paura che qualcuno ponga la domanda da un milione di dollari, quella a cui non sappiamo rispondere. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo dire: “Non so rispondere a questa domanda, ma so che una risposta esiste, e cercherò di trovarla se mi darai l’opportunità di parlarti ancora una volta”.
Per agire in questo modo dobbiamo essere in comunione con il Signore, oltre che formati dalla sua Parola. Nel suo utilissimo libro How to Give Away Your Faith, Paul Little riporta questa eccellente citazione:
A meno che lo Spirito Santo non illumini la mente di una persona affinché veda la verità come verità, a meno che Egli non pieghi la volontà orgogliosa di quella persona a sottomettersi all’autorità di Gesù Cristo, nessuna nostra parola potrà mai penetrare. Ma nelle mani di Dio, una risposta intelligente alla domanda di una persona può diventare lo strumento che Egli usa per aprire il suo cuore e la sua mente al Vangelo[1].
È meraviglioso. Una risposta intelligente a una domanda sincera di un compagno di scuola, di un collega di lavoro o di un compagno di viaggio può essere proprio la chiave che Dio sceglie di usare per aprire il cuore e la mente di un uomo o di una donna alla verità del Vangelo. È per questo motivo che dobbiamo essere diligenti nella nostra comprensione delle Scritture. Ci rendiamo conto che lo scopo principale delle Scritture non è rispondere alle difficoltà delle persone, bensì rendere testimonianza a Gesù Cristo. La Bibbia non è un compendio, un manuale che risponde alle cinquecento domande più frequenti. Non è stata assemblata in questo modo; non è mai stata pensata per esserlo. Piuttosto, lo scopo principale della Bibbia è rendere testimonianza a Gesù Cristo, ed è importante ricordarci che questo è anche il nostro scopo principale.
Il nostro scopo principale non è rispondere a domande difficili, ma rendere testimonianza a Gesù Cristo. Dobbiamo ricordarci i limiti della persuasione umana e anche la sconfinata potenza di Dio nel fare ciò che noi non possiamo fare.
Teniamo a mente quanto siamo limitati nella nostra abilità di persuadere gli altri e quanto sconfinata è la potenza di Dio nel fare ciò che noi non possiamo fare. Nella tensione fra queste due realtà, possiamo essere pronti a essere utili ed efficaci.
Adesso siamo ormai pronti ad analizzare la prima domanda difficile.
Domanda 1: La Bibbia è affidabile?
Per una strana coincidenza, il motivo per cui ho messo questa domanda al primo posto è che le mie figlie me l’hanno fatta proprio durante la settimana di Natale. Eravamo in macchina e, all’improvviso, una di loro ha chiesto: “Papà, come fai a sapere che siamo nella religione giusta?”. La domanda per me era del tutto inaspettata, ma evidentemente lei ci stava pensando da un po’. Iniziando a rispondere ho detto: “Dobbiamo prendere tutto ciò che le persone dicono su Dio e valutarlo alla luce della Bibbia. In altre parole, dobbiamo usare la Bibbia come nostro libro di testo”.
E da qui, logicamente, un’altra domanda.
“Papà, come fai a sapere che possiamo fidarci della Bibbia?”
Dunque, se i nostri figli si pongono questa domanda, presumibilmente se la pongono anche i figli ormai adulti. Come dobbiamo affrontarla? A volte ci viene presentata questa domanda sotto forma di affermazione o provocazione: “Ah, la Bibbia è piena di errori!”.
Ancora una volta, fate attenzione a non farvi mettere in fuorigioco rispondendo: “Ah sì? Dimmi uno di questi errori!”. Questo non è un buon modo di rispondere. Non è buono.
Perché la persona che lo dice probabilmente non ha in mente nemmeno un versetto della Bibbia. Magari una volta ha sentito qualcuno dire: ‘La Bibbia è piena di errori’, gli è sembrato un buon argomento e da allora è diventato parte del suo linguaggio abituale. E così, quando si parla della Bibbia, esce fuori automaticamente: ‘La Bibbia è piena di errori’.
Quando fu chiesto a Spurgeon: “Come difendi la Bibbia?”, lui rispose: “Io non difendo la Bibbia. Non difendo la Bibbia più di quanto difenderei un leone. Devi semplicemente lasciare libero il leone. E allo stesso modo devi solo lasciare libere le Scritture. Si difenderanno da sole”.
Tuttavia, qualcuno potrebbe prendere questa risposta come una scappatoia, e potrebbe aspettarsi qualcosa di un po’ più convincente.
Io partire da qui: ‘Beh, è interessante notare che la Bibbia fa delle affermazioni su se stessa”. E poi citerei 2 Timoteo 3:16, dove la Bibbia dice di sé: ‘Ogni Scrittura è ispirata da Dio’, e continua spiegando quanto sia utile per correggere e per insegnare, etc. Ora, questo di per sé potrebbe non essere particolarmente convincente per una persona, se non per il fatto che nel menzionarlo sottolineeremo che la Bibbia è unica sotto questo aspetto. Non esiste nessun altro libro, per quel che ne so, che faccia questa affermazione: che dichiari di essere la Parola stessa di Dio. Si trova la stessa affermazione in 1 Pietro e in 2 Pietro, dove la stessa pretesa viene ripetuta in tutto il testo.
E quindi direi semplicemente: “Come fatto interessante, è curioso che quando si apre questo libro, si scopre che il libro dice di se stesso di essere il libro di Dio. Se doveste partire per un lungo, lunghissimo periodo e lasciare i vostri figli, magari con l’eventualità di non tornare mai più, cosa fareste? Vorreste lasciare loro qualcosa di voi stessi. E quindi, senza dubbio, ai nostri giorni lascereste delle fotografie, oppure un video, oppure scrivereste per loro le cose che vi rappresentano e che volete comunicare loro. Allo stesso modo, la pretesa della Scrittura è che Dio ha messo per iscritto ciò che di sé è essenziale che noi conosciamo, e che è impeccabile nelle sue affermazioni”.
In secondo luogo, richiamerei l’unità delle Scritture. Richiamerei un fatto che per il 99,9% delle persone a cui vi rivolgete questa sarà una novità: “Mi chiedo se abbiate mai considerato che ciò che abbiamo qui è più una biblioteca che un libro. Ci sono circa sessantasei libri contenuti qui. È interessante notare che sono stati scritti da oltre quaranta autori diversi, differenti per formazione, differenti per personalità, differenti per esperienza e per contesto storico. E sono stati scritti nell’arco di centinaia di anni. Eppure, se foste disposti a incontrarmi e potessimo leggere e considerare insieme la Bibbia, vorrei mostrarvi, se posso, che le Scritture possiedono un’unità davvero incredibile. Molteplici libri, numerosi anni e vari autori non potrebbero essere coerenti fra loro se dietro non ci fosse il marchio creativo e autorevole dell’Autore stesso, che la Bibbia stessa dice essere Dio”.
Quindi parlerei della pretesa della Bibbia di autenticarsi da sé. Parlerei poi della sua unità. In terzo luogo, parlerei delle profezie adempiute. Spiegherei alle persone a cui sto parlando (ricordandomi comunque di non sommergerli di informazioni) che per me è sempre stato interessante il fatto che, ad esempio, nei Profeti Minori, degli uomini abbiano scritto riguardo a uno che doveva venire, senza sapere chi sarebbe stato, e tuttavia scrivendo in termini specifici. Sorpresa: Gesù di Nazareth li ha adempiuti alla lettera! E cercherei di sottolinearlo il più possibile.
Parlerei poi del fatto che Gesù di Nazareth stesso ha confermato le Scritture citandole. Questo, naturalmente, potrebbe portarci alla domanda successiva: “Come fai a sapere che Gesù è la persona che ha affermato di essere?”. Ma per il momento direi: “È interessante che colui che affermava di essere il Figlio di Dio abbia convalidato le Scritture dell’Antico Testamento citandole, rafforzandole e mostrando che erano proprio queste Scritture dell’Antico Testamento, da Mosè in poi, a parlare di quel Gesù che doveva venire”.
Parlerei poi del fatto che è sorprendente per me che questa Bibbia abbia circolato in tutto il mondo e attraverso i secoli come nessun altro libro mai scritto. Nessuno può dire che esista un altro libro come questo, perché non ce n’è stato nessuno. Non ce n’è mai stato! A prescindere da qualsiasi scrittura che possa provenire dall’Islam, dal Buddhismo, non è mai esistito un libro con una diffusione pari alla Bibbia. E questa è almeno una cosa su cui lo scettico può riflettere per un po’. E io vorrei incoraggiarlo a farlo.
Non è mai esistito un libro che abbia superato le barriere sociali, razziali ed economiche nel modo in cui ha fatto la Bibbia. Potete andare nell’induismo e abbracciare un sistema di caste, se lo desiderate. Ma nel Cristianesimo non esiste un sistema di caste. E questo libro ha oltrepassato tutte le barriere dell’umanità. Dai re ai mendicanti, puoi trovarli con una Bibbia in mano e un Salvatore nel cuore. È qualcosa che vale la pena considerare.
E poi richiamerei il potere trasformante della vita della Bibbia. Li porterei, forse, al libro degli Ebrei e leggerei il fatto che la Parola di Dio è affilata come una spada a doppio taglio, e arriva fin dentro le persone, sotto la loro pelle.
Incoraggerei poi le persone, magari, a leggere insieme a me per un periodo di tempo alcune delle Scritture, ad aprire la loro mente alla possibilità che ciò che la Bibbia dice di se stessa sia assolutamente vero. E direi: “Sai, ci sono libri che divertono, libri che istruiscono, libri che contaminano, libri che elevano; ma c’è un solo libro che io conosca che ha in sé il potere di trasformare una vita”.
E poi porterei una testimonianza personale del cambiamento che Dio ha operato nella mia vita come risultato di queste Scritture.
A quel punto la persona sarebbe diventerebbe cristiana sul momento. No, non funziona così, perché possiamo fare soltanto ciò che possiamo fare. Potremmo dover far notare che Pascal, il grande filosofo, osservava che l’uso della ragione serve in parte a mostrarci che ci sono alcune cose che sfidano la ragione. Questo però non le rende irragionevoli; le rende sovrarazionali. E ogni persona onesta sarà disposta a seguire questo filo di pensiero.
Un problema morale
Il problema fondamentale nel cuore umano non è intellettuale. È un problema morale.
Che voi glielo chiediate o meno, dovete comunque considerare una domanda del genere: “Hai sollevato una domanda molto difficile. Permettimi di chiederti qualcosa: se io rispondo alla tua domanda in modo da soddisfare la tua obiettività, sarai allora disposto a cambiare il tuo modo di vivere, accettare Gesù Cristo come tuo Signore e Salvatore e seguirlo per tutti i giorni della tua vita?”. Se la risposta è onestamente “No”, non significa che noi non saremo disposti a tentare di rispondere, ma questo ci confermerà che il problema fondamentale del cuore umano non è intellettuale, bensì morale. Il problema risiede nell’ambito della volontà, non della mente.
Alcuni hanno visto Gesù Cristo faccia a faccia e hanno comunque rifiutato di credere alle sue parole. Oggi gli sputerebbero ancora addosso, lo maledirebbero e lo crocifiggerebbero.
Quindi, nel prepararci a rispondere a domande difficili, leggiamo e scaviamo, ragioniamo fino ai limiti del nostro intelletto, ma ricordiamo che l’umiltà nel nostro atteggiamento, la sensibilità nei nostri cuori e la sincerità nelle nostre parole, sotto la provvidenza di Dio, faranno molta più strada di qualsiasi approccio brillante o strategico.
Mentre cerchiamo di rispondere, dolorosamente consapevoli dell’inadeguatezza delle nostre risposte, preghiamo affinché alcuni semi possano portare frutto secondo i propositi di Dio.
Chiediamo a Dio sensibilità, umiltà, autenticità, diligenza nella fede, affinché possiamo fare affidamento su di Lui e non sulla nostra capacità di esprimerci, rimanendo sempre pronti a rendere ragione a chi ci chiede della speranza che è in noi. Per amore di Gesù. Amen.
[1] Paul E. Little, How to Give Away Your Faith